Adesso tocca a te seguirmi

SEGRETI SVELATI DI ALICE MUNRO

Ieri nasceva la grande Alice Munro. A molti non piace, tantissimi la amano. Io sono tra questi. Amarla – vi sembrerà forse eccessivo – è un termine improprio, perché limitativo della forte emozione e gratitudine che provo quando la leggo. Sì, gratitudine. Come succede ogni volta che io, lettore, ho l’incontro tanto atteso – da tempo tanto atteso – con il mio autore, quello che sembra aver scritto proprio per me e poi celato il messaggio in una bottiglia con la speranza che, prima o poi, qualcuno lo trovi.
Io ti ho trovata, Alice.

Vi ripropongo un mio commento a una sua raccolta, e un suo pensiero sulla scrittura:

«La vita reale non erano la mia casa, i figli, il marito. Ciò che era reale era la mia scrittura, come si sviluppava nella mia mente e poi sulla pagina. Una realtà a cui non ho potuto rinunciare, mai».

 

Adesso tocca a te seguirmi!

La Munro è sempre la Munro, come la mamma, Fellini, Strehler, ecc. Grande. Per alcuni versi sublime. Capace d’inchiodare tutta una realtà (emozioni, sentimenti, fatti) con poche semplici, brevi frasi. Come, per esempio, la seguente:
In realtà, quello che pensava davvero – ben sapendo che era infantile e anche maleducato – quello che pensava davvero era che certe donne, donne come lei, erano sempre alla ricerca di una follia che potesse contenerle.

Una follia che potesse contenerle.

Dice tutto, questa frase, racconta, svela un mondo, e non solo della protagonista. Poche semplici parole, e la Munro ti dice come vanno le cose, e tu dici, cazzo, è vero, non ci avevo mai pensato, ma è proprio così, è quello che cerco, Una follia che possa contenermi. Cazzo.

Questa raccolta non è forse la migliore, ma propone almeno due racconti che sono perfetti.
E fare un racconto perfetto non è cosa da poco, ve lo dice una che li ama, tanto da avere la sfacciataggine di scriverli.
Uno di questi due racconti perfetti è Il Jack randa hotel
C’è un punto, quando Gail sta per ottenere quello che ha ostinatamente, disperatamente cercato, che è emblematico. Gail ha sempre voluto “quella cosa”. Eppure, di colpo e senza dubbio, è da quella cosa che decide di fuggire, lasciando al destinatario solo una frase, “Adesso tocca a te seguirmi.”
Perché?

Già, perché.

Ma sta qui la magia della Munro. In questi perché che abbiamo dentro l’anima e a cui solo in alcune, improvvise quanto labili occasioni, riusciamo a dare ascolto.
Questi “perché” costruiscono quasi sempre l’atmosfera dei racconti, ne costituiscono l’ossatura portante. Sono, in definitiva, la “voce” della Munro, ciò che la differenzia dagli altri scrittori.

Quanto alla spiegazione del perché…
Ognuno si cerchi la propria risposta. E il proprio perché. Buona lettura.

_ Alice Munro – Segreti svelati _

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I turbamenti erotici del giovane Libero

Il mio commento a ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO DI MISSIROLI
#consiglidilettura; #sconsiglidilettura

Commento all’osso: un ragazzino (come tutti i ragazzini) si masturba spesso e volentieri finché non ha dei rapporti completi con l’altro sesso. Ma anche così non è contento, e de temps en temps continua a masturbarsi. Finalmente trova la donna giusta, la sposa e c’ha un figlio con lei. Fine. (se continua a masturbarsi non è dato sapere).

Commento semiserio.
Il protagonista, un ragazzino dodicenne vede, da uno spiraglio, la madre fare un lavoretto a un amico di casa, ha un’erezione e in bagno finalmente scopre “la liberazione”.
Ok.
Il ragazzo cresce con l’ossessione di sapere come sarà con una donna, ma quando finalmente ha i suoi primi rapporti non riesce mai veramente a esserne soddisfatto. Il motivo della sua scontentezza, non è dato sapere. Probabilmente è rimasto turbato dalla visione materna, per cui non riesce a vivere serenamente gli incontri sessuali con altre donne (è una mia illazione).
Conosce Lunette, una splendida ragazza di colore, di cui s’innamora. Ma com’è come non è, deve sempre guastare tutto. A poco a poco non riesce a eccitarsi se non immaginandola scopare con altri, e alla fine la spinge a farlo davvero in un bagno di un bar pubblico. Poi gli viene l’ansia, corre nel bagno vicino e grida il nome di lei. E lei s’interrompe.
Quando escono comincia a tartassarla di domande: com’era, come non era, ti è piaciuto, era grosso, era meglio di me, ecc. ecc.
Lei si dispiace ma, giustamente, alla fine si stufa e lo molla.
Lui troverà una donna che lo sposerà e che gli darà un figlio. Fine.

