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SONO IO CHE L’HO VOLUTO, DI CYNTHIA COLLU

Violenza non è solo uno schiaffo, o un pugno. Violenza sono anche le offese, il denigrare continuo, violenza è erodere a poco a poco l’autostima di una persona, sino a renderla incapace di valutarsi se non attraverso l’approvazione del proprio partener.
Questo romanzo parla di una coppia “normalmente” infelice, una delle tante. L’importante è riconoscere il limite che l’altro non dovrebbe mai oltrepassare, e imporselo.
La mia intervista a La 27esima ora del Corriere della Sera.13315708_10209356548456218_5836206862767834810_n[2]

La felicità è autentica solo se è condivisa- Il mio commento a Rayuela di Julio Cortázar

la felicità autentica

La felicità è autentica solo quando è condivisa.

“Sto leggendo Rayeula e non so esprimere quello che provo. E’ l’Incontro che si desidera da sempre, è amore, non so, è gioia della Scrittura, no, non solo quello, sono le immagini e le emozioni nascoste da sempre nelle pieghe dell’anima, e che ora ritrovo, e riconosco come mie. Sono sensazioni antiche e pure mi sorprendono, da tempo aspettavo che qualcuno le risvegliasse.
Uno scrittore così è un dono incontrarlo.
Sono una lettrice fortunata.”

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Vado lenta nella lettura, troppo importanti le immagini, ci sono gesti minimi che spalancano storie, aprono il cancello sul Giardino Incantato e io desidero solo entrare e perdermici e pensare il non detto, la coltellata improvvisa della bellezza mozzafiato, così continuo a rileggere brani, leggo e riscopro e scopro ancora e ancora parole belle, stupita e grata di questo Incontro, da tempo desideravo un autore così.
E’ ciò che un lettore sogna da sempre, l’incontro col suo Scrittore, e qui voglio ringraziare La Gradiva per averlo proposto nel gruppo di lettura, perché altrimenti gli sarei stata alla larga, diffidavo, troppo acclamato, troppo celebrato, troppo esaltato Cortázar, e io stupida lo rifiutavo, come sempre si fa con le cose di cui si teme l’importanza.
Belle le sue riflessioni, le sue elucubrazioni, spesso devo cercare su Wiki di chi cavolo stia parlando, è una raffica di nomi di personaggi di luoghi a me sconosciuti, mi sento ignorante eppure felice di esserlo, perché così ho occasione di apprendere sempre di più.

Julio Cortazar: scrittore ragno, fanculo a te!, sono caduta nella tua tela e più mi dibatto più ne resto impigliata, fisso ipnotizzata i tuoi otto occhi d’ossidiana mentre ti avvicini lento, costruendo parole nere e lucide nelle quali mi avvoltoli, preciso e costante, serio e tenero, e mentre mi usi e mi pieghi come un’adolescente, mentre mi fai “bere il seme che scorre per la bocca come una sfida al Logos”, il ventre mi trema pallido come luna nel pozzo perché so (e so) che il sentirmi succhiare sarà dolce, un succhiare definitivo, senza possibilità di ritorno, benedico l’involucro trasparente che rimarrà di me perché anche quello ti ha conosciuto “in un ultimo atto di conoscenza che solo l’uomo può dare a una donna”. E piangerò anch’io di felicità, sto già piangendo, svuotata dalla tua forza magnifica, esaltata da squallida puttana a costellazione, e infine balzerò da una stella all’altra, e poi precipiterò, prendendo fuoco.

Grazie infine per non rendermi la lettura facile, per costringermi a seguirti fiduciosa nel tuo labirinto, grazie Julio perché mi spiazzi, perché hai il coraggio di disgustarmi quando vuoi disgustarmi, perché sai far male, perché mi fai fare fatica su fatica, perché mi metti alla prova, perché mi sorprendi sempre, perché omaggi la mia intelligenza di lettrice, perché, in definitiva, non mi consoli.

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«Chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova di grandezza» – Melville.

Melville non ha scritto solo Moby Dick. Ha scritto anche meravigliosi racconti, tra cui Bartleby lo scrivano, forse il primo esempio in narrativa di alienazione dal lavoro.

