Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per capire se era meglio farci vivere o morire. L’orrore passa attraverso l’annientamento del nostro essere umani.

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Il bellissimo e terribile brano che segue, racconta più di tante parole quello che è stato l’orrore dei campi di concentramento. Dopo essere stata liberata il 1° maggio del 1945 dal lager di Malchow, un sottocampo del campo di concentramento di Ravensbrück, Liliana Segre per più di quarant’anni ha scelto il silenzio: l’orrore che aveva visto e vissuto era per lei indicibile. Solo negli anni ’90 ha cominciato a raccontare, rendendosi disponibile a recarsi nelle scuole per parlare agli studenti e ai giovani, e ad accettare l’invito di numerosi convegni per testimoniare una parte di storia recente che molti si affannano ancora a negare.
Pochi giorni fa è stata nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la motivazione “per aver illustrato la patria con altissimi meriti nel campo sociale.”
Vi lascio alla lettura.

“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Tratto da “Fino a quando la mia stella brillerà”, di Liliana Segre.

Liliana Segre venne deportata con l’amato padre il 30 gennaio 1930, a soli 13 anni,  partendo dal famigerato binario 21 della stazione di Milano Centrale,  destinazione il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Da lì venne liberata il primo maggio 1945.

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

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Morire per la libertà: a 21 anni si cosparse di benzina e si diede fuoco per protestare contro l’invasione sovietica del suo paese, la Cecoslovacchia. Onore a Jan Palach

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E’ pomeriggio, Un tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969 a Praga. Jan Palach è un ragazzo tranquillo, uno studente della facoltà di Filosofia. Ha esultato con i suoi amici perché al potere è salito Dubcek, un riformista che sta tentando una via alla liberalizzazione per scrollarsi di dosso il pesante giogo sovietico che, dopo la seconda guerra mondiale, controlla il paese. Jan ha creduto la possibilità di tornare a essere liberi. Jan crede alla “Primavera di Praga”. il vento di rinnovamento iniziato con le riforme di Dubcek, crede alla possibilità che ritorni la libertà di stampa, la libertà di muoversi senza essere controllati. Di respirare. Di vivere, finalmente, senza la paura del controllo sovietico.
Ma le riforme dello statista non vengono avvallate dai sovietici, e nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 i loro carri armati entrano cupi e prepotenti nella capitale cecoslovacca, invadono la città, occupano, seminano il terrore, mettono fine ai sogni di Jan e dei suoi connazionali. Il vento della Primavera veniva brutalmente spento.

L’impressione nel mondo fu grande, e molte furono le proteste. Scrisse Ingrao, che aveva appoggiato Dubcek: “Non solo non abbiamo taciuto, ma abbiamo agito e cercato di pesare; e di fronte all’intervento militare dei cinque paesi del patto di Varsavia abbiamo espresso il nostro grave dissenso e la nostra riprovazione, non solo perché dinanzi a quegli eventi ogni forza politica era tenuta a dimostrare chiarezza di giudizio e assunzione di responsabilità, ma perché abbiamo sperato che la nostra voce, unita a quella di altri partiti comunisti, potesse recare un aiuto e impedire il peggio” e continuava: “Esprimiamo qui la nostra solidarietà ad essi e insieme l’augurio, la speranza, l’esigenza che rapidamente l’attuale pesante situazione possa essere totalmente superata e si giunga al ritiro delle truppe dei cinque paesi e la Cecoslovacchia possa continuare il suo lavoro, il suo impegno per il socialismo, per il progresso, per la pace”.

Nonostante la condanna unanime dei paesi occidentali e non solo, i sovietici mantennero il loro pugno di ferro. Jan era disperato. Così prese la terribile decisione. Si sarebbe dato fuoco alla maniera dei monaci buddisti per protestare contro l’invasione sovietica. Si recò in Piazza Venceslao, davanti alla scalinata del museo nazionale. Sollevò una piccola tanica bianca e si versò addosso il suo contenuto. Accese un fiammifero e la benzina prese subito fuoco. Le sue urla di dolore si levarono alte, Jan urlava e si contorceva mentre la gente attorno guardava esterrefatta. Un tranviere corse a gettargli addosso un cappotto per spegnere le fiamme, Sentì Jan urlare “la lettera, salvi la lettera” ma capì solo più tardi che a Jan interessava si salvassero le sue motivazioni,  lui si stava sacrificando  “per scuotere la coscienza del popolo”, e rompere la rassegnazione in cui viveva.  Jan agonizzò per tre giorni, ma nonostante l’agonia mantenne sempre la lucidità e non rinnegò mai il suo gesto.

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I suoi funerali furono seguiti da una folla immensa. Altri giovani imitarono il suo gesto, diventando martiri della causa.
La Cecoslovacchia rimase occupata fino al 1990.
Onore a Jan Palach e a chi non rinuncia mai a lottare per i propri ideali.

