IL RAGAZZO CHE TOCCO’ IL VOLTO DI DIO

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Tempo addietro facevo teatro. Io e una mia compagna stavamo preparando un pezzo per il saggio di fine d’anno, improvvisando delle battute, quand’ecco che lei se ne esce con dei versi stupendi. Belli, dico, di chi sono? Lei fa spallucce. Non lo so, li avevo trascritti su un quaderno che poi ho ritrovato. Glieli faccio ripetere. Ne rimango affascinata. Le propongo d’inserirli nel nostro pezzo. Lei accetta.

Per anni mi sono chiesta di chi fosse quella poesia. Alla fine, come succede per tante cose, mi sono dimenticata di lei. Poi un giorno, in rete, leggo la storia di un ragazzo diciannovenne, un pilota della RCAF che prima di morire scrisse una poesia. Quella poesia.

Oggi ho il piacere di proporvi I suoi versi, e la sua storia delicata e toccante.


Aveva diciannove anni, John G. Mageee, quando morì. Ma prima di morire, allungò la mano e toccò il volto di Dio.

Era in volo sul suo aereo il giovane John Gillespie Magee, quando fu abbattuto e precipitò. Era il 1941. Lui aveva diciannove anni e tanto entusiamo, tanta voglia di vivere. John era un pilota del Royal Canadian Air Force. Era figlio di missionari (la madre inglese il padre americano) ed era nato in Cina. Seguì i genitori in molte parti del mondo e alla fine si arruolò nella RCAF. Trovò la morte nel cielo che amava tanto.

Prima di morire però scrisse una superba poesia. La leggenda metropolitana vuole che questa fosse trovata nell’abitacolo dell’aereo abbattuto. In realtà, egli la scrisse qualche mese prima ai genitori, mentre era al fronte. “I am enclosing a verse I wrote the other day. It started at 30,000 feet, and was finished soon after I landed.” “Vi includo dei versi che scrissi l’altro giorno. Li iniziai a 30.000 piedi d’altezza, e li finii non appena atterrai.” Era la poesia High Flight.

Commuove che, nel pieno di un conflitto, questo ragazzo sia riuscito ad esprimere con tanta delicatezza e intensità le emozioni di librarsi in alto, sempre più in alto, staccandosi dai rozzi legami della terra per arrivare alla libertà totale dell’aria, e alla solitudine davanti a Dio.

Questa poesia è diventata in seguito il poema ufficiale della RCAF; alcuni versi sono incisi su molte lapidi del Cimitero Militare di Arlington, e l’astronauta americano Michael Collins, nella sua missione spaziale, portò con sé sull’astronave Gemini 10 un foglio con su scritta queste toccanti parole:  Nella santità dello spazio. John e Antoine, per sempre vivi.

Buona lettura!

 

IL VOLO

Sfuggito ai rozzi legami della terra

Danzo in cielo su ali dal sorriso d’argento

Verso il sole mi sono inerpicato

Tutt’uno con le acrobazie di nuvole frammentate dal sole,

                 e ho fatto cose, centinaia

che tu non hai mai sognato – librando, svettando, in picchiata

Lassù, nella luce silente del sole. E lì, fluttuando

sono andato a cercare l’urlo del vento e ho lanciato

l’aereo impaziente attraverso le altissime sale dell’aria.

Su, su, verso l’immenso blu delirante, infuocato

Ho superato vette sferzate dal vento con grazia leggera,

lassù, dove mai allodola, e persino aquila, hanno volato;

E, nell’attimo in cui con lo spirito sospeso, silenzioso,

calcavo l’alta inviolata santità dello spazio,

ho allungato la mano, e ho toccato il viso di Dio 

 

High flight

Oh, I have slipped the surly bonds of earth, And danced the skies on laughter-silvered wings; Sunward I’ve climbed and joined the tumbling mirth of sun-split clouds – and done a hundred things You have not dreamed of – wheeled and soared and swung high in the sunlit silence. Hovering there I’ve chased the shouting wind along and flung my eager craft through footless halls of air.

“Up, up the long delirious burning blue I’ve topped the wind-swept heights with easy grace, where never lark, or even eagle, flew; and, while with silent, lifting mind I’ve trod the high untrespassed sanctity of space, put out my hand and touched the face of God.”

che il suo ricordo sia un volo delicatamente a planare.

