Quando sarò vecchia (Si hanno due vite. La seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una.) Confucio

Quando sarò vecchia
se mai lo sarò
e mi guarderò allo specchio
e mi conterò le rughe
come delicata orografia
di pelle distesa.
Quando potrò contare i segni
lasciati dalle lacrime
e dalle preoccupazioni
e il mio corpo risponderà lentamente
ai desideri,
quando vedrò la mia vita avvolta
in vene azzurre
in occhiaie profonde
e scioglierò i miei capelli bianchi
per andare a dormire presto
come si deve
quando verranno i nipotini
a sedersi sulle mie ginocchia
fiaccate dal passare di molti inverni,
so che il mio cuore ribelle
starà ancora ticchettando
e i dubbi e i vasti orizzonti
saluteranno ancora
i miei mattini.

Gioconda Belli

foto tratta dal film “Amour”  di Michael Haneke

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” In realtà non leggo, infilo una bella frase in un beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quell’idea mi si scioglie dentro…” Una solitudine troppo rumorosa, di Bohumil Hrabal

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Solo 88 pagine, ma sufficienti per fulminarmi sulla via di Damasco.

“Una solitudine troppo rumorosa” racconta la storia di Hanta e del suo umile, alienante lavoro, quello di pressatore di carta. Hanta lavora in un magazzino sotterraneo, un posto triste, desolato e umido, ma alzando gli occhi la sera, da un’apertura del soffitto, riesce a scorgere le stelle. Da questo pertugio vengono scaricati quintali di libri da pressare. Libri vecchi e nuovi, grandi e piccoli, illustrati o meno: Hanta ne salva quanti ne può, portandoseli a casa, ficcandoli dappertutto, finanche sul letto a baldacchino che rischia di cedere. E legge, Hanta, legge, legge. Potrebbe essere un infelice, Hanta, e invece riesce a trasformare il suo squallido lavoro e la sua squallida esistenza in un’opera d’arte; recupera le immagini dei libri salvati e crea, con le balle di carta pressata, delle meravigliose strutture: un inno alla bellezza nascosta, ma ostinata a non sparire, che ognuno di noi si porta dentro.

C’è in questo romanzo tanta di quella poesia, tanto di quell’amore verso la vita e tanta humana pietas per ogni creatura – anche per i topolini che hanno fatto il nido nella carta e non vogliono lasciare il nido rischiando di essere schiacciati nella pressa, persino verso le mosche che si attaccano alla carta moschicida e non riescono a fuggire – da riconciliare a lungo con l’umanità.
Qui il mio commento .
Per trentacinque anni ho lavorato alla pressa della carta”, sono insieme l’incipit e il mantra – lamento funebre o elegiaco – che Hanta, il protagonista, ripete più e più volte perforando con queste parole il romanzo, lo deflora con ostinazione dolorosa, arriva sotto i piedi di noi lettori smarriti, arriva sino alle cloache di Praga, dove si ode lo scroscio delle acque di scarico, il rodimento della carne dei clan dei piccoli roditori che si combattono in una lotta infinita e insensata, e infine arriva proprio qui, dritto nella pancia di me lettore e

sono questo topolino minuscolo che ti attacca disperato, con tutta la forza del suo corpicino ti attacca, ti morde la suola umida e forse vuole ferirti o forse ucciderti, perché in nessun luogo del magazzino c’è più carta, tu hai levato tutta la carta, è il tuo lavoro, è da trentacinque anni che pressi carta ed è la tua love-story, e io adesso muoio di freddo e ti attacco, e sento la tua mano tenera che mi sposta, avverto nelle dita la tua immensa compassione verso tutte le creature che soffrono senza motivo, e non c’è speranza di salvezza, perché i cieli sopra di noi non sono umani

sono questa mosca carnivora che si aggrappa al sangue secco della carta proveniente dal macello, e finirò nella pressa perché sono incapace di staccarmi dalla carta imbrattata, e lascerò la mia impronta blu cobalto e oro e verde smeraldo – la mia povera inutile impronta di creatura stolida – che tu osservi srotolando per me i grani della tua personalissima pietas

sono le ossa di tua madre, quelle rimaste integre dopo la cremazione, che l’impiegato mette nel macinino per triturarle bene, e poi finalmente te le consegna nell’urna