Bartleby fa lo scrivano, Copia e compila diligentemente le carte che il suo padrone gli passa.
Un giorno decide improvvisamente – per motivi che al lettore non saranno mai dati conoscere – di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, “Preferirei non farlo” (I would prefer not to). Da quel momento rimarrà inerte alla scrivania, poi in piedi per ore a guardare fuori dalla pallida finestra dietro un paravento, non uscirà mai durante la pausa, non berrà né tè né birra, arriverà a dormire di nascosto nello stesso ufficio, preoccupando prima, impietosendo poi il suo datore di lavoro che un giorno lo scopre e che non riesce a farsi una ragione del suo comportamento.
Il fatto è che Bartleby, semplicemente, ha deciso di negarsi al mondo.
Perché?
L’autore non ce lo dice.

Credo che in questo – straordinario! – racconto Melville abbia voluto parlare di quello straniamento che prenderà più avanti il nome di “alienazione”, dal lavoro come dalla vita.
Forse, Melville, parlava anche di se stesso, della situazione che stava vivendo come scrittore.
Ecco di seguito un brano che chiarisce il suo stato d’animo.

[..]
Melville è costretto a rivedere in modo radicale il proprio sistema di scrittura, accettando non solo di misurarsi con la dimensione breve del racconto ( Bartleby , se si escludono alcune prove giovanili di scarsa importanza, ne è il primo esempio), ma anche di pubblicare a puntate le opere di maggior respiro prima che vedano la luce in volume. Tale scelta, se da un lato risponde alla volontà di non lasciar cadere offerte di pubblicazione da parte di riviste legate alle sue case editrici, al tempo stesso riflette anche una malcelata volontà degli editori di assicurarsi un controllo diretto e costante sui testi da lui scritti (troppo spesso non rispondenti nella loro stesura definitiva alle descrizioni fornitene dall’autore alla firma del contratto) e contribuisce a spiegare il progressivo abbandono della narrativa da parte di Melville (proprio Billy Budd ne segnerà l’estremo, folgorante ritorno) , il suo ritiro nel Berkshire, la sua scelta dell’autoesclusione e della solitudine, dell’accettazione di una coleridgiana morte-in-vita. Pubblicare a puntate, infatti, significa, in pratica, rinunciare al tanto reclamato “diritto al fallimento” dell’artista («Chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova di grandezza»), arrendersi senza riserve a una logica di mercato da lui sempre sdegnosamente rifiutata («Questo paese e tutti i suoi affari sono amministrati da robusti colonizzatori del nord-ovest – individui di tutto rispetto, ma senza il minimo interesse letterario – ai quali non importa un fico degli autori tranne di quelli che scrivono i libri oggigiorno più vendibili, ovvero giornali e riviste») condannandosi a scrivere non più per se stesso, bensì per il pubblico.

Delusione, quindi. Del mondo editoriale, e forse anche dei lettori, che non l’hanno capito, non lo capiscono, lo capiranno troppo tardi.

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Ecco il momento è giunto – Il Male Oscuro di Giuseppe Berto

Mi dice, Sai che il sardo è una vera e propria lingua e che alcune parole sono identiche al latino?

Gli brillano gli occhi quando parla della sua terra. Pencola con la testa un po’ di qua, un po’ di là, il suo grosso naso ne segue il movimento, come un compasso che disegni nello spazio cieli grevi di luce, alberi di ulivo contorti in un abbraccio millenario, e in fondo, proprio in fondo, la linea piatta del mare.
Mi dice, Per esempio questa frase – pone tre panes in bertula – tu sai che vuol dire?
Io l’immagino, perché al liceo ho studiato latino, ma col capo gli accenno di no, e lui piega il suo in avanti, il naso è la cosa che vedo meglio, non è proprio grosso, é lungo e storto come un ramo di ulivo, anche la sua bocca è storta, si solleva leggermente di lato mentre parla. Solo gli occhi sono diritti, due linee azzurre.