 

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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Che buffa cosa è accettare di non essere amati, è come combattere il tempo a mani nude. Lui ride quando mi ascolta e mi dice che, a starmi a sentire, dovrei esser già morta un sacco di volte. Ma forse io sono già morta un sacco di volte, e ognuna è stata tremenda e solitaria.

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Il biglietto, devo trovarlo! Dove può essere finito? Voglio trovarlo adesso, subito e non domani, sì, adesso, devo sapere adesso, subito, il numero di quella puttana, starà ancora dormendo, la sveglio e le dico, Sei una zoccola, ti piacciono i mariti delle altre, eh? Lo cerco subito, prendo la torcia e frugo tutta la camera, Dio, mi sento male, sto sprofondando, allora è vero, i fili non pendono più, adesso mi è chiaro, ha un’altra la bacia la stringe le succhia i capezzoli nel modo che lui sa, basta, basta! me la deve pagare, me la pagheranno tutti e due, dove può essere finito quel maledetto pezzo di carta, ma ancora non ci credo, non può essere, tutta la mia vita sta franando, come è possibile che stia succedendo proprio a me, voglio sentire la voce di lei, voglio sentirla spaventarsi quando le dirò “puttana, io ti ammazzo!” e poi che ne parli pure a Sebastiano, che sprofondi tutto, io ormai sono morta. [..]
Mi sdraio a pancia in giù sul pavimento, sento l’odore dolciastro della cera penetrarmi in gola, dove sei, maledetto? [..] mi alzo, guardo ai piedi della poltrona, sollevo la bambola di porcellana che ci sta seduta perennemente comoda, le smuovo gli ampi vestiti di velluto, le tiro giù le mutande a sbuffo, lei mi fissa sbarrando gli occhi di vetro, che sto facendo, sono come invasata, frugo nei luoghi più assurdi, sono divorata dalla smania, lo troverò, dovessi metterci tutta la notte. Ancora sotto il comò, poi sopra, sposto ogni oggetto con cautela, scatoline in ceramica e scatoline in argento, apro il portagioie, guardo tra anelli bracciali collane. Niente.
Il letto! Potrebbe esserci finito sotto, un calcio involontario ed è stato spedito lì, che stupida a non averci pensato prima! Mi abbasso per valutare l’altezza dei piedi: sono alti il giusto per poterci strisciare sotto. E’ una mossa azzardata, lo spazio è ristretto, rischio di urtare contro la rete a molle e svegliare Sebastiano, ma d’altra parte è questo che mi eccita, svegliarlo, sì, farmi scoprire a pancia in giù sul pavimento, proprio sotto il suo culo. Me lo immagino con la testa penzoloni fissarmi sbalordito, incapace di comprendere, vedo il suo viso al contrario, gli occhi ancora impastati di sonno che si sgranano, e questo mi mette addosso una felicità acre.
Di nuovo a pancia in giù. [..] Il braccio destro muove la torcia, il fascio di luce mi svela un mondo sconosciuto, le piastrelle granulose del cotto mi mostrano crateri come rosse colline, le scanalature grigie sono strade di cemento, un capello biondo, un fiocco di polvere assorto nella luce.
In fondo, contro il muro dalla parte del mio comodino, vedo materializzarsi un rettangolo bianco. Impazzisco di gioia. Bastardo, ti ho scovato!
[..]
Faccio forza sugli avambracci e riprendo a strisciare, il naso contro il pavimento, gli occhi incollati su quell’oggetto bianco per timore che possa svanire d’incanto se solo distolgo lo sguardo [..] Forzo sul braccio destro, la spalla urta contro la rete. Le molle cigolano, Sebastiano si è mosso, io non respiro, scosta le coperte, adesso si alza, non respiro, si gira ancora, cambia posizione. Riprende a dormire.
Sono proprio sotto di lui.
Di colpo mi sento forte. Lui dorme e io posso fare quello che voglio, anche uscire allo scoperto e mentre dorme fracassargli il cranio con la torcia; lui invece non potrà fare niente, proprio niente, sono io che adesso ce l’ho in potere. Prima però lo sveglio, gli dico, Guardami negli occhi, porco, stai per morire! hai finito di umiliarmi, porco, di fotterti le altre e con me alzi le mani, hai finito di denigrarmi e di dirmi che mi mantieni, mi hai dato della parassita, una volta, e hai detto che lo era anche tuo figlio, due parassiti che ti succhiano il sangue, ho pensato persino che avevi ragione, ma adesso basta, guardami negli occhi, Miriam la parassita sta per ammazzarti.
Chiudo gli occhi immaginando la scena, eccitata. No, prima il biglietto. Voglio sapere chi è lei.
Riprendo a trascinarmi sul pavimento, mi sento bene, qui sotto, il mondo è così diverso, come fosse al microscopio, sotto il fascio di luce un coleottero nero si muove con grazia, fa il suo giro di danza, esce di scena, al mio fianco una ragnatela si gonfia e poi si dondola tremando, il ragno starà osservandomi da un incavo del legno con i suoi otto occhi neri, avanti, non sono questi i nemici. Ecco, quasi ci sono! Afferro il cartoncino, lo tengo saldamente, lo trascino fin sotto il mio naso.
La delusione è terribile.
E’ il dorso di una scatolina di medicinali, caduta chissà quando qui sotto.
Sto per stracciarla quando mi accorgo che sopra c’è scritto qualcosa. La calligrafia è la mia. Ogni tanto mi vengono in mente delle frasi e le annoto sul primo pezzo di carta che trovo. Non so come, il cartoncino si sarà infilato dietro il materasso per poi cadere a terra.
Che buffa cosa è accettare di non essere amati, è come combattere il tempo a mani nude. Lui ride quando mi ascolta e mi dice che, a starmi a sentire, dovrei esser già morta un sacco di volte. Ma forse io sono già morta un sacco di volte, e ognuna è stata tremenda e solitaria.
Le ho scritte io queste parole? Se non fosse perché riconosco la scrittura, penserei che qualcun altro l’ha fatto per me.
Il lamento di Teodoro mi giunge debole dalla sua cameretta. Spengo la torcia e chiudo gli occhi.
Nel silenzio che segue rimango ad aspettare che qualcosa succeda, forse un’altra morte, e sarà comunque tremenda e solitaria.

