Il mio commento live al mio romanzo “Sono io che l’ho voluto”

Che buffa cosa è accettare di non essere amati, è come combattere il tempo a mani nude. Lui ride quando mi ascolta e mi dice che, a starmi a sentire, dovrei esser già morta un sacco di volte. Ma forse io sono già morta un sacco di volte, e ognuna è stata tremenda e solitaria.
Le ho scritte io queste parole? Se non fosse perché riconosco la scrittura, penserei che qualcun altro l’ha fatto per me.
Il lamento di Teodoro mi giunge debole dalla sua cameretta. Spengo la torcia e chiudo gli occhi.
Nel silenzio che segue rimango ad aspettare che qualcosa succeda, forse un’altra morte, e sarà comunque tremenda e solitaria.

 

 

 

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Oggi nasceva Marguerite Yourcenar “Noi abbiamo una sola vita: se anche avessi fortuna, se anche raggiungessi la gloria, di certo sentirei di aver perduto la mia, se per un solo giorno smettessi di contemplare l’universo”

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ALEXIS, DI Marguerite Yourcenar
Con questo straordinario romanzo nel 1929 Marguerite Yourcenar esordì a soli 24 anni nel campo della narrativa. “Alexis” va letto e riletto, perché ha la stoffa dei grandi libri, stoffa che più tocchi, più apprezzi. Di seguito il mio commento.

Un uomo da tempo sa di lottare vanamente contro le proprie pulsioni sessuali, Decide di scrivere una lunghissima lettera alla moglie prima di abbandonarla, raccontandole la strenua lotta che ha combattuto da sempre contro la propria omosessualità.  Un libro prezioso e raro, che la Yourcenar non ha mai voluto riscrivere, certa com’era di aver detto quello che doveva dire. Segue il mio commento.

Un romanzo bellissimo. Una scrittura impareggiabile. Avrei sottolineato quasi ogni frase, se il libro non fosse stato di proprietà della biblioteca. E La Yourcenar, quando lo pubblicò, aveva solo 24 anni.

L’incipit. “Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima. Non mi piace troppo scrivere. Ho letto sovente che le parole tradiscono il pensiero, ma mi sembra che le parole scritte lo tradiscono di più.”
Vero, aggiungo immeritatamente io.

Alexis da anni lotta contro la propria omosessualità ritenendola una malattia, una sporca perversione. Non ha mai avuto il coraggio di confidarsi con la moglie, anzi, ha sperato, disperatamente sperato, che col matrimonio lui potesse rientrare nei binari della “normalità”. Si è spesso costretto a “non pensare”, a non andare nei posti dove poteva trovare l’amore fisico che voleva, l’unico che voleva: quello con altri uomini; l’amore che sogna, che riesce a eccitarlo, che desidera spasmodicamente. Ma si arriva sempre a un punto in cui l’esigenza di essere se stessi diventa talmente pressante da togliere il fiato. Si arriva al punto in cui o si muore, o ci si accetta. E Alexis ha deciso di accettarsi. Prende il coraggio a quattro mani, e scrive alla moglie una lunga lettera: la sua confessione.

Alla fine di questa (splendida) lettura mi è rimasta addosso però solo tristezza. Una tristezza che mi ha accompagnata a lungo, per giorni, e di cui ora desidero liberarmi. Non sono riuscita ad appassionarmi al tormento del protagonista, Alexis, per quanta sofferenza trasudi da ogni sua parola, dalle sue ammissioni di colpa, dai suoi tentativi di spiegare, di sperare – forse, e senza forse – nella comprensione di Monique, che riceve questa lunghissima lettera confessione.  E  le dice addio con parole terribili: “Ti chiedo scusa, il più umilmente possibile, non tanto di lasciarti, quanto di essere rimasto così a lungo.”
Essere rimasto così a lungo. Averla ingannata così a lungo, ma soprattutto avere ingannato se stesso. Giustamente, è la propria persona che interessa Alexis. Monique è solo lo specchio su cui l’uomo riflette il proprio tormento. E’ la donna che lo ama, che ha accettato di sposarlo credendo di avere con lui una vita normale: di essere amata, cercata, desiderata. Piccole cose insignificanti che danno senso alla vita. Invece troverà solo silenzi. Silenzi devastanti. E tanta tristezza, che la farà ingrigire. Si spegne giorno dopo giorno, Monique, cercando di entrare in contatto con Alexis. Un contatto che lui fuggirà ostinato, pieno di ribrezzo, di vergogna, di sensi colpa. Intristendosi mortalmente anche lui. Riconoscerà, a un tratto, di aver ucciso la parte bella di Monique: era una donna solare, dolcissima, e ora è solo uno sguardo rattristato, basso, incapace di rimproveri. Era probabilmente Monique un vulcano di sensi pronti a esplodere, a darsi con tutta la passione della carne a un uomo, e lui è riuscito a trasformare quelle braci ardenti in povera cenere. Si rifugiano, i due, in una religiosità devota e fervente. Si stordiscono di preghiere. Fingono, così, di avere un rapporto normale.