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*foto dall’aereo di Cynthia Collu

 

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

 

 

 

 

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Anche se non leggete, state vicino a chi lo fa. Che al contrario del fumo, la lettura passiva fa benissimo. (nicolabrunialti, Twitter)

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Non innamorarti di una donna che legge,
di una donna che sente troppo,
di una donna che scrive…
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa,
che sa di sapere e che inoltre è capace di volare,
di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride
o piange mentre fa l’amore,
che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.

Non innamorarti di una donna che legge,
di una donna che sente troppo,
di una donna che scrive…
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa,
che sa di sapere e che inoltre è capace di volare,
di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride
o piange mentre fa l’amore,
che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica,
lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.

(Martha Rivera Garrido)

SE VOLETE LEGGERE L’ANTEPRIMA DEL MIO ROMANZO, ECCOLA QUI!

IMG_20170930_160706.jpgNon esistono amori infelici, esistono solo amori sbagliati

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Violenza non è solo uno schiaffo, o un pugno. Violenza sono anche le offese, il denigrare continuo, violenza è erodere a poco a poco l’autostima di una persona, sino a renderla incapace di valutarsi se non attraverso l’approvazione del proprio partener.
Questo romanzo parla di una coppia “normalmente” infelice, una delle tante. L’importante è riconoscere il limite che l’altro non dovrebbe mai oltrepassare, e imporselo.

 

 

Un amore così grande

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LA FASCINAZIONE DI UN AMORE o DELL’EPICA DELL’AMORE

 

Siamo nella Polonia del VII secolo. Si è appena consumata la tragedia degli ebrei, massacrati da parte dei cosacchi di Chmielnicki. A Jacob vengono uccisi moglie e figli; lui viene venduto come schiavo. Nel villaggio sperduto di montagna dove lo porteranno incontrerà Wanda, figlia del suo padrone Jan Bzik, una gentile che per amor suo diventerà l’ebrea Sarah, e lo seguirà sino a Pilitz, fingendosi muta per non far scoprire la sua ignoranza di yiddish dagli ebrei del villaggio. Questa la storia dei personaggi.

Poi, come al solito, c’è la Storia, quella che trascina masse e cambia i confini dei mondi conosciuti; Singer c’immerge con gesti pacati, dandoci dettagli di ordinaria quotidianità, descrizioni minime eppure – permettetemi la retorica – immense, ci racconta di case, di gente, di puzze, di colori e pensieri. E ci riesce a tal punto che ci ritroviamo ad abitare con lui in capanne umide impregnate dell’odore sfacciato della povertà, e con lui, prima di uscire, avvertiamo sulle labbra il sapore della mezuzah che baciamo con reverenza per poi confonderci tra chi va a pregare per Yom Kippur, e ci pavoneggiamo inconsapevolmente con le nostre mantelline, i copricapi, i filatteri preziosi, le vesti bianche e gli scialli di preghiera.

Ma non è questo il motivo di fascinazione che ho verso Singer (in fin dei conti altri grandi scrittori hanno ambientato i loro romanzi nella Storia, eppure non mi hanno lasciato nelle vene questo senso di pienezza, di felicità pensosa.)

E’ banalmente, che sa scrivere storie d’amore. Benissimo e bellissime. E’, banalmente, che le sue storie d’amore hanno qualcosa di epico, <i>sono </i> epiche così come lo è la storia del popolo che racconta e a cui appartiene. Perché “epico” non è solo dei Grandi Eroi. Epico è qualcosa di leggendario che trascende le ordinarie capacità umane, e che riguarda anche gli umili. E l’amore di Jacob e Sarah, con il loro avvicinarsi e respingersi, le loro lotte contro la tentazione, le fughe, i travestimenti, i tormenti della sete e della fame, il dolore da nascondere e le domande da fare di notte, al buio, quando nessuno li sente, il loro amore, dicevo, è eroico, è grandioso, è leggendario. Loro stessi diventeranno leggenda.

………………

Singer è Narratore. La sua capacità di concepire trame e orchestrare sviluppi inserendo storie nella Storia (mantenendo sempre alto il livello narrativo) fa invidia a un qualsiasi autore contemporaneo, che delle trame dei grandi romanzi, poco o niente sa concepire. E’ anche un meraviglioso Scrittore. Le sue descrizioni, soprattutto quelle paesaggistiche, sono un incanto. I suoi personaggi, pennellate decise di colore. Il linguaggio dei dialoghi segue il ritmo degli avvenimenti, così come deve essere nella buona scrittura.

Lo consiglio, quindi, non solo ai lettori ma a chiunque abbia velleità letterarie.