Anche quel giorno i suoi occhi erano due linee azzurre. Eravamo nella mia stanza, soli. Non mi guardava. Non mi guardava mai, né mai mi rivolgeva la parola. Io avevo quindici anni, allora, e non sapevo cosa dirgli. Lui non sapeva di che parlarmi. Quando ci capitava di ritrovarci assieme, passavano tra noi lunghi silenzi. Confondevamo il disagio con rumore di posate, se si era a tavola, lo disperdevamo con movimenti bruschi, lo sguardo sempre altrove, se per caso ci incontravamo in qualche stanza.
Quel giorno aveva in mano un libro. Teneva il capo basso, le linee assorte degli occhi contemplavano la copertina. Ha cincischiato un po’ con le pagine. Pareva indeciso. Poi ha alzato lo sguardo. “Questo romanzo mi ha fatto stare male. Ci sono dentro” mi ha detto. Nient’altro.
Era la prima volta che mi rivolgeva la parola per parlarmi di sé.
Ho allungato il collo, ho guardato il titolo. Era “Il male oscuro” di Berto.

Questo ricordo di mio padre mi è rimasto dentro a lungo, né mai ho avuto il coraggio di leggere il romanzo.
Anni dopo – tanti – scoprii all’ultimo momento che ero nella cinquina finalista del Premio Berto Opera Prima. La cinquina fu estratta il giorno del mio compleanno. Pensai a mio padre, a quelle uniche parole che mi aveva regalato, alla strana coincidenza del nome del premio, e a quella della data.
Quando sono salita sul palco insieme agli altri quattro finalisti, sentivo che avrei vinto.

Gli anni successivi ho continuato a stare alla larga da questo libro. Paura di leggervi la sofferenza non detta di mio padre. Ma sapevo anche che sarebbe arrivato il momento in cui avrei potuto farlo.
Ecco, il momento è giunto.
Grazie a quelli che con pazienza hanno voluto leggermi fin qui.

Commentare questo romanzo non mi è facile: vi è totale mancanza di struttura narrativa che trova vita (e che vita!) nel ritmo narrativo che ci trascina negli Inferi insieme all’autore, e mentre con lui cerchiamo le radici del nostro ambiguo malessere, riusciamo persino a ridere, o a sorridere, perché Berto ha il dono dei grandi narratori autobiografici, possiede cioè quell’umorismo salvifico che ci rende più simili a Dio o più vicini a lui, se poi fa differenza.
Berto ce l’ha col padre suo, lo lascia morire senza la sua presenza filiale, gli sembra che tutto vada bene e poi invece, subdola e improvvisa, ecco che inizia l’angoscia. Dallo scatenarsi del male oscuro e dalla paura d’impazzire, nasce timido il coraggio di voler scoprire le cause di questo malessere, ed ecco la discesa agli inferi. Coraggio e vigliaccheria accompagnano questa ricerca con un torrenziale flusso di pensieri; i pensieri costruiscono gli eventi che si giustificano nel valore liberatorio della parola; il ritmo narrativo ci travolge con i suoi flash-back e la quasi totale mancanza di punteggiatura; ogni tanto si pensa di poter riprendere fiato, ma è solo un’illusione, Berto ci trascina con lui negli abissi della psiche e della coscienza, riuscendo infine a risalirne grazie al potere terapeutico della scrittura, e noi, con un sospiro di sollievo, risaliamo con lui.

Ho cercato a lungo il padre mio tra queste pagine. Per fortuna, non l’ho trovato. Né mai saprò se soffrisse veramente di depressione, o se quel giorno o solo in quel periodo ne fosse turbato. Meglio così.

Per quanto mi riguarda, ho invece trovato molte risposte, e ora finalmente mi sono liberata della paura di questo libro, e della paura di conoscere il padre mio.

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(Dipinto di Antonio Sgarbossa)

COME PERIMMO, CIASCUNO DA SOLO – Gita al Faro di Virginia Woolf

Ultimamente mi sto imponendo di leggere dei classici considerati universalmente dei capolavori. Ho iniziato questo libro senza troppo entusiasmo, e dopo una trentina di pagine ero già bell’e che stufa.

Ma qualcosa, una vocina, (la tua, Virginia?) mi diceva di proseguire, perché avrei trovato tanto, così tanta bellezza da rimanerne colpita e affondata.

