Noi, le donne cancellate

“Succede perché si tratta di donne, io credo.
Spesso le imprese delle donne, di qualunque genere esse siano, passano in secondo piano rispetto a quelle degli uomini. Temo sia un malsano frutto del maschilismo, per cui – nell’immaginario collettivo – l’eroe, il principe azzurro, quello che fa una cosa grande è, quasi sempre, un uomo.
Accade lo stesso anche nello sport, sia per le gesta puramente atletiche sia per le imprese che rimbalzano fuori da piste e campi da gioco.
Basta guardare le Olimpiadi del 1968.”

Una donna misconosciuta, Vera Caslavska, che ha pagato duramente il suo coraggioso gesto. Eppure, quasi nessuno oggi la ricorda.

L’articolo intero di Riccardo Gazzaniga

https://riccardogazzaniga.com/vera-caslavska/

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TEMPO DI UCCIDERE

mediacritica_il_settimo_sigillo-650x250Tempo di uccidere, di Ennio Flaiano

Un capolavoro d’incastri, di sassolini lasciati per strada e poi ripresi. Una struttura mirabile (peccato per l’ultimo capitolo, ma di quello parlerò dopo), dove tutto regge e si sostiene vicendevolmente senza una vera e propria ossatura portante se non quell’andare senza senso in un’Africa rappresentata come un luogo irreale, con il continuo pensiero di uccidere.

Vuole uccidere tutti, il tenente di cui non sapremo mai il nome, dapprima Mariam, poi il dottore, poi il maggiore, infine Johannes e persino il piccolo Elias. Un desiderio distruttivo per liberarsi dalla paura di essere accusato di omicidio e poi condannato. O forse, un bisogno di distruggersi per scuotersi dall’indifferenza e dall’apatia a cui la vita del campo l’hanno condannato.

Si trova, il tenente, in Abissinia durante la campagna fascista del 1936. Il caso – assurdo e indifferente e innocente come tutti i casi – lo porta a perdersi mentre, durante una breve licenza, va alla ricerca di un dentista. E’ il caso, quindi (il poco eroico mal di denti) che fa cercare al tenente una scorciatoia indicatagli da un giovane zelante soldato, e che lo fa perdere nella boscaglia, sino ad incontrare Mariam, che si sta lavando, nuda, in una pozza. Dopo la prima idea di chiedere la strada per l’altopiano alla donna e poi di andarsene, il tenente deciderà di pretenderne i favori. Questa sua decisione, come tutte le altre che prenderà lungo il romanzo, non sono dettate da chiare motivazioni, se non, forse, come ho detto prima, dal desiderio di scuotersi dall’apatia abulica e dalla morte sonnolenta della vita al campo. La donna lo allontana, seria, ma senza particolare rabbia, e alla fine giaceranno insieme. Di nuovo il caso, e il sassolino lasciato da Flaiano. La donna porta sui capelli un turbante bianco. Apparirà molto più tardi, in testa ad altre donne, un turbante simile, e il tenente scoprirà che è sinonimo di lebbra. Chi lo porta è un appestato, un intoccabile..

Giace con la donna, il tenente, e di nuovo pensa di andarsene e di lasciarla, e di nuovo resterà con lei anche quella notte, così come resterà poi a lungo con Johannes, forse il padre di Mariam, che incontrerà in uno sperduto villaggio dove il vecchio vive ormai solo con i suoi morti.

Poi, di nuovo il caso. Mentre lui e la donna giacciono abbracciati, l’ombra furtiva di qualcosa (una bestia feroce, forse), si avvicina al fuoco. Il tenente spara, e una pallottola colpirà gravemente Mariam. Ed ecco di nuovo il tormentarsi dell’uomo sulle decisioni da prendere: correre di notte, al buio, con le fiere spaventose che possono aggirarsi nella boscaglia a chiedere aiuto chissà dove e chissà a chi, o restare accanto alla donna morente? Infine, l’unica scelta che il tenente riterrà possibile: uccidere Mariam, nasconderne il corpo, evitare così possibili denunce ed arresti.

Da qui, la sua odissea, fisica ed emotiva: vagherà a lungo per quell’angolo remoto di mondo, dove l’Africa non è più Africa ma un posto indeterminato che si fa metafora; incontrerà vari personaggi, penserà sempre e solo che possano sospettare di lui, e sempre desidererà ucciderli.

