IL PROBLEMA DELLA CACCA

Murakami – Kafka sulla spiaggia.

“Non bisogna toccare gli idoli: la doratura resta sulle dita”.
Flaubert

L’altro giorno sono andata a vedere uno spettacolo con la regia di Ronconi: “Giusto la fine del mondo” di Lagarce. Si sa, Ronconi è sempre Ronconi, così come lo era Strehler, Fellini, e così come lo è la mamma. Dopo un quarto d’ora non ne potevo già più. Dietro di me un signore sbadigliava rumorosamente e con gusto. Dopo mezzora la mia situazione era disperata, la noia mortale. Stavo valutando di andarmene alla fine del primo tempo (non sapevo, meschina, che non ci sarebbe stato intervallo) ma, mano a mano che i minuti passavano, la mia capacità di resistenza si affievoliva. Me ne vado ORA, SUBITO, mi dicevo ai limiti della sopportazione. Ogni tanto mi guardavo in giro e incontravo il mio stesso sguardo disperato negli occhi di chi, a sua volta, si guardava attorno alla ricerca di una via di fuga. Improvvisamente si è sentita una voce dire: “basta, sono stufa!” Una signora di mezza età si è alzata, ha preso giacca e borsa e ha ripetuto “basta, me ne vado, non ne posso più!” Tic tic tic toc si è allontanata nel silenzio glaciale del pubblico e degli attori. Io, da vigliacca, ho continuato a seguire lo spettacolo, fino a quasi l’annientamento delle mie facoltà intellettive.
Racconto questo episodio perché mi è successo la stessa cosa leggendo “Kafka sulla spiaggia.” Una menata pazzesca, oserei dire se non temessi di offendere la sensibilità dei suoi estimatori (tra cui ci sono anch’io). Per tutto il libro ho arrancato disperatamente pregando in cuor mio che la fine arrivasse presto. Che noia e che barba! E che brutto libro!
Avrei voluto mollarlo, trovare lo stesso coraggio della signora a teatro, ma mi dicevo che non era possibile che a me non piacesse un libro così elogiato, probabilmente non capivo, non sapevo intravedere, le metafore mi sfuggivano, il senso pure, le pagine invece purtroppo andavano al rallentatore, insomma, dovevo resistere. Premetto che di Murakami ho letto i racconti (quelli dell’elefante scomparso) e mi sono piaciuti parecchio. Poesia, capacità di straniamento, senso del vuoto, senso del nonsense della banalità, della quotidianità, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, dei gran bei racconti. Alla fine sono riuscita a finire Kafka sulla spiaggia. Con molta onestà, l’ho trovato un libro irritante, scritto male, pieno di nodi irrisolti.
Mi spiego meglio.

1) Per prima cosa in Murakami mi ha irritato il suo continuo citare marche di vestiti di scarpe di stilografiche di occhiali e così via (il campo in cui Marukami si è sbizzarrito in questa pubblicità occulta è piuttosto vasto). Ogni volta per esempio che la signora Saeki prende in mano la stilografica, Marukami deve ricordarci che è una Mont Blanc. “La signora Saeki giocherellò con la stilografica Mont Blanc, La signora Saeki scrisse con la stilografica Mont Blanc, la signora Saeki prese la stilografica Mont Blanc”, ecc. (particolare evidentemente importantissimo, sia detto mai che il lettore pensi a un’altra marca, che ne so, una Waterman, ad esempio!). Cosi, ogni volta che fa vestire un suo personaggio, deve citare la marca delle magliette (Ralph Lauren), delle scarpe da tennis (Adidas), eccetera eccetera eccetera. Ora, da quando leggo e a maggior ragione da quando scrivo, so che se metto un particolare nel libro, è perché è importante ai fini della storia (non per niente Cechov disse che, se in un libro si parla di una pistola, quella prima o poi deve sparare); oppure lo uso per dare al mio personaggio un’impronta suggestiva che rimarrà impressa al lettore. (Leggersi Dostoevskij al riguardo, in lui i dettagli sono preziosi). Mi chiedo invece in questo romanzo che importanza abbia che le scarpe siano Adidas o Superga o quello che preferite voi. Hanno una qualche funzione nella storia? No. Danno un’impronta particolare al personaggio? No. E allora, lasciamo questo modo di scrivere a Moccia, che almeno così manda in visibilio i teen-agers. C’è poi il problema della cacca. Per almeno tre volte un n’importe-quel personaggio dice che deve andare a fare la cacca. Un altro personaggio gli risponde “vai pure”. Il primo va, fa la cacca, torna, e tutto prosegue tranquillamente come prima. Voglio dire, questo particolare non ha nessuno scopo – né interesse narrativo -. Perché metterlo, quindi? Al signore scappava la cacca. E a noi che ce ne frega? O forse i giapponesi danno un altro significato a questa funzione corporale, significato che – da ignorante – io non colgo?