Mi spiace, non riesco a impietosirmi per la sofferenza di Alexis, per il suo torturarsi, il suo vano cercare di non cadere “nel peccato”. E’ Monique, che amo. La sua sofferenza senza risposte e la dolcezza con cui cerca di comprendere il marito mi hanno commossa sino alle lacrime.
E quando finalmente Alexis, mentre suona il pianoforte, bacia le proprie mani perché prende coscienza che non può più rinnegare se stesso, e che le sue mani, una volta anonime e sbiadite, ora lo libereranno di Monique, (“le mie mani, Monique mi avrebbero liberato di te”), io respiro di sollievo insieme a lui, e mi auguro che anche Monique, alla fine, tiri il fiato e faccia un gran sospiro, e s’incammini, anche lei, in una storia solo sua che la faccia riappropriare di se stessa, e magari bastarsi.

#iostoconmonique

 

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Lo sputo

Scrivere un racconto in sessanta righe

pubblicato sul Corriere della Sera, inserto Vivimilano 2005 per il concorso “In sessantarighe”

Alfred-Stieglitz-–-Hands-and-Scratch
Il rumore monotono s’inceppò. Aguzzai gli occhi nel buio.
Ero entrata in quel negozio per comprare qualcosa da mangiare ed ebbi l’impressione di esserci già stata. Forse era per qualcosa che c’era nella stanza. Una puzza di vecchio, di muffa. Non riconoscevo il locale, eppure mi era familiare.
Mi guardai attorno. Il posto era buio, nonostante fuori ci fosse una luce impietosa.
Era agosto inoltrato, e Milano era deserta. Lì vicino scorreva il Naviglio, risento l’odore della melma mentre apro la porta ed il campanello suona.
O forse era il negozio che puzzava.
Buongiorno, dissi.
Buongiorno, rispose una voce.
Era una donna anziana, i capelli completamente bianchi, gli occhi grandi.
In lontananza passò un tram, fece tremare tutto il pavé. Sferragliò per un po’, poi tacque.
Accanto alla donna c’era la padrona del negozio.
Buongiorno, ripetei. Lei rispose con un cenno del capo.
Il rumore in sottofondo, monotono, prese corpo e ingrandì nel silenzio. Doveva essere un vecchio ventilatore. Quando finiva la corsa s’inceppava, e l’apparecchio andava in apnea. Un sospiro e riprendeva.
Le due donne mi fissavano. Mi sentii a disagio.
La donna anziana si scosse e si rivolse alla padrona.
Ho lavorato tanto, sa, le disse, tutta una vita di lavoro, e adesso, senza accorgermene, mi ritrovo vecchia. Eppure solo ieri ero giovane anch’io.
Fece cenno verso di me.
Avevo i capelli scuri e ricci, come i suoi, e pensavo di mangiarmi il mondo intero. Eh, signora mia! la vita è proprio uno sputo.
La donna smise di parlare. Pagò ed uscì. Nel passarmi accanto mi sorrise ancora.
Comperai del pane. Pagai ed uscii. Non dissi una parola.
Fuori, la luce accecante del giorno.
Milano sbadigliava, si scuoteva, si riappisolava. Non c’era in giro un’anima viva.
La luce mi diede fastidio agli occhi. Non riuscivo a vedere il cielo, solo una cupola informe di strati grigi. Il caldo era soffocante.
Milano nel suo splendore estivo.
Andai a sedermi nell’ombra di un platano. Un merlo sopra di me fischiò, neanche il tempo di vederlo ed era volato via. Un frullio d’ali scuro nel bianco del cielo.
Sentii un altro tram sferragliare. Mi guardai in giro. La luce era bianca, impolverava ogni cosa. Sull’asfalto scorsi delle pozzanghere. Milano lago di luce.
E’ il caldo, mi dissi. Un miraggio. Come nel deserto.
La mia voce cadde nella luce. Ero completamente sola al mondo.
Mi riscossi, presi il pane e lo mangiai. Non mi diede nessuna soddisfazione. Guardai in alto per vedere se il merlo era tornato. Il cielo sopra di me era vuoto.
Sentii ancora la fame e mi misi alla ricerca di un bar, ma sembrava che in quella parte della città non ce ne fossero mai stati.
Entrai in un negozio d’alimentari ancora aperto. Sorrisi alla padrona e le chiesi se aveva del salame. Mi rispose di no, le era rimasto solo del prosciutto. Presi il prosciutto.
Mentre stavo per pagare la porta si spalancò. Entrò di nuovo l’odore del Naviglio.
Mi voltai. Una figura s’inquadrò nel vano della porta.
Una ragazza. Molto giovane. Socchiuse gli occhi per lo sbalzo di luce. Poi mi vide e disse buongiorno. Buongiorno, risposi.
Aveva i capelli ricci e gli occhi grandi. Indossava un vestitino a fiori. Non parlava, sembrava a disagio.
Volli dire qualcosa e l’occhio mi cadde sullo specchio dietro al bancone. Una vecchia con un vestito a fiori mi osservava. Aveva i capelli bianchi e gli occhi grandi.
Quello sguardo non l’avrei dimenticato mai più.
La ragazza si scosse. Buongiorno, disse alla padrona.
La donna salutò col capo. Ci fu silenzio.
Poi udii il rumore di un ventilatore.
Per un attimo s’inceppò, ma subito riprese indifferente la sua corsa.