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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ONORE A ANNE FRANK


A dispetto di tutto quanto credo ancora che la gente abbia davvero un buon cuore.

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Un po’ di tempo fa, a causa di alcuni lavori, ho dovuto mettere dei teli a tutte le finestre. Dopo un po’ che stavo in casa, ho cominciato a sentirmi depressa. Dapprima non ne comprendevo il motivo, poi ho capito. Non potevo vedere fuori: ero esclusa dal mondo. Così mi sono venuti in mente gli scuri. Quelli messi alle finestre di Anna Frank.

Ad Amsterdam ci ero andata con mio figlio senza particolare entusiasmo. Avevamo scelto Amsterdam un po’ a caso, tanto per fare un viaggio. Lì ci siamo sciroppati il giro di routine sui canali Herengracht e Singel con una canicola che faceva rimpiangere Milano, poi il museo Van Gogh, il museo Rembrandt ed alcune chiese piuttosto anonime. Ho condotto allora il figliolo in luoghi più ameni, nel quartiere a luci rosse dove discinte escort ammiccavano da dietro le vetrine, e poi a visitare i negozi dove vendono l’hashish che rimbambish, come la chiamavamo ai miei tempi. Mio figlio, allora quindicenne, ogni tanto allungava il collo, incuriosito e nulla più. Non ci rimanevano da vedere molte cose: una di queste era la casa di Anna Frank.

Quando siamo arrivati lì davanti, abbiamo trovato una coda terribile. Il caldo era da paese tropicale, con l’umidità al 90 per cento. Ho guardato il serpentone di gente che si liquefaceva sul cemento, ho guardato il sole impietoso, a picco sulle nostre teste e poi mio figlio. Ce ne andiamo, gli ho detto. Lui ha puntato i piedi: no, voglio vedere. Così ci siamo messi in coda.

All’inizio ricordo la ressa. Un fiume di gente ammassata negli uffici che si ficcava reciprocamente i gomiti nelle reni, aliti, profumi di sudore estivo, chiacchiere improbabili. La ressa rumorosa è continuata nei locali del magazzino dove lavoravano gli impiegati di Otto Frank, padre di Anne, e poi su per le scale. Ci siamo zittiti solo davanti alla libreria girevole che nascondeva l’ingresso del “rifugio segreto”; siamo entrati.

Le scale di legno scricchiolavano sotto i nostri piedi ad ogni minima pressione. Ho pensato a quante volte Anne e gli altri rifugiati avessero sceso o salito quegli scalini col cuore in tumulto, temendo che qualche impiegato negli uffici si fosse attardato, e avvertisse qualcosa. Finalmente siamo entrati nelle stanze; mi sembravano tutte strette e anguste, ma era per via della luce. Ecco, il problema è stato la luce. Le finestre erano sigillate con dei teli spessi e scuri, perché nessuno dalla strada potesse vedere che nei locali erano nascosti degli ebrei.

Nella sua camera, Anne aveva incollato al muro immagini di vario tipo per renderla più accogliente: tra le altre, cartoline della famiglia reale olandese e delle principesse inglesi Elisabeth e Margaret. Nonostante questo, la stanza era terribilmente tetra, le pareti di un giallo scuro, malato. E’ stato allora che ho aspettato che la gente proseguisse, e uscisse da lì. Poi mi sono avvicinata agli scuri.

Ho teso la mano per sollevarne un lembo. Ne solleverò solo un centimetro, mi dicevo, così sbircerò fuori. Guarderò solo per un attimo. Lo farò per Anne, mi dicevo. Chissà quante volte deve aver desiderato fare questo gesto, per non impazzire, per rendersi conto che la vita continuava, nonostante tutto. Due anni con quella luce malata. Due anni di scuri alle finestre.

Non ci sono riuscita. Mi sembrava – non so per quale strano motivo – di tradirla. Lei aveva resistito per due anni, aveva vissuto in quella stanza cupa facendosi coraggio con i suoi sogni colorati, le sue allegrie, le sue speranze innocenti. Allora ho sfiorato la stoffa scura in una carezza. Sono uscita per raggiungere gli altri.

Un altro ricordo è il water. Nel rifugio vivevano otto persone. Durante il giorno dovevano evitare il più possibile di usarlo, perché le tubature dell’acqua attraversavano una parete del magazzino dove lavoravano gli impiegati. Se veniva usato, non si poteva tirare lo sciacquone. Otto persone, maschi e femmine, e le donne, tutte, nel periodo fertile.