2) Scritto male. Non c’è se non rarissimamente una frase che mi abbia colpita per la sua bellezza (al contrario dei racconti, c.s.). Una scrittura sciatta, banale, ripetitiva. I personaggi (tutti!) annuiscono e scrollano la testa come minimo un centinaio di volte durante il romanzo. Si preparano il caffè, prendono la tazza tra le mani, la posano, la riprendono. Aprono il frigorifero, prendono questo e quello, mangiano questo e quell’altro. Descrizioni noiose, del tutto prive di senso narrativo. Sono gesti assolutamente riempitivi, nel senso che nulla servono al narrare e allo svolgimento della storia, ma solo a riempire gli spazi bianchi delle pagine. Se provate a togliere tutte queste descrizioni inutili, il romanzo non perde nulla, anzi, ci guadagna. I dialoghi, poi, sono stati la cosa più terrificante che mi sono dovuta sorbire. Del tutto inverosimili (nel senso di poco credibili), spatafiate atte forse più a fare pseudo-cultura (sulla musica, sulla letteratura, sui greci, ecc.) che altro. E non si parla neanche di digressioni (magari!). Quelle appartengono ai geni letterari dell’800, e come tali hanno un senso nell’economia dei loro romanzi. Ma in Murakami? Eh sì che conosce bene (li ha tradotti) gli autori americani, maestri nei dialoghi! E sì che dovrebbe sapere meglio di tanti altri che il dialogo deve essere “diagonale”, aprire cioè varie possibilità alle risposte e nel contempo portare avanti la narrazione. Invece lui li scrive come non farebbe neanche un principiante. Es. domanda: “Vuoi venire con me?”; risposta: “Sì, voglio venire con te.” Ma quando mai i dialoghi si fanno così! Sarebbe bastato un “Certo!”, e tutto sarebbe stato più pulito, più giusto, più credibile.