Romanzo splendido, scritto in modo magistrale, dove la tensione dell’attesa del castigo, o forse del suo desiderio, mettono in continua tensione il lettore (il pensiero a Delitto e castigo di Dostoevskij mi è venuto spontaneo, oltre che a “Lo straniero” di Camus a cui molti hanno fatto riferimento per l’atmosfera esistenzialista, il non senso e l’apatia che percorrono il libro). Tutti i personaggi sono vividi e vivi, uno più incisivo dell’altro – di ognuno si ricorda un particolare, un sorriso, una frase, il carattere o lo sguardo, come la splendida figura di Johannes, ma anche il maggiore, e il piccolo Elias, e la stessa Mariam.

Tempo di uccidere poteva essere un capolavoro se non fosse stato per quell’unico neo dell’ultimo capitolo, dove il tenente, assieme a un suo amico sottufficiale, fa un lungo excursus sugli avvenimenti capitatigli analizzando tutti e vari perché e percome, le diverse possibilità che avrebbero potuto essere “se”, le motivazioni degli atteggiamenti altrui, in un tentativo di chiarire dei lati oscuri che forse sarebbe stato meglio lasciare vaghi , invece “ha dovuto scrivere un ultimo capitolo per chiudere i buchi che le troppe combinazioni, simmetrie, coincidenze, avevano finito con l’aprire”.cit.

Ma d’altra parte sono convinta che ogni romanzo non può che rischiare la perfezione, con la speranza di non raggiungerla mai.

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SONO IO CHE L’HO VOLUTO, DI CYNTHIA COLLU

Violenza non è solo uno schiaffo, o un pugno. Violenza sono anche le offese, il denigrare continuo, violenza è erodere a poco a poco l’autostima di una persona, sino a renderla incapace di valutarsi se non attraverso l’approvazione del proprio partener.
Questo romanzo parla di una coppia “normalmente” infelice, una delle tante. L’importante è riconoscere il limite che l’altro non dovrebbe mai oltrepassare, e imporselo.
La mia intervista a La 27esima ora del Corriere della Sera.13315708_10209356548456218_5836206862767834810_n[2]

La felicità è autentica solo se è condivisa- Il mio commento a Rayuela di Julio Cortázar, scrittore ragno.

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La felicità è autentica solo quando è condivisa.

“Sto leggendo Rayeula e non so esprimere quello che provo. E’ l’Incontro che si desidera da sempre, è amore, non so, è gioia della Scrittura, no, non solo quello, sono le immagini e le emozioni nascoste da sempre nelle pieghe dell’anima, e che ora ritrovo, e riconosco come mie. Sono sensazioni antiche e pure mi sorprendono, da tempo aspettavo che qualcuno le risvegliasse.
Uno scrittore così è un dono incontrarlo.
Sono una lettrice fortunata.”

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Vado lenta nella lettura, troppo importanti le immagini, ci sono gesti minimi che spalancano storie, aprono il cancello sul Giardino Incantato e io desidero solo entrare e perdermici e pensare il non detto, la coltellata improvvisa della bellezza mozzafiato, così continuo a rileggere brani, leggo e riscopro e scopro ancora e ancora parole belle, stupita e grata di questo Incontro, da tempo desideravo un autore così.
E’ ciò che un lettore sogna da sempre, l’incontro col suo Scrittore, e qui voglio ringraziare La Gradiva per averlo proposto nel gruppo di lettura, perché altrimenti gli sarei stata alla larga, diffidavo, troppo acclamato, troppo celebrato, troppo esaltato Cortázar, e io stupida lo rifiutavo, come sempre si fa con le cose di cui si teme l’importanza.
Belle le sue riflessioni, le sue elucubrazioni, spesso devo cercare su Wiki di chi cavolo stia parlando, è una raffica di nomi di personaggi di luoghi a me sconosciuti, mi sento ignorante eppure felice di esserlo, perché così ho occasione di apprendere sempre di più.

Julio Cortazar: scrittore ragno, fanculo a te!, sono caduta nella tua tela e più mi dibatto più ne resto impigliata, fisso ipnotizzata i tuoi otto occhi d’ossidiana mentre ti avvicini lento, costruendo parole nere e lucide nelle quali mi avvoltoli, preciso e costante, serio e tenero, e mentre mi usi e mi pieghi come un’adolescente, mentre mi fai “bere il seme che scorre per la bocca come una sfida al Logos”, il ventre mi trema pallido come luna nel pozzo perché so (e so) che il sentirmi succhiare sarà dolce, un succhiare definitivo, senza possibilità di ritorno, benedico l’involucro trasparente che rimarrà di me perché anche quello ti ha conosciuto “in un ultimo atto di conoscenza che solo l’uomo può dare a una donna”. E piangerò anch’io di felicità, sto già piangendo, svuotata dalla tua forza magnifica, esaltata da squallida puttana a costellazione, e infine balzerò da una stella all’altra, e poi precipiterò, prendendo fuoco.