Commento serio
Poteva essere un capolavoro: la malinconia, l’insoddisfazione dei rapporti sessuali, il cercare quel qualcosa in più che faccia sentire veri, e liberi, non è una brutta tematica, tutt’altro.
Peccato che Missiroli usi un linguaggio talmente povero, piatto, omologato, da sciupare la bella occasione che ha avuto.
Si sa. Non è tanto la storia, ma come viene raccontata. In fin dei conti, le storie sono sempre quelle, la differenza la fa la voce dello scrittore, Mi viene in mente Houellebecq. Anche ne “Le particelle” c’è tanto sesso infelice, ma H ha dalla sua una scrittura importante, e centra il bersaglio, e alla fine il senso di desolazione rimane, e ti viene quasi voglia di consolare il protagonista.
In più Missiroli deborda: citazioni su citazioni, anche piuttosto lunghe, da cui i vari protagonisti dovrebbero trarre un esempio, o la morale, o chessò io. Sono così tante che alla fine stufano. (Come Drogo il protagonsita deve attraversare il suo deserto e come la Duras ne “L’amante” bisogna amare senza problemi e come Céline, ecc. ecc.)
Due maroni.
Avesse citato poi autori non così letti, uno c’avrebbe avuto anche la curiosità, c’avrebbe.
Ma no! Il deserto dei tartari, un amore, L’amante, Viaggio al termine della notte ecc. (spero di ricordarmi giusto, il libro l’ho letto tempo fa).
Insomma, un’occasione sciupata, alla fine.
Un libro che, onestamente, non mi ha né sconvolta né turbata né coinvolta né niente di niente.
Innocuo.

Concludo con la mia solita chiusa: il mio parere, come tutti i pareri, è del tutto opinabile. Prendetelo come tale.
Buona lettura, per chi non l’avesse ancora letto.

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Le sfumature del rosso

Guardò oltre la grande vetrata, sperando di scorgerla arrivare, col suo passo di danza, i capelli di un rosso che non riusciva a definire, quante tonalità può avere un colore, se li ricordava rosso tiziano e poi d’un tratto il rosso si scuriva, assumeva sfumature bluastre, e poi, di nuovo, il ricordo di una giornata di sole, i capelli che diventavano oro e gareggiavano con la luce.
Davanti a lui gli specchi gli rimandavano la sua immagine e poi quella di spalle, da dove altri specchi la catturavano per moltiplicarla all’infinito, la sua schiena curva, la sua nuca bionda, gli occhi chiari che cercavano lei oltre la vetrata.
Arriverà, col suo passo di danza. Si siederà davanti a me, ordinerà qualcosa col suo sorriso preciso e diritto, mi guarderà negli occhi con i suoi occhi immobili e mi mostrerà parlando i denti da lupo, quei denti che sapevano mordere nei momenti dell’amore senza far male.
Mi sei mancata. Mi è mancata la tua testa rossa sul mio ventre, a lungo l’ho sentito vuoto, forse una donna si sente così quando si sgrava, l’improvvisa assenza del peso che dà stabilità al passo, mi è mancato il fardello dei tuoi capelli rossi e il loro solletico mentre si perdevano tra le mie cosce.

_ Cynthia Collu – Sono io che l’ho voluto _

 

 

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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«Chiunque non legga Cortázar è condannato»

UNA POESIA AL GIORNO

Una delle citazioni più utilizzate quando si parla di Julio Cortázar, di quelle usate nelle bandelle o sul retro dei libri, come per sponsorizzare l’acquisto prima e la lettura poi, è una frase molto d’impatto di Pablo Neruda che dice: «Chiunque non legga Cortázar è condannato». A che cosa? si domanda il lettore, ma la risposta ce l’ha soltanto chi ha letto Cortázar, ed è per questo che la frase di Neruda funziona perfettamente: «leggi Cortázar e saprai da cosa ti sei salvato», dice in realtà, «ignoralo e sarai condannato, ma non saprai a cosa». Un’altra frase utilizzata con lo stesso scopo promozionale dagli editori venne pronunciata da Roberto Bolaño, che da Cortázar ha attinto poetica e anche stile, e che ha detto più prosaicamente: «Cortázar es el mejor». A pensarci bene (ma anche a pensarci male, a non pensarci per nulla) Julio Cortázar non ha bisogno di sponsor, per quanto questi siano Roberto Bolaño e Pablo Neruda. Un articolo su Julio Cortázar è difficile da iniziare, perché per me potrebbe iniziare e finire in quattro parole: “Cortázar è il migliore”, è vero, è così. Perché? Chiedi a Neruda: leggilo, e lo saprai.
da “Studio” di Davide Coppo
Il Futuro