Davanti alla scaletta che portava in soffitta, un ostacolo. Non si poteva salire. Dalla finestra della soffitta Anne vedeva il suo castagno. Lo vedeva riempirsi di foglie in primavera, ed era felice. A noi turisti frettolosi veniva precluso il suo angolo di paradiso.

***

Leggo alcuni commenti in rete al “Diario” e rimango perplessa. Libro per adolescenti, nessun valore letterario… Ho deciso che non voglio farmi nessun’altra idea. Nessun’altra impressione. Non leggerò il diario. Mi tengo le mie scale il gabinetto e gli scuri nel cuore, e me li farò bastare.

***

Fuori il sole ci ha stordito. Ho osservato mio figlio. Che ti è sembrato? gli ho chiesto. Ha alzato una spalla. Niente di particolare. Ha guardato in strada, dove stava passando una ragazzina in bicicletta. In quel momento lei si è voltata. Si sono guardati per un attimo. Lui mi sembrava stanco. Ma forse era a causa del sole.

Una singola Anne Frank desta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei, ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere. Primo Levi

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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SIAMO DONNE, OLTRE ALLE GAMBE C’E’ DI PIU’.

 

La rapper egiziana Myam Mahmoud parla dei diritti delle donne

LA MISOGINIA? UN PROBLEMUCCIO CHE SI RISOLVERA’ FRA QUALCHE MILLENNIO

LEGGENDO IL CAPOLAVORO DI DI ELIAS CANETTI. AUTODAFE’

Premetto che questo romanzo è, a voler usare un eufemismo, impegnativo. Ma leggendo dei commenti e le successive risposte, mi è venuto l’uzzolo di dire anche la mia, perché a volte mentre si scala una montagna ci si chiede, Ma a me chi lo fa fare?, poi magari succede che, arrivati in cima, il panorama strappi un WAO di quelli più vicini alla felicità.

Romanzo impegnativo, dicevo. Grottesco e paradossale, personaggi tutti negativi, alcuni decisamente odiosi (Therese, la moglie del protagonista e il nano Fischerle in particolare), ma sempre immutabili, incapaci di cambiare, chiusi nel loro mondo meschino senza avere la capacità di confrontarsi con l’esterno; situazioni a volte respingenti, così brutale da farti dire, Mo’ chiudo il libro e vada a dà via i ciap a tutti quanti. E via di questo passo. E allora? Perché leggerlo?

Perché è sì un libro duro, faticoso ma allo stesso tempo talmente unico e pazzesco e surreale che alla fine davvero si pensa che una cosa del genere non la si troverà mai più. Il finale, bellissimo, sistema e incasella tutti i pezzi che non sapevamo dove mettere, ci ripaga delle 500 pagine di questo volume facendocene cogliere tutta la delirante bellezza.

Comincerò dalla fine, dall’improvvisa comprensione di quel sentimento che serpeggia per tutto il romanzo, e che pure non avevo colto, affascinata com’ero dall’ironia, dalla durezza, dal rifiuto, e da tanto altro. Un sentimento così forte da riuscire a rendersi invisibile, come quando in una cartina geografica si cerca un nome e non lo si trova, perché è scritto in lettere cubitali e noi ci aspettiamo qualcosa di minuscolo: sto parlando della misoginia.

Il sinologo Kien, il professore che ama solo i libri tanto da riuscire a contenere la sua smisurata biblioteca “sulla” testa, sembra far suo il seguente assioma: in quanto esseri stupidi, vanesi, logorroici e molto altro ancora, le donne meritano solo botte. E se non le meni, ti menano loro, come esperimenta con successo il terribile, meraviglioso personaggio di Thérese, che scambia il marito, il povero Kien, per un punching-ball, e non è soddisfatta finché non lo appiattisce a mo’ di sogliola. C’è tanta violenza nascosta, in questo romanzo: nascosta perché viene narrata con ironia, ma terribile, alla riflessione. Tutti desiderano menare tutti (e menano) per futili motivi (le donne le prendono gratis, come insegna il famoso detto cinese), hanno il prurito alle mani e desiderano solo dargli libero sfogo, sino allo sfinimento. Eppure si sorride. Perché Canetti è un mostro di bravura nel riuscire a dare alle cose più orribili effetti comici. “Lo spioncino è mio.” Ruggì Pfaff. I pugni tornarono a gonfiarsi. “A cuccia!” li investì furibondo. Essi rientrarono brontolando nelle tasche, dove rimasero pronti a intervenire. Erano offesi.