 

Donna, il tuo nome è danno (da sempre)

«Il più gran male che Dio fece è questo: le donne. A qualcosa par che servano, ma per chi le possiede sono un guaio» (Semonide).
Leggendo “L’ambiguo malanno” di Eva Cantarella

L’espressione “ambiguo malanno” è tratta da “Ippolito” di Euripide. La scrittrice analizza la condizione della donna dalla preistoria all’epoca romana, soffermandosi soprattutto su quest’ultima e su quella greca, cercando una spiegazione, o almeno una traccia, delle origini della  discriminazione nei confronti della donna.
Ecco di seguito alcuni interessantissimi brani. Enjoy!

“O Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole? Se proprio volevi seminare la stirpe dei mortali, non dalle donne dovevi produrla: ma che gli uomini comprassero il seme dei figli, depositando in cambio nei tuoi templi oro o ferro o peso di bronzo, ciascuno secondo il valore del prezzo, e viver senza donne in libere case. Ora invece, per portarci in casa questo malanno, distruggiamo le ricchezze della casa. E da questo è chiaro che la donna è un grosso guaio, se il padre, che l’ha generata e allevata, aggiunge una dote e la colloca in altra casa, per liberarsi da un guaio! Chi si è preso questa terribile genia in casa, gode, sciagurato!, a ricoprire questo idolo maligno con ornamenti e vestiti, consumando le ricchezze della casa! Ed egli si trova in questa necessità, che, se si è imparentato con parenti di alto rango, deve tenersi e godersi una moglie odiosa; e se ha sposato una brava donna, deve tenersi inutili parenti e, col bene, sopportare un malanno. La cosa migliore è l’aver in casa una donna da nulla, ma almeno inutile nella sua stupidità.

La donna saputa, la odio! Non me ne capiti in casa una, che pensi cose più grandi che a donna conviene. È proprio in queste donne intelligenti che Cipride ingenera la scelleratezza: mentre la donna semplice si sottrae alla follia per il suo poco senno. Bisognerebbe inoltre che alla donna non si avvicinassero ancelle, ma le stessero accanto solo muti mostri di fiere, perché non possa rivolgere parola ad alcuno e nemmeno, a sua volta, ascoltare i discorsi delle altre. Ora invece, in casa, le scellerate meditano disegni scellerati e le ancelle li portano fuori.

E così anche tu, scellerata, sei venuta per commercio col talamo vietato di mio padre! Dovrò purificarmene con acque correnti, lavando le mie orecchie. Ma come potrei essere scellerato io, che solo per aver udito queste proposte non mi ritengo puro? Sappilo bene, o donna: ti salva la mia pietà; se non fossi stato sorpreso senza difesa con giuramenti sugli dèi, certo non mi sarei trattenuto dal riferire questo a mio padre. Ora me ne andrò da questo palazzo, finché Teseo è lontano, e terrò chiusa la bocca. Ma tornando qui con lui, voglio vedere come lo guarderai in faccia, tu e la tua padrona: e conoscerò la tua sfrontatezza, io che l’ho assaggiata. Possiate morire! No sarò mai sazio di maledire le donne, anche se qualcuno dice che lo ripeto sempre: esse infatti sono sempre scellerate.