Il romanzo è strutturato in tre parti. Scena prima: attraverso una finestra perennemente spalancata possiamo osservare i personaggi – la signora Ramsay, il marito, i figli tra cui Cam (la Woolf da piccola), Lily Briscoe (la Woolf da grande) e tanti altri – muoversi come su un palco teatrale o un film a inquadratura fissa, ne sentiamo i pensieri (un flusso di coscienza spesso interminabile), li vediamo agire, cominciamo a capire chi sono e, soprattutto, cosa rappresentano per l’autrice.
La prima scena è quella della memoria: l’autrice ricorda l’infanzia di una Virginia bambina. La madre, la signora Ramsay, è il centro attorno a cui ruotano tutti gli altri personaggi. Bellissima eppure noncurante della sua bellezza che incanta, capace di sottomissione verso un marito sempre incombente, iroso e malinconico, detestato e amato dai figli – la signora Ramsay dispensa attorno a sé la sua positività, manipola inconsapevolmente (o forse no) le persone che le ruotano attorno, gli ospiti della casa, esortandoli spesso al matrimonio, il tempio protetto in cui lei ha trovato rifugio impedendosi ogni tentativo di autonomia e di ribellione.
Sin dal grandioso incipit siamo davanti alla finestra, osservando la signora Ramsay e il figlioletto James.
“Sì, certo, se domani fa bel tempo” disse la signora Ramsay “però dovrai essere in piedi con l’allodola” aggiunse. Si sta rivolgendo a James, il figlioletto di sei anni, che tanto desidera fare la gita al faro che dà il titolo al romanzo.

Questa gita, per intromissione brutale e indifferente del padre, non si farà. “Ma” disse suo padre fermandosi davanti alla finestra del salotto, “non sarà bello.” E James inizierà a odiarlo con tutte le sue forze.
Eccolo qui il tiranno, il despota forse inconsapevole che pretende sottomissione e poi amore, che ridicolizza e sgrida, che si lascia andare a scatti d’ira scaraventando una ciotola di latte fuori della finestra per poi chiedere conferma alla moglie di essere sempre amato, e la cerca, da lontano, terribile e ululante come un lupo.

La seconda parte – la più difficile da scrivere, disse poi Virginia – è uno stretto passaggio che unisce la prima (l’infanzia) all’ultima, dove finalmente questa gita – simbolo di crescita e soluzione dei problemi dei personaggi – si porterà a compimento. Sono passati dieci anni. La casa è stata abbandonata. Il giardino è incolto. La signora Ramsay è morta. In questa casa, che guarda con occhi vuoti, tutto parla di morte e di abbandono. I Ramsay hanno deciso di fare la gita rimandata nel tempo, e chiedono alle due donne che hanno in cura la casa (due personaggi del tutto in antitesi con la ieratica curatrice di un tempo, la signora Ramsey) di sistemarla. L’assenza/presenza della signora Ramsay diventa dolorosa persino per gli oggetti che lei toccava. E’ sicuramente la parte più ostica del romanzo, ma io l’ho trovata straordinariamente bella, perché la Woolf riesce a farci vedere la morte e l’abbandono attraverso la descrizione di questa casa, che ne diventa il vero personaggio.

Finalmente, nella terza parte, si sciolgono tutti i nodi. La gita al faro si compie mentre il signor Ramsay sulla barca declama il suo ritornello preferito, Come perimmo, ognuno da solo, e intanto schiaccia un pesce agonizzante, e James, ormai sedicenne che ha guidato da marinaio provetto la barca, viene finalmente lodato dal padre e fa pace con lui, superando il complesso di odio e amore nei suoi confronti.
E Lily Briscoe (la Woolf da grande) una pittrice che dieci anni prima, vedendo la signora Ramsey e il piccolo James alla finestra aveva deciso di ritrarli senza però mai riuscire a finire il quadro, finalmente traccia la linea risolutiva e porta a compimento la sua opera (ossia metaforicamente la scrittura dell’autrice) risolvendo così il suo lutto per la perdita della madre.

Credo che per apprezzare questo romanzo bisogni avere tempo. Tempo e pazienza. La fretta non si addice alla Woolf. Il suo narrare così lento (senza che qualcosa accada veramente), è una continua riflessione sul come si è e sul perché si diventa così, sulla vita e sulle sue infingarde menzogne, sui rapporti umani e sulla loro complessità.
Lasciandosi andare al ritmo ipnotico e alle infinite ma profonde riflessioni dell’autrice, non si potrà che rimanere affascinati dalla bellezza della sua scrittura e dalla limpidezza del suo pensiero.
Consigliatissimo.