3) Nodi irrisolti. Ritorniamo all’esempio della pistola. Se la metto in un capitolo, prima o poi devo farla sparare. Di solito quello che il lettore legge è solo “il picco” di un iceberg che l’autore invece conosce bene. Questo iceberg è costituito da tutte le informazioni, le ricerche, le domande che l’autore si è posto prima di scrivere il romanzo. Insomma, gli deve essere ben chiara la struttura, e mentre piazza dei fili pendenti qua e là, sa che alla fine dovrà per forza allacciarli tutti, perché il lettore, in quanto lettore accorto, è questo che vuole da lui. Orbene, non ho capito perché cavolo il padre ha lanciato la maledizione a Tamura. Solo perché è cattivissimo? No, grazie, troppo debole come motivo. Che cosa gli ha combinato di così terribile il povero piccino? Non è dato saperlo. Inoltre non ho assolutamente capito – e questo è ben più grave! – perché Tamura si ritrova con la maglietta sporca di sangue (e da qui pensa di aver ucciso il padre), particolare che viene citato più volte, mettendo delle aspettative nel lettore, e che poi sparisce nel nulla. Beh? Perché questo filo è stato messo per poi lasciarlo penzoloni? Sappiamo che Tamura non ha ucciso il padre (sbugiardando clamorosamente la maledizione, che mi pare tanto un misero pretesto per mandare a letto Tamura con Saeki. E, in più, che c’entra “violerai tua sorella?” Sakura NON è la sorella di Tamura!), e quindi? Come mai Tamura si ritrova con la maglietta sporca? (Chissà, forse ha schiacciato una sanguisuga, di quelle cadute dal cielo…). Altra cosa, il bellissimo racconto dell’inizio, (uno dei pochi che mi è piaciuto) quello dei bambini che cadono addormentati nella radura dopo che gli è passato sulla testa la luce famosa scambiata per un aereo. Ebbene, prima o poi mi aspettavo di trovare il nesso tra questa luce e la pietra dell’entrata. Buio totale. Che cosa ha procurato il sonno comatoso ai bambini? Alieni? I cattivi americani? Magari i russi, che sono sempre i cattivi per eccellenza? Ahimé, non lo saprò mai. Infine quella creatura vischiosa che Oshino prende a randellate. Chi è? O meglio, che cos’è? perché vuole entrare nella pietra? Perché se ci riesce succederanno cose terribili? E che cosa? Anche questo non è dato saperlo.

4) I personaggi. A parte Nakata, gli altri sono degli stereotipi al limite della barzelletta. Del tutto poco credibili (non ho detto inverosimili, perché Nakata lo è, ma regge benissimo il suo ruolo!) come il padre di Tamura, già citato, che chissà perché ha quei poteri diabolici (altro nodo pendente), come Saeki, figura insignificante, così come ho trovato inconsistente e quasi ridicolo il suo andare a letto con Tamura (tra i brani più brutti che io abbia letto!), come lo stesso Tamura, a mio avviso letterariamente mal strutturato, e così via. Si salva Oshima, decisamente riuscito.

5) Molto ci sarebbe ancora da dire, ma qui mi fermo. Chiedo scusa agli estimatori di Murakami (me compresa) e a questo punto oso esternare il dubbio che mi è venuto: che Marukami si sia servito di un ghost-writer?

kafka

LOLITA, METAFORA DELLA VITA

LOLITA, DI NABOKOV.

Non bisogna toccare gli idoli: la doratura resta sulle dita.
(Flaubert)
Un must. Ma la doratura mi è rimasta attaccata.

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo un metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.”

Questo è uno degli incipit più famosi della letteratura mondiale. Semplicemente straordinario. Si segue il movimento della lingua di Humbert Humbert, si assaporano con lui la pelle, il corpicino, l’odore di Lolita.
La passione dell’uomo per la ragazzina esplode (o implode) sin dalle prime righe. Chi volesse però trovare nel capolavoro di Nabokov morbosità o squallide sollecitazioni dei bassi istinti, si sbaglierebbe alquanto: il libro parla di una passione forse insana ma sincera, e ogni descrizione, ogni fatto, vengono narrati con eleganza magistrale, con sobrietà, persino con velata ironia.

Però. Come diceva Flaubert, Non bisogna toccare gli idoli: la doratura resta sulle dita: a me la doratura è rimasta attaccata.

Incipit cult e finale superlativo. L’inizio e la fine di questo romanzo sono stati per me gioielli d’alta scrittura. Colpi d’ala, voli pindarici. Pura melodia.
In mezzo, la noia più totale.

Ma forse la vita è così.
Due grandi momenti: si nasce, si muore. Fra i due eventi, l’attesa di dare un senso a tutto ciò.