da “Sono io che l’ho voluto” di Cynthia Collu

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A diciotto anni scrive il suo capolavoro: commento a “Gli indifferenti”, di Moravia

Buona epifania, donne!

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Ballata delle donne
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

– Edoardo Sanguineti –

 

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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Solo la migliore narrativa può farci mettere nei panni di qualcuno, mostrandoci meccanismi altrimenti invisibili. Come quelli che lentamente si instaurano nella vita quotidiana tra Miriam e suo marito Sebastiano. Il tema della violenza domestica subentra solo dopo le prime cento pagine. Ci si arriva piano piano, come nella vita, in modo graduale, senza accorgersene. La pioggia accompagna tutto il romanzo come una colonna sonora ipnotica. (Una bella recensione di Michele Marzulli, che ringrazio)

https://www.scritturacreativa.org/sono-io-che-lho-voluto-recensione/

La sera della festa tornai a casa molto tardi. Pioveva a dirotto. Barcollavo, ero ubriaca e barcollavo, ero felice e ubriaca di felicità e di pioggia e barcollavo ubriaca di felicità e di pioggia – e anche di alcol. Poco prima un ragazzo dagli occhi feroci mi aveva stretta e mi aveva toccata e poi aveva detto di amarmi. Tornavo a casa quella sera, ed ero euforica e felice e ubriaca. Davanti al portone di casa trovai Sebastiano. Pallidissimo, gli occhi ancora più pallidi del viso, mi aspettava risoluto sotto il diluvio.
Mi fissò con lo stesso sguardo da pulcino bagnato che mi aveva tanto commossa tre anni prima. «Mia madre è morta. Il cuore ha ceduto» esordì. Gli corsi tra le braccia e lo strinsi forte. Mi rendevo conto di essere sbronza e non esattamente all’altezza della situazione, e per darmi un contegno nascosi il viso nella sua giacca. Sebastiano mi accarezzò la nuca, proprio sulla prima vertebra cervicale, nel punto che mi fa illanguidire.
Di botto mi sussurra: «Vuoi sposarmi?».
«Come?»
«Ti ho chiesto se vuoi sposarmi.»
La lingua mi si inchioda tra i denti.
«Adesso? Piove…»
Non raccoglie la battuta. Ancora non sapevo quanto fosse implacabile nei suoi propositi.
«Aspetteremo che passi il lutto. Sei mesi saranno sufficienti. Che ne pensi?»
Sposto il peso da una gamba all’altra, alla ricerca disperata di un equilibrio.
«Non ce lo possiamo permettere» mormoro. «Non voglio essere mantenuta da te. Più avanti, dopo l’università, allora…»
D’un tratto non ero più felice. Non ero più euforica e felice e ubriaca di felicità e di pioggia. D’un tratto mi si era spalancato il terreno sotto i piedi e qualcuno mi aveva afferrato per le gambe e mi trascinava giù. In compenso ero sempre sbronza.

da “Sono io che l’ho voluto” di Cynthia Collu

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VOGLIO CHE OGNI MATTINO PER ME SIA CAPODANNO

Un evergreen.
Buon 2018 a tutti quelli che passeranno di qua!26169303_10214829178668553_6202239263497237207_n

 

 

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.

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