sono i nastri sventolanti di Marcinka mentre balla felice una polka con te, questi nastri sporchi di escrementi che spruzzano merda sui ballerini attorno, e lei non lo sa, lei ha avuto un bisogno corporale e non si è accorta di essersi imbrattata i lunghi nastri dei suoi escrementi, e adesso balla felice sono tuo zio e la sua cabina di ferroviere,

sono questo corpo ritrovato cadavere dopo quindici giorni, spalmato sul pavimento come un camembert, i capelli rossi incrostati nel linoleum, tu sei venuto con la tua pala di lavoro e hai disincrostato tutta la cabina, e intanto ti ricordavi di come ti volevo bene mentre ti allontanavi dalla festa perché nessuno si era occupato di te, e hai alzato lo sguardo e mi hai visto con la mano levata nel saluto, perché mai per un attimo ti avevo lasciato solo con lo sguardo per dirti io ti vedo, io ti voglio bene

sono questo cielo stellato che osservi dal buco del magazzino, così alto sopra di te, sono questo cielo non umano, senza compassione, sono Gesù e Laozi e Kant che ti vengono a trovare al lavoro quando sei già al quinto boccale di birra, si siedono sulle scale e osservano le zingare sono la tua pressa nella quale metti prima una gamba e poi l’altra, e poi tutto dentro, tutto rannicchiato, schiacci il bottone verde sono un lettore. Io lettore sfinita da tanta bellezza mentre mi aggrappo a te per accompagnarti nel volo, e mentre insieme aspettiamo l’urto sento la tua immensa pietas anche per me, e sorrido candidamente, perché non ha più importanza sei i cieli sopra di noi non sono umani. Noi siamo già nel cuore del paradiso terrestre.

Detesto dire capolavoro, ma questo libro per me lo è.

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E poi giù il deserto (leggendo Un amore, di Dino Buzzati)

Venticinque anni fa o giù di lì leggevo per la prima volta “un amore”. Pochi anni prima avevo terminato “Il deserto dei tartari”, e mi aveva lasciato dentro un tale rimescolio che non osavo conoscere altro di Buzzati – né Il deserto l’ho mai più ripreso in mano, troppo presente la possibilità di una delusione (e chi vorrà mai farsi defraudare della dolcezza di un ricordo, della solarità melanconica dell’infanzia? molto meglio lasciare le cose dove stanno, posate come pulviscoli nella luce). Un amore non mi era piaciuto granché. Il “deserto” se lo ingloba, e mentre noi cerchiamo di seguirne le tracce lo fa smarrire tra le dune lo inghiotte nelle sue viscere di sabbia e prevale nei nostri ricordi. Così “Un amore” non mi era molto piaciuto.

Ho dovuto – voluto – riprenderlo in mano adesso che sto scrivendo delle cose, e mi serviva rileggerlo. E così ho scoperto, è difficile dirlo, è difficile non essere fraintesa, che Buzzati è un grande scrittore. Intendiamoci, lo sapevo anche prima, di lui era presente la malinconia e tutto il resto, insomma le cose che tutti sappiamo di lui mentre leggiamo Il deserto dei tartari, ma non mi ricordavo anzi non ero in grado di capire che splendido trapezista del linguaggio fosse questo autore. Mi sono ritrovata incredula a ritrovare l’ossessione del protagonista negli arditi passaggi verbali (in una breve frase ce n’erano tre: passato remoto, presente e futuro, tutto nella stessa brevissima frase), negli improvvisi cambi di marcia delle voci (perché Buzzati passa dalla terza persona alla prima con un’eleganza sfacciata, con una tale allegra impudicizia che manco ce ne si accorge se proprio non lo si deve volere), nella costruzione delle frasi. Ossessione data dal ritmo delle parole ripetute elaborate semplici pulite senza virgole con le virgole i punti dove non te li aspetti. Ah. Siamo nel 1963.

Così mi sono data della stupida per aver aspettato tanto e ho dato degli stupidi a quelli che gli autori italiani manco per le palle, anche quelli del novecento cicca, sono meglio gli americani gli israeliani i cecoslovacchi insomma noi sempre di serie b, tanto per non smentirci. Ragazzi, leggetevi Buzzati.

La storia? Ah, sì, un cinquantenne s’innamora di una prostituta giovanissima, lei lo piglia per i fondelli e lui ci soffre. Il finale è stupendo.