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

El Futuro

Y sé muy bien que no estarás.
No estarás en la calle,
en el murmullo que brota de noche
de los postes de alumbrado,
ni en el gesto de elegir el menú,
ni en la sonrisa que alivia
los completos de los subtes,
ni en los libros prestados
ni en el hasta mañana.

No estarás en mis sueños,
en el destino original
de mis palabras,
ni en una cifra telefónica estarás
o en el color de un par de guantes
o una blusa.
Me enojaré amor mío,
sin que sea por ti,
y compraré bombones
pero no para ti,
me pararé en la esquina
a la que no vendrás,
y diré las palabras que se dicen
y comeré las cosas que se comen
y soñaré las cosas que se sueñan
y sé muy bien que no estarás,
ni aquí adentro, la cárcel
donde aún te retengo,
ni allí fuera, este río de calles
y de puentes.
No estarás para nada,
no serás ni recuerdo,
y cuando piense en ti
pensaré un pensamiento
que oscuramente
trata de acordarse de ti.

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Cosa comporta essere scrittore?

 

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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Lui mi picchia, e mi vergogno a dirlo.

La prima volta che lui la colpì con forza erano sull’ascensore.
Stavano andando a cena da Livia e c’era stata una discussione sul ritardo.
«Colpa tua» le dice Sebastiano – è da un po’ che lei si è licenziata e lui si arrabbia per motivi futili, diventa subito irascibile, Miriam non riesce mai a prevedere l’esplosione di violenza. «Fai sempre i tuoi porci comodi! Che te ne frega di fare aspettare gli altri? Tutti devono stare ai tuoi ritmi, vero madame la marchesa?»
Lei tiene Teodoro in braccio, lo stringe a sé, sente il suo sudore pulito e le parole di Sebastiano fanno meno male, ribatte qualcosa (chissà poi che cosa, le parole, le parole, non le ricorda più), per fortuna ha gli occhiali da sole, non vuole fargli vedere la rabbia. Il ceffone arriva inaspettato.
Il colpo glieli fa saltare via, sente la stanghetta di metallo ferirle la carne, proprio sopra lo zigomo, sente il sangue che cola. Sente il pianto di Teodoro. La sta guardando, gli occhi larghi di spavento. «Non è niente, amore, papà sta giocando.» Gli sorride, lo fa ballare tra le braccia. Il bambino scoppia a ridere a scatti nervosi. Sebastiano le volta la schiena. Non si scusa.
In macchina non parlano. Miriam guarda fuori, si tampona il sangue col fazzoletto, sorride al figlio. Teodoro si è messo il pollice in bocca e succhia con forza.
Miriam guarda fuori e si dice che è una stupida, una vigliacca. Dovevo tornare a casa e lasciarlo andare a cena da solo, e poi fare le valigie, presto, subito, senza ripensarci, Dovevo sparire, lasciarlo solo come un cane rabbioso. Ma come si è permesso! Com’è possibile che io sia qui, al suo fianco e faccio finta di niente e guardo fuori dal finestrino e vedo le macchine la gente gli alberi e questa cosa terribile che lui mi ha fatto me la devo tenere, nessuno là fuori sa quello che lui mi ha fatto, questa cosa odiosa, avevo il bambino in braccio, come si è permesso, come ho potuto permetterglielo, e devo fare finta di niente per Teodoro mentre vorrei solo spalancare la portiera e correre via, il più lontano possibile. [..] Teodoro si è calmato, povero figlio, prima ha gridato e si è messo a piangere e questo bastardo niente, neanche stesse piangendo un cagnolino per strada, ma me la pagherà! Avrei dovuto restituirglielo, quel ceffone, se ne è approfittato perché tenevo il bambino e non ho voluto mettergli le mani addosso, vigliacco, schifoso, se n’è fregato di spaventare il piccolo, sono una stupida, dovevo lasciarlo uscire dall’ascensore e dirgli: Con me hai chiuso, e poi tornare su e preparare di corsa le valigie. E se lui m’inseguiva, se mi picchiava ancora? No, non l’avrebbe fatto, non gliene frega niente se non vado con lui a cena, mi avrebbe lasciata tranquilla così potevo preparare le valigie e andarmene. Le faccio domani, quando lui non c’è. Chiamo Sara e glielo dico. Ma che vergogna, che vergogna.