Ma sto parlando d’altro. Torniamo alla misoginia di Kien. Nelle ultime meravigliose trenta pagine, questa esplode in un lungo excursus di citazioni letterarie che lascia senza fiato. Leggendo, scopro che anche Confucio disprezza le donne: sgrida con parole dure il proprio figlio che piange la madre morta. Non si vergogna il figlio di provare dolore? Ma quando si arriva a Buddha, trasecolo. Dice l’illuminato al suo discepolo Ananda: “Colleriche, Ananda, sono le donne; gelose, Ananda, sono le donne; invidiose, Ananda, sono le donne; stupide, Ananda, sono le donne. Questo, Ananda, è il motivo per cui le donne non hanno seggi nelle pubbliche assemblee, non si occupano di affari e non si procurano il proprio sostentamento esercitando un mestiere.” Sapevo già che gli “illuminati” illuministi, tali Voltaire e Rousseau, mettevano in guardia contro la civetteria delle donne e l’inaffidabilità delle loro chiacchiere, considerate come forma di potere e di raggiro, ma Tu quoque, Buddha!…

Le citazioni di Kien proseguono: dalle antiche sentenze indiane Duro come un albero Curvo come un fiume Cattivo come una femmina Come femmina stupido,. alle epopee nordiche: Crimilde mozza la testa a Gunther e Hagen non per amore di Sigfrido, ma per il tesoro dei Nibelunghi; all’Odissea, dove i più importanti personaggi femminili, Penelope inclusa, vengono bollati come esseri che non meritano né considerazione né rispetto. Gli stessi dei greci sono più umani delle loro divine compagne. La lista prosegue, pagine impagabili di erudite e divertenti citazioni, sino all’apoteosi finale. E quando Georg, il fratelli di Kien, cerca di ribattergli, Kien non trova migliore argomento per offenderlo che dirgli: “Pover’uomo! Mi fai pena. A rigor di termini, tu sei una donna.“ Il romanzo ovviamente non è solo questo. E’ un grande romanzo. E’ un capolavoro, e basta.

Ma adesso ho bisogno di tirare il fiato: vado a sottoporre il mio commento a qualche illuminato rappresentante di sesso rigorosamente maschile (si sa mai che la mia femminilità mi abbia fatto scrivere delle scemenze) e mi do una seconda chance per la prossima puntata.

 

Real!

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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CEES NOOTEBOOM, CHI? (Questa è una dichiarazione d’amore)

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Quando il Nobel viene aggiudicato a uno scrittore sconosciuto ai più, spesso ci si chiede, Ma chi è costui? e subito c’è la rincorsa per scoprire chi sia il nuovo autore più meritevole dell’anno.  Nooteboom è uno scrittore che amo molto, e che consiglierei vivamente di leggere, prima che l’anno prossimo il Nobel lo vinca lui. Si sa mai.

Cees Nooteboom è stato più volte candidato al Nobel ed è stato in lizza anche quest’anno, battuto da Ishiguro Kazuo, anche lui non propriamente famosissimo. Nato all’Aja nel 1933, Cees rimane orfano di padre in seguito a un bombardamento sulla città . Presto inizierà a viaggiare per tutta l’Europa, imbarcandosi infine come marinaio su una nave diretta a Suriname, nel Sud America.

Il viaggio diventa subito una componente essenziale e della sua vita e della sua opera; viaggio inteso sia come mero spostamento fisico sia come cammino interiore. Narratore di viaggi in senso fisico e metaforico, quindi, il nostro Cees, tant’è che il suo romanzo Philip e gli altri, dove il protagonista viaggia per l’Europa in autostop cercando una misteriosa fanciulla, viene pubblicato nel 1955, due anni prima di On the Road di Kerouak facendogli vincere il premio letterario “Anne Frank” a soli ventidue anni.

Ho scoperto questo autore con i racconti “Le volpi vengono di notte”, talmente belli che mi hanno lasciata stordita e innamorata persa di lui.
Qui un commento scritto dopo aver letto quel breve, ma straordinario romanzo, che è “Il canto dell’essere e dell’apparire.”

Mi piace Nooteboom. Mi piacciono gli scrittori che si danno tempo, tutto il tempo possibile per raccontare storie che per loro abbiano un significato, un senso; o meglio, per dare un senso al loro scrivere, alla loro scrittura, perché troppo la rispettano. Che, in altre parole, non si prostituiscono vomitando un romanzo dietro l’altro pur non avendo niente da dire. Parola forte, prostituirsi? Forse, ma ingannare il lettore (e se stessi, se un po’ d’onestà verso il mestiere ce l’hanno ancora) allo scopo di far soldi, come si può definire altrimenti?
Vent’anni trascorreranno tra il primo romanzo di Nooteboom, “Il cavaliere è morto”, e il presente “Il canto dell’essere e dell’apparire”; e Nooteboom scriverà un gioiello. Gioiello per chi ama leggere, ma soprattutto scrivere.