Grazie infine per non rendermi la lettura facile, per costringermi a seguirti fiduciosa nel tuo labirinto, grazie Julio perché mi spiazzi, perché hai il coraggio di disgustarmi quando vuoi disgustarmi, perché sai far male, perché mi fai fare fatica su fatica, perché mi metti alla prova, perché mi sorprendi sempre, perché omaggi la mia intelligenza di lettrice, perché, in definitiva, non mi consoli.

 

«Chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova di grandezza» – Melville.

Melville non ha scritto solo Moby Dick. Ha scritto anche meravigliosi racconti, tra cui Bartleby lo scrivano, forse il primo esempio in narrativa di alienazione dal lavoro.

Bartleby fa lo scrivano, Copia e compila diligentemente le carte che il suo padrone gli passa.
Un giorno decide improvvisamente – per motivi che al lettore non saranno mai dati conoscere – di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, “Preferirei non farlo” (I would prefer not to). Da quel momento rimarrà inerte alla scrivania, poi in piedi per ore a guardare fuori dalla pallida finestra dietro un paravento, non uscirà mai durante la pausa, non berrà né tè né birra, arriverà a dormire di nascosto nello stesso ufficio, preoccupando prima, impietosendo poi il suo datore di lavoro che un giorno lo scopre e che non riesce a farsi una ragione del suo comportamento.
Il fatto è che Bartleby, semplicemente, ha deciso di negarsi al mondo.
Perché?
L’autore non ce lo dice.

Credo che in questo – straordinario! – racconto Melville abbia voluto parlare di quello straniamento che prenderà più avanti il nome di “alienazione”, dal lavoro come dalla vita.
Forse, Melville, parlava anche di se stesso, della situazione che stava vivendo come scrittore.
Ecco di seguito un brano che chiarisce il suo stato d’animo.

[..]
Melville è costretto a rivedere in modo radicale il proprio sistema di scrittura, accettando non solo di misurarsi con la dimensione breve del racconto ( Bartleby , se si escludono alcune prove giovanili di scarsa importanza, ne è il primo esempio), ma anche di pubblicare a puntate le opere di maggior respiro prima che vedano la luce in volume. Tale scelta, se da un lato risponde alla volontà di non lasciar cadere offerte di pubblicazione da parte di riviste legate alle sue case editrici, al tempo stesso riflette anche una malcelata volontà degli editori di assicurarsi un controllo diretto e costante sui testi da lui scritti (troppo spesso non rispondenti nella loro stesura definitiva alle descrizioni fornitene dall’autore alla firma del contratto) e contribuisce a spiegare il progressivo abbandono della narrativa da parte di Melville (proprio Billy Budd ne segnerà l’estremo, folgorante ritorno) , il suo ritiro nel Berkshire, la sua scelta dell’autoesclusione e della solitudine, dell’accettazione di una coleridgiana morte-in-vita. Pubblicare a puntate, infatti, significa, in pratica, rinunciare al tanto reclamato “diritto al fallimento” dell’artista («Chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova di grandezza»), arrendersi senza riserve a una logica di mercato da lui sempre sdegnosamente rifiutata («Questo paese e tutti i suoi affari sono amministrati da robusti colonizzatori del nord-ovest – individui di tutto rispetto, ma senza il minimo interesse letterario – ai quali non importa un fico degli autori tranne di quelli che scrivono i libri oggigiorno più vendibili, ovvero giornali e riviste») condannandosi a scrivere non più per se stesso, bensì per il pubblico.

Delusione, quindi. Del mondo editoriale, e forse anche dei lettori, che non l’hanno capito, non lo capiscono, lo capiranno troppo tardi.

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Ecco il momento è giunto – Il Male Oscuro di Giuseppe Berto

Mi dice, Sai che il sardo è una vera e propria lingua e che alcune parole sono identiche al latino?

Gli brillano gli occhi quando parla della sua terra. Pencola con la testa un po’ di qua, un po’ di là, il suo grosso naso ne segue il movimento, come un compasso che disegni nello spazio cieli grevi di luce, alberi di ulivo contorti in un abbraccio millenario, e in fondo, proprio in fondo, la linea piatta del mare.
Mi dice, Per esempio questa frase – pone tre panes in bertula – tu sai che vuol dire?
Io l’immagino, perché al liceo ho studiato latino, ma col capo gli accenno di no, e lui piega il suo in avanti, il naso è la cosa che vedo meglio, non è proprio grosso, é lungo e storto come un ramo di ulivo, anche la sua bocca è storta, si solleva leggermente di lato mentre parla. Solo gli occhi sono diritti, due linee azzurre.