Lolita

UNA STORIA COI FIOCCHI

Da “UNA BAMBINA SBAGLIATA” di Cynthia Collu

Adesso mamma dice che volevano una femmina, tutti
e due.
Io quando nacqui ero femmina, sono stata femmina per
tutto il tempo e sono femmina anche adesso, ma non mi
sembra che mamma ne sia stata particolarmente felice.
Dopo di me nacque Marco. Avevo cinque anni e mezzo,
giocavo con le bambole e vivevo metà a Milano e metà in
Sardegna, passavo la maggior parte del tempo a riabituarmi
alla nuova casa ai nuovi adulti e alle diverse regole che
mi venivano imposte.
«Non mangiare in fretta» diceva nonna Cosma alla mia
metà in Sardegna, «mastica piano, pulisciti la bocca con garbo,
stai composta come deve stare una vera signorina e alzati
solo quando te lo dico io.»
«Sbrigati» diceva mia madre all’altra metà quando soggiornava
a Milano, «possibile che devi stare sempre con
quell’occhio lesso a fissare il piatto, muoviti che è tardi,
devo andare al lavoro e non ho tempo da perdere, alzati
che sparecchio e lavo subito i piatti così magari riesco ad
andare al mercato e già che ci sono passo a prendere le sigarette
a quel porco di tuo padre.»
«Pettinati bene» diceva la nonna, «devi essere sempre vestita
e pettinata a modo, prima impari e prima fai a meno
degli altri, mettiti il cerchietto sui capelli, quello con i brillantini
che ti ho comprato ieri.»
«Vieni qua» diceva mamma e mi acchiappava al volo,

s1398858649_30183955_4521
La storia di un fiocco – Sardegna

«vieni che ti pettino, come dici, non vuoi il fiocco? Invece
lo tieni, devi stare ordinata. No, il cerchietto proprio non
te lo metti che poi lo perdi e mi ritorni a casa che sembri
una zingara!»
Io odiavo quel fiocco. Mi vergognavo da morire nel vedermi
pettinata col ciuffo tirato all’indietro e un fiocco sulla
testa.
La mia amica Irene non portava il fiocco.
Irene aveva la frangetta e i capelli dritti, ed era bellissima.
Vicino a lei mi sembrava di essere un uovo di Pasqua col
nastro che passava dal giallo al rosso al blu seguendo il colore
del vestitino. E così mi sentivo; sparsa per metà a Milano
e per metà in Sardegna passavo la maggior parte del
tempo a cercare affannosamente di ricompormi, qui c’è un
pezzetto che ritrovo ma che non devo mettere a Milano,
questo invece va bene qui, a casa di mamma e papà, spero
di ricordarmelo che se lo uso dalla nonna mi arriva una
bacchettata sulle mani, e io non posso neanche piangere se
no me ne arriva un’altra.
Sono terrorizzata dalla bacchetta della nonna.
Lei la tiene sulle gambe mentre siamo seduti a tavola.
Appena c’è qualcosa che non va le appare magicamente
in mano. Io vedo la traiettoria che il bastoncino disegna
nell’aria, è talmente veloce che sembra un frullare d’ali,
neanche me ne accorgo che già mi ha colpito.
Guardo spaventata la nonna. A volte è più il timore che
ho di lei che il male che provo. La nonna mi fissa severa.
«Se non stai composta te ne arriva un’altra» dice.
«Eia» interviene nonno Gavino, «adesso la bambina sta
diritta, lasciala mangiare tranquilla.»
Guardo il nonno e la bocca e gli occhi mi si curvano all’ingiù,
già pronti alle lacrime.
«Bravo, dalle ragione così non impara niente.»
«Che deve imparare ancora, questa bambina è un angioletto.
»
L’angioletto che sono io si mostra offeso, ma si mette di46
ritto e finisce di mangiare come una vera signorina, così non
mi beccherò più le bacchettate e mi lasceranno in pace.
Il nonno con me è bravo. È cacciatore e ha un cagnone
rosso che è una meraviglia. Il cagnone non vive in casa con
noi perché non c’è spazio, così dice la nonna, ma io penso
che loro adulti occupano molto più spazio di lui, e se proprio
vogliamo fare i conti io sono la metà di loro e Frida
pure, e insieme facciamo uno, così come tengono me possono
tenere pure il cane.
Espongo questa mia idea al nonno.
«Che te ne pare nonno, possiamo tenere Frida con noi
così occupiamo uno spazio solo?»
Lui mi guarda in silenzio, poi mi abbraccia.
«Non si può, figlia mia, non si può.»
«Perché nonno?»
Gavino sospira e allarga le braccia.
«Nonno, mi mancano mamma e papà. Perché non posso
stare a Milano?»
Lui mi abbraccia più forte.
«Stasera chiederò alla nonna se possiamo tenere Frida in
casa, te lo prometto.» Poi aggiunge: «Hai quattro anni ma
possiedi già una bella testolina».
Non capisco perché il nonno parli adesso della mia testolina.
A me non interessa la mia testa, m’interessa Frida.