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Non bisogna scoprire di avere un paio d’ali. Si rischierebbe di volare via.

questo romanzo, QUADERNO PROBITO DI ALBA DE CESPEDES,

stava per finire tra gli “abbandonati”. Motivo principale: la povertà del lessico (e per lessico “povero” non intendo né semplice, né piano), e alcune banalità un po’ irritanti, del tipo (anche se non proprio dette così) che anche i ricchi non sono felici e cose del genere.

Poi è successo qualcosa. Man mano la storia mi prendeva, nonostante il linguaggio appiattito mi prendeva, ed era la capacità – la grande capacità – delle de Cespedes di narrare storie che inchiodano alla lettura, accompagnando il lettore tra le righe sino a renderlo complice e a fargli sollevare le pieghe più nascoste dei suoi personaggi.

Storia.
La protagonista acquista un diario per scrivervi i propri pensieri.
Gesto eversivo, da lei considerato proibito perché la donna intuisce da subito, anche se ancora non ne ha piena coscienza, che con quel quaderno si dà la possibilità di essere finalmente se stessa, di tornare Valeria , e di non essere più esclusivamente “mammà” come la chiamano i figli e soprattutto il marito.

Ma il percorso del mettersi a nudo e dello scoprirsi spalanca squarci su pensieri (e desideri) nascosti, cacciati giù da anni, che ora sgomitano per venire alla luce e reclamare il loro diritto a esistere. Terribile e prezioso momento.
Valeria non ce la farà: rifiuterà il dono che l’ora incerta della vita, quella in cui è possibile che tutto cambi, offre a ognuno di noi. Sì, prima o poi l’ora incerta ci raggiunge. Terribile e prezioso momento.

Libro sincero, tenero, privo di fronzoli, che pur senza dire troppo, spiega magistralmente le motivazioni e le psicologie di tutti i personaggi.

Libro sconsigliato alle donne (ma anche agi uomini) profondamente insoddisfatte ma che non hanno il coraggio di fare il passo nell’unica direzione possibile per rinascere.

Alla fine Valeria decide di tornare a essere solo “mammà”. Ma, a mia e ad altrui consolazione, io so per certo che nel mondo parallelo dove vagano i personaggi inquieti che non hanno ricevuto dall’autore sulla carta la pietas dovuta, Valeria è di nuovo Valeria, e da lì ci sorride, e anche ci irride, un po’.

(foto di Salustiano Garcia Cruz Artist)

 

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CATTIVE RAGAZZE – The Girls di Emma Cline

L’altro giorno un’amica mi disse, Se un libro mi ha colpita, finché non metto a fuoco il rimando che ne ho avuto scrivendone un commento, è come se non me ne fossi liberata. Solo quando riesco a scrivere qualcosa, il libro posso finalmente lasciarlo andare.
A me sta succedendo con “Le ragazze”, ed ecco l’urgenza di scriverne, perché poi possa leggere altro.
Premetto, non mi è piaciuto.

I motivi sono diversi e differenti, e proverò a capire – con voi, se vorrete – il perché.
Prima però desidero fare una considerazione. Rimango sempre un po’ sconcertata dal can can mediatico che si fa intorno all’età di un autore. Oggi l’editoria li vuole sempre più giovani, giovanissimi, in modo che si possa gridare al nuovo astro nascente e vendere, sicuramente vendere tanto, perché l’aurea di giovane genio “tira”.
A questo proposito mi piace riportare un brano dell’intervista fatta a Ferruccio Parazzoli, che oltre a essere un ottimo scrittore è stato per decenni uno dei grandi editor di Mondadori.
[..] Parazzoli per un attimo si perde nei ricordi. Cosa è cambiato da allora?
“Avevamo paura di Arnoldo: se per caso un libro cadeva per terra era una tragedia; lui sapeva la fatica che gli era costata trasformare quel libro non in un oggetto, bensì in un valore. Oggi lo scrittore non vale più nulla, se non fa spettacolo non esiste. E’ la dittatura del mercato, ma gli editori dovranno uscirne.
Come?
Smettendo di puntare di volta in volta sull’autore giovane, sul caso, uscire da questa ipnosi del bestseller. Ai miei tempi esisteva il libro di successo, che è una cosa diversa.”