Anche quel giorno i suoi occhi erano due linee azzurre. Eravamo nella mia stanza, soli. Non mi guardava. Non mi guardava mai, né mai mi rivolgeva la parola. Io avevo quindici anni, allora, e non sapevo cosa dirgli. Lui non sapeva di che parlarmi. Quando ci capitava di ritrovarci assieme, passavano tra noi lunghi silenzi. Confondevamo il disagio con rumore di posate, se si era a tavola, lo disperdevamo con movimenti bruschi, lo sguardo sempre altrove, se per caso ci incontravamo in qualche stanza.
Quel giorno aveva in mano un libro. Teneva il capo basso, le linee assorte degli occhi contemplavano la copertina. Ha cincischiato un po’ con le pagine. Pareva indeciso. Poi ha alzato lo sguardo. “Questo romanzo mi ha fatto stare male. Ci sono dentro” mi ha detto. Nient’altro.
Era la prima volta che mi rivolgeva la parola per parlarmi di sé.
Ho allungato il collo, ho guardato il titolo. Era “Il male oscuro” di Berto.

Questo ricordo di mio padre mi è rimasto dentro a lungo, né mai ho avuto il coraggio di leggere il romanzo.
Anni dopo – tanti – scoprii all’ultimo momento che ero nella cinquina finalista del Premio Berto Opera Prima. La cinquina fu estratta il giorno del mio compleanno. Pensai a mio padre, a quelle uniche parole che mi aveva regalato, alla strana coincidenza del nome del premio, e a quella della data.
Quando sono salita sul palco insieme agli altri quattro finalisti, sentivo che avrei vinto.

Gli anni successivi ho continuato a stare alla larga da questo libro. Paura di leggervi la sofferenza non detta di mio padre. Ma sapevo anche che sarebbe arrivato il momento in cui avrei potuto farlo.
Ecco, il momento è giunto.
Grazie a quelli che con pazienza hanno voluto leggermi fin qui.

Commentare questo romanzo non mi è facile: vi è totale mancanza di struttura narrativa che trova vita (e che vita!) nel ritmo narrativo che ci trascina negli Inferi insieme all’autore, e mentre con lui cerchiamo le radici del nostro ambiguo malessere, riusciamo persino a ridere, o a sorridere, perché Berto ha il dono dei grandi narratori autobiografici, possiede cioè quell’umorismo salvifico che ci rende più simili a Dio o più vicini a lui, se poi fa differenza.
Berto ce l’ha col padre suo, lo lascia morire senza la sua presenza filiale, gli sembra che tutto vada bene e poi invece, subdola e improvvisa, ecco che inizia l’angoscia. Dallo scatenarsi del male oscuro e dalla paura d’impazzire, nasce timido il coraggio di voler scoprire le cause di questo malessere, ed ecco la discesa agli inferi. Coraggio e vigliaccheria accompagnano questa ricerca con un torrenziale flusso di pensieri; i pensieri costruiscono gli eventi che si giustificano nel valore liberatorio della parola; il ritmo narrativo ci travolge con i suoi flash-back e la quasi totale mancanza di punteggiatura; ogni tanto si pensa di poter riprendere fiato, ma è solo un’illusione, Berto ci trascina con lui negli abissi della psiche e della coscienza, riuscendo infine a risalirne grazie al potere terapeutico della scrittura, e noi, con un sospiro di sollievo, risaliamo con lui.

Ho cercato a lungo il padre mio tra queste pagine. Per fortuna, non l’ho trovato. Né mai saprò se soffrisse veramente di depressione, o se quel giorno o solo in quel periodo ne fosse turbato. Meglio così.

Per quanto mi riguarda, ho invece trovato molte risposte, e ora finalmente mi sono liberata della paura di questo libro, e della paura di conoscere il padre mio.

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(Dipinto di Antonio Sgarbossa)

COME PERIMMO, CIASCUNO DA SOLO – Gita al Faro di Virginia Woolf

Ultimamente mi sto imponendo di leggere dei classici considerati universalmente dei capolavori. Ho iniziato questo libro senza troppo entusiasmo, e dopo una trentina di pagine ero già bell’e che stufa.

Ma qualcosa, una vocina, (la tua, Virginia?) mi diceva di proseguire, perché avrei trovato tanto, così tanta bellezza da rimanerne colpita e affondata.