immagine collu.jpg

SCOPARE E’ RACCONTARE UNA STORIA

L’uomo che s’innamorò della luna, di Tom Spanbauer

Questo libro riesce a compiere un grande miracolo: quello di parlare di cose oscene senza essere osceno, di trattare argomenti scabrosi senza essere mai volgare. Lo si può leggere solo se si è liberi da schemi mentali perché il sesso (le scopate) sono tante e vengono descritte senza perifrasi, si scopa parecchio e senza porsi problemi di appartenenza allo stesso sesso o alla stessa famiglia, ma sempre, e questo è il miracolo della bravura di uno scrittore, non cedendo mai alla morbosità. Il sesso, anzi, in alcuni passaggi diventa lirico, un mezzo per conoscersi e raccontare. Scopare è raccontare una storia.

Un miracolo di poesia e malinconia, quindi, nonostante l’autore impieghi parole crude, che in bocca (penna) d’altri, diventerebbero lascive, morbose, offensive.
Un libro “scandaloso”, che a volte si fatica a leggere, ma che punta il dito contro le ipocrisie, i falsi moralismi, la stupidità imperanti, dandoci spesso da pensare.
Consigliatissimo.

“La prima cosa che avevo imparato da solo, senza l’aiuto di Ida, di Alma o di chiunque altro, la mia prima verità era questa: scopare è come tutte le altre cose, tu credi di fare una cosa e invece ne fai un’altra. Pensi di succhiare, penetrare e baciare, abbracciare ed eiaculare. In verità, racconti una storia.
Prima di tutto, però, devi sapere di avere una storia. Secondo, devi sapere di doverla raccontare. Saperla raccontare bene è importante, ma il segreto per scopare bene è saper ascoltare bene. Scopare diventa bello solo quando due storie cominciano a diventare la stessa storia – storia di sesso da esseri umani – quando due corpi smettono di essere due corpi e cominciano a essere il grande tormento, un unico cuore che batte.”

mantidi

La stronza che c’è in noi (io sto con Emma)