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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Mancanza. A mio padre

Papà dondola la testa; ha settantasette anni, i capelli grigi sulla nuca, il resto è tutto bianco. Siamo in ospedale, cammina piano appoggiandosi a un bastone. Parla a fatica in seguito all’ictus che gli ha paralizzato da un mese la parte destra del corpo.
Negli ultimi anni è stato ricoverato e operato cinque volte.
La penultima a causa di una contorsione dell’intestino che non ne voleva sapere di stare al suo posto. Dopo quattro giorni è stato riaperto d’urgenza.
Finalmente i dottori lo hanno lasciato tranquillo nel suo letto a contare le luci che gli ballavano davanti agli occhi per la stanchezza e la fame.
L’ho trovato sotto sedativi. Non mi riconosce, prova ad alzare la mano per passarsela sulle labbra secche, non ci arriva, m’indica il polso martoriato dalle flebo e dalle corde che lo legano alle sbarre. Corro a cercare un infermiere, quello viene sbuffando, mi dice che non possono stargli dietro di notte, che deve fermarsi qualcuno della famiglia se non vogliamo che lo leghino. Si avvicina al letto di papà e sempre brontolando lo libera. «Ecco, nonno, contento?»
Gli dà una pacca sulle cosce e se ne va.
Papà emette un suono, «azie, azie» che sento solo io.
Ha le labbra e la lingua secche, incrostate da uno spesso strato giallastro che lo fa soffrire. Nessuno degli infermieri si preoccupa di dargli da bere.
Prendo un fazzolettino umido e gli pulisco la lingua cercando di staccargli le croste senza fargli male, poi passo alla bocca. Papà non riesce a bere dal bicchiere, allora bagno un altro fazzolettino nell’acqua e glielo strizzo tra i denti. Mi sorprende serrando di scatto le labbra e mettendosi
a succhiarlo come fosse un biberon.
È questo l’uomo che mi ha tanto terrorizzata? È questo il papà che quando urlava spalancava davanti a sé silenzi di gelo, mormorii di pozze d’acqua scura e densa dentro cui io e la mamma affondavamo?
Mi allontano per piangere senza che gli altri ammalati mi vedano.

Papà non molla, ha ancora voglia di vivere, ogni sua energia è concentrata in quella gamba che non lo regge, che lo fa ammattire. Di tanto in tanto si ferma per prendere fiato. Gli stringo la mano: «Papà, ce la fai?». Col capo risponde di sì. Proseguiamo nel corridoio con le pareti verdi, passiamo davanti a tante stanze, qualche ammalato è sulla soglia e ci guarda passare, altri sono a letto e girano appena la testa. Incontriamo dei degenti che avanzano arrancando con un bastone; hanno lo stesso problema di papà e quando si affiancano si guardano, lui e loro, come a dirsi e vabbè, ci è andata così, che ci vuoi fare, tieni duro che la vita continua.
Io faccio un lieve sorriso, per scusarmi di essere sana.
Arriviamo a una scaletta che serve alla riabilitazione delle gambe, papà me l’addita, mi lascia la mano e sale adagio.
Si volta a guardarmi contento. Sorrido: «Sei stato bravissimo! ».
Ridiscende, quasi allegro. Lo prendo sottobraccio.
Mi sembra strano sentire che mio padre si affidi completamente a me, che sia felice del nostro contatto fisico: così stretti non siamo stati mai. Se non avesse la paralisi sono certa che adesso ce ne andremmo insieme a zonzo, due vagabondi che non sono mai stati capiti in famiglia, due scansafatiche, due anime perse, artisti a nostro modo nel disegnare cieli intrappolati dal sole e ruscelli d’ombra nei quali riposare. Cercheremmo insieme le pere selvatiche e i fichi d’India, ascolteremmo sotto un ulivo il canto delle cicale e ce ne staremmo beati così, senza nulla dare e nulla chiedere. Papà mi porterebbe a vedere la sua spiaggia. Aspetteremmo. Aspetteremmo a lungo la voce del mare.
Si ferma di colpo, scrolla la testa: «eh, eh!» mi dice con
tristezza e si batte la gamba ribelle. Gli occhi gli si appannano e la mano si stringe alla mia.
È il discorso più intimo che mi abbia mai fatto nella sua vita.
Il più prezioso.

da “Una bambina sbagliata” di Cynthia Collu

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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