Dico questo perché, onestamente, credo che a ventiquattro anni si possa anche essere maturi per poter scrivere un bel libro. Moravia ha scritto Gli indifferenti a ventidue anni, e non credo che l’editoria di allora ne abbia fatto “un caso” (anzi, se non vado errata lo pubblicò a sue spese); Breece D’J Pancake scrisse quel magnifico capolavoro di Trilobiti anche lui poco più che ventenne. Sono racconti di una bellezza selvaggia, che mostrano una capacità letteraria straordinaria. Eppure, nessuno se lo filò. Purtroppo si sparò a ventisei anni, e la raccolta di racconti uscì postuma.

Ho voluto fare questa digressione per dire che non valuto il romanzo della Cline in base all’età. Non l’ha scritto a quindici anni, e quindi la considero a tutti gli effetti una scrittrice “matura”.
Ritorniamo al romanzo: non mi è piaciuto per vari motivi: intanto la scrittura, così celebrata, non mi ha dato nessun sussulto, non sono mai ritornata a rileggere una frase perché colpita dalla sua bellezza. Mai un colpo d’ala. E’ una scrittura curata, senza sbavature (tranne alcune frasi un po’ retoriche ma sono peccati veniali) direi piuttosto piana senza essere piatta, una scrittura che si adatta perfettamente alla narrazione, e che, con un tono un po’ indolente e un po’ lamentoso, le si sottomette.
Ma anche questo è secondario.

Il vero motivo per cui il romanzo non mi è piaciuto è dovuto al rimando che mi dà: una sorta di repulsione verso i personaggi, tutti negativi (persino i bambini non riescono a creare empatia), verso quell’atmosfera d’indolenza insana, di mancanza di motivazioni, verso quell’umanità allo sbando che non ha niente da offrire se non il proprio sputacchiare una presunta superiorità in faccia agli “altri”, quelli normali, i borghesi che hanno cibo nel frigorifero e che si lavano, mentre loro, tutti loro, si credono portatori della verità che consiste nell’andare in giro lerci e affamati facendosi scopare da Russel, il loro vate, o da chiunque possa servire alla causa, cioè possa essere derubato dei propri soldi. Sono un pulviscolo di persone invidiose rancorose e stupide come il resto del mondo, e forse la loro rabbia sta nel saperlo ma nel non volerlo ammettere. Quanta differenza con “Altri libertini” di Tondelli, dove pure si parla di un’umanità allo sbando, ma quanta verità in quei personaggi, quanta sofferenza, quanta meraviglia hanno suscitato in me! Ho sentito, insomma, i personaggi della Cline costruiti, senza che lei abbia mai davvero avuto a che fare con quel tipo di persone. Non è che sia obbligatorio sapere sempre di che cosa si scrive, ma la bravura, se non si sa, sta nel non farsene accorgere.
Infine, la follia del massacro. Il lato morboso, pruriginoso del romanzo, quello che ha richiamato in mente le sette sataniche di Charles Manson, mandante di uno degli più efferati omicidi della storia americana, non mi ha convinta. Mi è tornato in mente “A sangue freddo” di Capote e lì sì che le motivazioni si capivano, che i personaggi (gli assassini) diventavano di carne e di sangue e non semplicemente i rappresentanti di un’idea che vagolava per il romanzo. Lì sì che l’autore c’era, eccome, coi suoi personaggi!
Ho avuto l’impressione, insomma, che l’autrice abbia scritto questa storia senza una vera empatia.
L’unico momento in cui l’ho sentita vera, e dolorante, è quando ha descritto il rapporto con la madre: quello credo sia l’argomento che le stava davvero a cuore, e per questo, ai miei occhi, la madre è risultata il personaggio più riuscito, meno “finto”, rappresentativo di emozioni e pensieri più che di un’idea.

Tanto altro avrei da riflettere, e da scrivere, ma qui mi fermo, affermando come sempre che il mio parere è, come tutti i pareri, completamente opinabile, e magari a voi il romanzo piacerà. Ve lo auguro.
Buona lettura

il mare pic