Emma Bovary, di Flaubert

Ma perché ce l’avete tutte con Emma, porella! E’ un personaggio che fa solo compassione (cum – patior, patire con) con quella disperata voglia di vivere una vita diversa da quella grigia e monotona a cui è relegata, senza soprassalti, senza turbamenti, senza la possibilità di stupirsi come ci si può stupire quando si affonda nel cuore della vita! Calma piatta attorno a lei e sotto i suoi piedi. Emma si riduce a entusiasmarsi per un nastro di trine, un ventaglio, un bastone col pomo d’argento: il senso della vita cercato in freddi oggetti, perché non riesce ( o non le è concesso) di sperimentare altro. S’innamora dell’amore, mai delle persone, e qui sbaglia. Ma a chi di noi non è mai capitato? E’ circondata da una anaffettività tremenda, a cominciare dal padre, dallo stesso marito (che la ama, sì, ma che cosa ama? che lei sia dolce e tranquilla e soddisfatta a vegliare il focolare), da vicini, dal farmacista, dal curato, da tutte quelle persone che, quando muore, prendono la cosa come un diversivo alla noia del paesello. Noia, noia, noia. Ecco quello a cui cerca di ribellarsi Emma. E la scelta finale di quel veleno, di quella lenta, lucida agonia, è forse il suo riscatto: che almeno la morte abbia un senso, e le dia dignità. Ritrovo dopo anni questo commento. Aggiungo che Emma mi piace. Sì, mi piace. E mi ci ritrovo. Perché finalmente ha avuto il coraggio di tirare fuori la parte che disturba tanto gli altri (uomini e donne compresi), quella della donna strega, un po’ stronza, se si vuole, o perlomeno considerata tale perché ha il coraggio di mettere da parte il ruolo che da sempre le si richiede, quello materno nell’accezione più ampia di grembo, conforto, consolazione, comprensione e perdono. Il mondo si aspetta (pretende) da lei, e lei sfida il mondo, le convenzioni, la morale, per occuparsi finalmente di sé stessa e prendersi ciò di cui ha bisogno. E paga, Emma. E pagano le donne che decidono di dire dei no. “Quei” no. E non sanno, gli altri che giudicano, che etichettano Emma di immoralità, (oh, la puttana che la dà a tutti! oh la puttana che non è riconoscente al bravo maritino che l’adora!) , che quei “no” servono alla poveretta per non soccombere, per tirare avanti, a credere che la vita sia – in qualche modo, da qualche parte nell’incompiuto – ancora degna di essere vissuta.

 

pappagallo

Un sassolino nella scarpa che prima o poi ti devi togliere.

L’ULISSE DI JOYCE

Forse ce la faccio a leggerlo. In fin dei conti è solo la quinta volta che ci riprovo.

Sassolino nella scarpa che da tempo mi dovevo togliere. Niente da dimostrare, tantomeno a me stessa. Ma sapete quei sassolini piccoli che se ne stanno buoni buoni in fondo alla scarpa e non danno fastidio e poi, un movimento improvviso o solo diverso e si spostano, riprendendo a far male. Togliersi la scarpa. Buttarlo fuori. Respiro finale di sollievo.
Dovessi dire la mia su questo librone, direi che in fin dei conti è meglio leggerlo piuttosto che non farlo. E’ uno di quei monoliti che ti si piantano davanti, alti e silenziosi, c’è quell’atmosfera ieratica che ci aleggia attorno e che stranisce, tu lo guardi e dici, cazzo, prima o poi devo capire che ci stai a fare sulla mia strada. O io, o te.

Joyce si è divertito a prendere per il culo il lettore. Meglio, si è divertito a scrivere infischiandosene completamente del lettore (non negarlo, caro Joyce, che volevi divertirti da solo con i tuoi “pastiche”, le perversioni dei giochi di stili e di lingua, le caricature, le metafore, i continui rimandi letterari e culturali -vedi il capitolo della Biblioteca, da odiarti) e, insomma, sei stato attento a infilare in questo romanzo di tutto e di più, un genio del virtuosismo. Ma.
Mi è rimasta un po’ l’impressione che tutto questo magma che ci hai messo dentro sia freddo, nessuna empatia, niente del calore indispensabile per dare a un’opera letteraria quello che io chiedo : l’anima.

Nonostante tutto ciò, sei riuscito sì, a divertirmi sì, a commuovermi, sì. A impressionarmi, sempre.

Consigliatissimo se i monoliti che sbarrano la strada sono troppo alti o i sassolini troppo aguzzi.