In questo breve romanzo uno scrittore, decidendosi dopo anni d’inattività a scrivere un romanzo, s’interroga sul senso dello scrivere. Si chiede, per esempio, che senso abbia aggiungere un’esistenza fittizia a quella concreta del mondo esteriore.
Bellissimo ed esemplificativo il brano seguente:

“C’è qualcosa indescrivibilmente triste negli scrittori soli nel loro studio. Presto o tardi viene un momento nella loro vita in cui cominciano a dubitare di quel che fanno. Sarebbe forse strano, del resto, se non fosse così. Quanto più a lungo si vive, tanto più la realtà si fa incalzante, e al tempo stesso meno interessante, perché ce n’è già troppa. Davvero c’è bisogno di aggiungervi ancora qualcosa? Al di sopra dell’esistente bisogna accatastare l’immaginario, solo perché qualcuno, quand’era giovane e aveva ancora poca esperienza di quel che chiamiamo realtà, s’è messo a fantasticare per conto proprio di pseudorealtà e, di conseguenza, è stato chiamato da tutti uno scrittore?

e ancora:
“Gli scrittori, pensò lo scrittore, immaginano una realtà in cui non hanno bisogno di vivere, ma su cui hanno potere. Scostò il foglio che gli stava ancora così bianco davanti. Era poi vero, in quel caso? Aveva potere su quei due volti che con tanta lentezza vedeva delinearsi? O non erano loro ad aver potere su di lui?”

Il suo interlocutore è un altro scrittore, che invece è su posizioni opposte. Sempre sicuro di quello che fa non si pone domande, sforna un romanzo ogni due anni e, cosa che incuriosisce e un po’ ingelosisce il nostro scrittore, sembra trovare lo scrivere davvero divertente. Durante una delle tante discussioni, ecco che cosa dice:

“Che lo scrivere sia la metafora semplice o inversa della realtà, o che debba esserlo, al tuo lettore non gliene viene in tasca niente. l’unica cosa che gli interessa è se quello che legge diventa per lui, in quel momento, realtà. Se non è così butta via il libro, sempre che non l’abbia già fatto il critico per lui. Bisogna raccontare una storia, nient’altro, e se un’altra motivazione esiste, lasciala cercare agli studenti di letteratura.”
e ancora:

“Al tuo lettore interessa soltanto sapere cosa succederà alla fine al tuo colonnello e, per parte sua, del tuo prezioso mondo interiore se ne frega totalmente.”
Su questi due personaggi, o meglio su questo racconto, si fonde l’altro romanzo, quello che lo scrittore sta scrivendo: nascono il colonnello bulgaro e il dottore, nasce l’evanescente Laura, nasce la Bulgaria con le sue guerre e l’odore acre del sangue; e i personaggi, con le loro psicologie reali, saranno più “veri” degli scrittori che ne parlano, perché mentre di loro si viene a sapere quasi o tutto, nulla o quasi si sa dei due scrittori.
Romanzo nel romanzo, quindi, tanto che a un certo punto, i personaggi vedranno lo scrittore (vestito in modo singolare, perché loro vivono nell’ottocento e lo scrittore è del novecento) seguirli con un’altra carrozza, scrittore che fa la sua fugace apparizione cameo nella storia come Hitchcock nei suoi film.
Ma c’è anche altro in questo romanzo.
Per me, c’è soprattutto il finale. L’ho amato tantissimo. Il romanzo compiuto finisce su un romanzo incompiuto.
Lo scrittore di fronte a una scelta di “prostituzione” dice all’altro scrittore che non è vero niente, lui non stava scrivendo nessun racconto. Poi, distrugge la sua opera e la brucia.
Questa affermazione di diritto sulla propria opera mi ha commossa. Ho pensato a Picasso, che spesso creava e poi distruggeva, come solo i grandi osano fare. Ho pensato a una frase (forse di Proust) “Muoiono gli scrittori. perché non i loro libri?”. Ho pensato che sì, l’opera ti osserva e ti giudica, e tu devi sempre essere sincero con lei. Non mentirle, non mentirti mai. Lei non lo sopporterebbe.

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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