E qualcuno insegni loro ad essere oneste, o lasci che io imprechi sempre contro di loro!” -Euripide

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Premio Speciale della Critica al mio romanzo “Sono io che l’ho voluto”.

 

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Con grande emozione condivido con voi la notizia che il mio romanzo “Sono io che l’ho voluto ” ha ricevuto il Premio Speciale della Critica nel Premio letterario Città di Cattolica.
Ci tengo a ringraziare ancora una volta le persone che hanno letto e apprezzato il mio libro, convinta che ne saranno altrettanto felici.

 

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Una video intervista sullo scrivere. Non esistono aspiranti scrittori: o lo si è, o non lo si è, anche se non si è stati pubblicati.

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Dove sei? Lettera d’amore

 

(gli uomini non scrivono più le lettere d’amore d’una volta)

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Non sono affatto lontano, per tutto il giorno non sono riuscito a non pensarti. In questi giorni ho un gran bisogno di vederti e ho molto bisogno di te (forse non dovrei dirtelo). Accidenti, faccio fatica a scrivere, vorrei averti qui di fronte, seduta a gambe incrociate con gli occhi che si perdono nei miei e viceversa.

Ieri, quando ti ho abbracciata e dicevo di essere tranquillo, ho sentito quel NOI in modo incredibile, ho sentito io uomo tu donna in un incastro infinito asessuale. Non fraintendermi, ti desidero ma ieri è stato diverso. Voglio amarti nel modo più puro più disinteressato, ma qualcosa dentro mi spinge a volerti rapire, a incorporarti.

Devi raccontarmi delle tue ferite per liberare finalmente la mente.

Sai continuo a pensare a noi due su una harley davidson che viaggiamo per il mondo, con in sacchi a pelo in spalla e sulle labbra un sorriso.

La scorsa notte mi sono addormentato con l’immagine di noi due su una H.D., corriamo su un’autostrada cantiamo e tu mi stringi e ridi e io grido wao a tutte le macchine.

Wao questo è molto bello.

Ti amo e mi domando perché non me l’hai detto prima. Ho bisogno di sentirti vicina, di proteggerti e di ascoltare le cose che sai e che devi dirmi. Mi rendo conto che è toglierti la tua libertà, mia adorabile selvatico essere, ma ora sento questo.

Alcune volte penso di stare volando poi mi dico cacchio siamo veramente fra le nuvole per questo mi sembra irreale.

Di una cosa ti prego, non idealizzarmi, sono molto semplice, ho tanti difetti, paranoia, egoismo, feticismo e amore opprimente. Ti amo accidenti non riesco a capire quanto, deve essere infinito.

Wao sono felice perché mi rendi felice, perché esisti, perché noi siamo figli della terra, voglio parlarti dell’intuizione panteista che sto avendo in questo periodo.

Siamo WAO e stiamo sprecando la vita chiusi nella gabbia.

Mi viene in mente un film “e per tetto un cielo di stelle” vuoi essere la donna di un vagabondo? Forse non creerò mai niente di duraturo, ma vivere per sentirsi vivi mi basta.

Sento di amare la natura, tu sei la natura noi siamo la natura, wao, sto salendo. Il sole ha squarciato le nuvole si riflette caldo di luce sui palazzi e schiarisce l’ombra del mio balcone.

Perché non viviamo insieme? Lo so, sto uscendo troppo dalla realtà ma lo desidero infinitamente.

Essere bisogna essere (non per gli altri ma per noi per l’Universo, wao). Parigi Londra Istanbul Benares San Francisco Rio de J. ci attendono, ma anche il deserto dei Gobi, le montagne e i santoni del Tibet, l’Amazzonia le calde piramidi dell’Egitto wao bisogna vivere e questa è la vita più intensa e completa che si può fare. Dimenticavo l’Australia con i suoi canguri e le Seychelles con i frutti afrodisiaci.

Ti amo wao sto per impazzire in questo miraggio di vita, dobbiamo realizzarlo, dobbiamo, mi vien da piangere per la gioia o sa il diavolo, ma ho paura che tutto possa finire; non so se saprei reggere ma non importa.

Ciao Cynthia, ti amo
M

 

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