18763443_10212821841046367_2054640651_n

Rifiutare la (propria) carne fino a diventare un vegetale

Questa lettura è stata per me molto disturbante. E’ un libro che mi ha colpita negativamente, seppure ne capisca la forza del messaggio.
Dando un parere tout court, devo dire che non mi è piaciuto.. Non mi è piaciuta la scrittura, sin troppo piatta (ma, d’altra parte, questo romanzo è stato tradotto dal coreano all’inglese, e dall’inglese in italiano, e pertanto il giudizio ne rimane altamente corrotto). Non mi sono piaciuti i personaggi, tagliati con l’accetta. Non mi è piaciuta l’atmosfera opprimente, la violenza, così brutale, ma, soprattutto, la negazione di uno spiraglio qualsiasi a cui aggrapparsi e in cui credere.
Vero, ricorda i film di Kim Ki-duk , ma non lo splendido ferro3, e neanche Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera, e neppure L’arco, ricorda piuttosto Pietà,un film di una violenza così inaudita, di un’angoscia e di una solitudine così opprimenti, che quando sono uscita dal cinema ero solo felice di respirare l’aria a pieni polmoni. Aria, finalmente.
Aria. La stessa che ho respirato con gratitudine quando ho finito il libro. Ma l’oppressione è rimasta, e io voglio capire. Voglio vomitarla, come carne sanguinolenta: la stessa carne sanguinolenta che ossessiona la protagonista di questo romanzo.
Mi era piaciuta la prima parte, quando la protagonista, Yeong-hye, decide di non mangiare più carne né qualsiasi altro cibo animale. Ci s’incuriosisce, si vuole sapere cosa succederà alla poverina (in questa prima parte alcuni brani sono terribili, come l’uccisione del cane bianco, o la violenza che le fa subire il padre, che la costringe a ingoiare un boccone di carne).
Arrivata alla seconda, stavo per mollare. Veramente, tutta la storia sciorinata mi sembrava al limite del ridicolo.
Il cognato di Yeong-hye, sentendo dalla propria moglie che la sorella ha su una natica un rimasuglio di macchia mongolica – che di solito sparisce nei primi anni di vita – rimane folgorato sulla via di Damasco da quest’immagine, tanto da cominciare a desiderare intensamente (sessualmente) la prima del tutto ignorata cognata, finché non deciderà di dipingerla di motivi floreali per un video che vuole girare, e riuscire così a scoparsela.
Per fortuna c’è stata la terza parte, quella che quasi tutti trovano la più debole, e che invece a me è risultata la più commovente. Si intuiscono le motivazioni di Yeong-Hye, come mai ha rinunciato alla carne e al mangiare (e quindi, alla vita) per poter diventare come i vegetali, per poter essere solo pianta, senza bisogno di niente, pensieri, parole, dolore, zut! via!, solo acqua e ossigeno per vivere. Viene fuori il personaggio della sorella, che la invidia perché, come lei, vorrebbe morire, varcare il cancello del “NO” che non ha mai osato oltrepassare mentre Yeong-hye ce l’ha fatta.
A che ha detto NO Yeong-hye?
Al marito che la usa più o meno come un elettrodomestico silenzioso e accondiscendente, al padre brutale, che la schiaffeggia per farle ingoiare un pezzo di carne, alla società maschilista, che considera la donna un oggetto di proprietà del maschio, un oggetto di cui può fare e disfare a suo piacimento.
A chi l’ha resa invisibile.
Ed è rifiutando la carne (anche col decidere di non fare un figlio, perché sarebbe generare altra carne), e quindi rifiutando la propria carne sino a diventare un vegetale, che Yeong-hye proclama il suo diritto a esserci, ad avere un’individualità che gli altri non le hanno mai riconosciuto.
E’ questa l’unica difesa di questa donna.
Disturbante, dicevo. Perché l’impotenza degli esseri umani davanti alla violenza, donne o uomini che siano, mi ha sempre fatto star male.
Disturbante perché, soprattutto per le donne, di fronte alla prevaricazione sembra non esserci altra alternativa che distruggersi, invece d’imparare a difendersi. Anche distruggendo.
lavegetariana675[2640]