Il romanzo è strutturato in tre parti. Scena prima: attraverso una finestra perennemente spalancata possiamo osservare i personaggi – la signora Ramsay, il marito, i figli tra cui Cam (la Woolf da piccola), Lily Briscoe (la Woolf da grande) e tanti altri – muoversi come su un palco teatrale o un film a inquadratura fissa, ne sentiamo i pensieri (un flusso di coscienza spesso interminabile), li vediamo agire, cominciamo a capire chi sono e, soprattutto, cosa rappresentano per l’autrice.
La prima scena è quella della memoria: l’autrice ricorda l’infanzia di una Virginia bambina. La madre, la signora Ramsay, è il centro attorno a cui ruotano tutti gli altri personaggi. Bellissima eppure noncurante della sua bellezza che incanta, capace di sottomissione verso un marito sempre incombente, iroso e malinconico, detestato e amato dai figli – la signora Ramsay dispensa attorno a sé la sua positività, manipola inconsapevolmente (o forse no) le persone che le ruotano attorno, gli ospiti della casa, esortandoli spesso al matrimonio, il tempio protetto in cui lei ha trovato rifugio impedendosi ogni tentativo di autonomia e di ribellione.
Sin dal grandioso incipit siamo davanti alla finestra, osservando la signora Ramsay e il figlioletto James.
“Sì, certo, se domani fa bel tempo” disse la signora Ramsay “però dovrai essere in piedi con l’allodola” aggiunse. Si sta rivolgendo a James, il figlioletto di sei anni, che tanto desidera fare la gita al faro che dà il titolo al romanzo.

Questa gita, per intromissione brutale e indifferente del padre, non si farà. “Ma” disse suo padre fermandosi davanti alla finestra del salotto, “non sarà bello.” E James inizierà a odiarlo con tutte le sue forze.
Eccolo qui il tiranno, il despota forse inconsapevole che pretende sottomissione e poi amore, che ridicolizza e sgrida, che si lascia andare a scatti d’ira scaraventando una ciotola di latte fuori della finestra per poi chiedere conferma alla moglie di essere sempre amato, e la cerca, da lontano, terribile e ululante come un lupo.

La seconda parte – la più difficile da scrivere, disse poi Virginia – è uno stretto passaggio che unisce la prima (l’infanzia) all’ultima, dove finalmente questa gita – simbolo di crescita e soluzione dei problemi dei personaggi – si porterà a compimento. Sono passati dieci anni. La casa è stata abbandonata. Il giardino è incolto. La signora Ramsay è morta. In questa casa, che guarda con occhi vuoti, tutto parla di morte e di abbandono. I Ramsay hanno deciso di fare la gita rimandata nel tempo, e chiedono alle due donne che hanno in cura la casa (due personaggi del tutto in antitesi con la ieratica curatrice di un tempo, la signora Ramsey) di sistemarla. L’assenza/presenza della signora Ramsay diventa dolorosa persino per gli oggetti che lei toccava. E’ sicuramente la parte più ostica del romanzo, ma io l’ho trovata straordinariamente bella, perché la Woolf riesce a farci vedere la morte e l’abbandono attraverso la descrizione di questa casa, che ne diventa il vero personaggio.

Finalmente, nella terza parte, si sciolgono tutti i nodi. La gita al faro si compie mentre il signor Ramsay sulla barca declama il suo ritornello preferito, Come perimmo, ognuno da solo, e intanto schiaccia un pesce agonizzante, e James, ormai sedicenne che ha guidato da marinaio provetto la barca, viene finalmente lodato dal padre e fa pace con lui, superando il complesso di odio e amore nei suoi confronti.
E Lily Briscoe (la Woolf da grande) una pittrice che dieci anni prima, vedendo la signora Ramsey e il piccolo James alla finestra aveva deciso di ritrarli senza però mai riuscire a finire il quadro, finalmente traccia la linea risolutiva e porta a compimento la sua opera (ossia metaforicamente la scrittura dell’autrice) risolvendo così il suo lutto per la perdita della madre.

Credo che per apprezzare questo romanzo bisogni avere tempo. Tempo e pazienza. La fretta non si addice alla Woolf. Il suo narrare così lento (senza che qualcosa accada veramente), è una continua riflessione sul come si è e sul perché si diventa così, sulla vita e sulle sue infingarde menzogne, sui rapporti umani e sulla loro complessità.
Lasciandosi andare al ritmo ipnotico e alle infinite ma profonde riflessioni dell’autrice, non si potrà che rimanere affascinati dalla bellezza della sua scrittura e dalla limpidezza del suo pensiero.
Consigliatissimo.

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