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Jacques Lipchitz. L’uomo che riuscì a trasformare l’orrore in qualcosa di puro. (Leggendo “Anime baltiche” di Jan Brokken)

kk(Arte Kintsugi – In Giappone, quando un oggetto in ceramica – di norma il vasellame – si rompe, lo si ripara con l’oro, poiché si è convinti che un “vaso rotto possa divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine”.)

Bialystk, 1905. Quella mattina si stava svolgendo il Corpus Domini e qualcuno sparò un colpo in aria. Cattolici e russi ortodossi lo presero subito come pretesto per scatenarsi: centinaia di vandali e facinorosi si riversarono nei quartieri ebraici della città, incitati dai poliziotti e dai militari russi. Distrussero, uccisero. Le donne furono viololentate, agli uomini vennero cavanti gli occhi e ai ragazzi vennero strappate le unghie.
Il pogrom durò due giorni e due notti. Fu una carneficina. Decine di migliaia di ebrei si nascosero nelle cantine e nelle fogne. Poche centinaia riuscirono a raggiungere la stazione e a salire su un treno in partenza. Ma il personale delle ferrovie polacche mise tutti i segnali sul rosso, bloccando le locomotive. Con l’aiuto di conducenti e guardie ferroviarie, i carnefici polacchi fecero scendere dai treni i passeggeri ebrei e tagliarono loro la gola sul piazzale della stazione.
In alcuni quartieri la Lega di Autodifesa Ebraica era riuscita a tenere a distanza gli agitatori, aprendo il fuoco e gettando granate ai poliziotti a cavallo. Così anche un paio di scuole e di collegi ebraici erano stati risparmiati.
Chaimke Lipchitz era rimasto nella cantina di una di quelle scuole per due giorni e due notti, vi era sceso di corsa a rifugiarsi dopo aver sentito avvicinarsi le urla di una folla inferocita. Per tutto il tempo sentì le urla bestiali della folla, e quelle terribili delle vittime innocenti rifugiate nelle aule. Lipchitz era un artista, uno scultore. Si salvò, ma quelle grida sanguinarie gli ferirono per anni la memoria rendendogli le notti insonni, ma lui con grande pena tentava di tenerle lontane da sé. Finché non perse il padre e, poco dopo, la sorella. E allora le urla ripresero, sempre più forti.
Una mattina di primavera del 1928 Lipchitz andò nel suo atelier, mischiò la calce con l’acqua e iniziò a modellare il gesso.
Aveva solo una vaga idea della scultura che voleva realizzare, ma sapeva come intitolarla.
Il grido.
Ecco come doveva chiamarsi la scultura. Nel gesso la bocca spalancata prese forma quasi subito. Una mascella superiore, una mascella inferiore. Ma poi successe una cosa strana. La mascella superiore prese la forma di una testa e così quella inferiore. A una testa vennero attaccate le spalle, e anche all’altra. D’un tratto tutto andò velocissimo.
Spalle. Braccia.
Una schiena per la figura di sopra, una pancia per quella di sotto.
Gambe, gambe belle e sinuose. Gambe chiuse per la figura di sopra, aperte per quella di sotto.
Fece qualche passo indietro, per prendere le distanze. E un moto di commozione lo fece tremare. Non era stato capace di realizzare una scultura macabra o spaventosa per ricordare il padre e la sorella, e forse tutti gli ebrei di Lituania e Polonia, Dalle sue mani era uscito l’atto d’amore.
Il grido era diventato il grido di una coppia. E decise di intitolare l’opera proprio così: Le cri (le couple ). Si sentì estremamente sollevato, perché da qualcosa di tremendo aveva creato qualcosa di puro. Dalla morte aveva estratto la vita, dalla disperazione la speranza.

Il grido (1928-1929) .

Il Grido, opera che fu vietata quando venne mostrata per la prima volta al pubblico, nel 1929, ad Amsterdam perché definita “copulazione in bronzo”, e quindi contro la pubblica decenza.
Jacques Lipchitz, scultore ebreo scampato al pogrom di Bialystok

52 ANNI FA UNA RAGAZZA CAMBIAVA LA STORIA DELLE DONNE.

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Franca Viola, “un nome che dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque lo senta, eppure non tutti sanno chi sia questa donna che alla giovane età di diciassette anni cambiò la storia delle donne.”

Franca Viola venne rapita e stuprata nel 1965, ma ebbe la forza e la dignità di dire no alle nozze riparatrici.Fu grazie a lei che lo stupro divenne, purtroppo solo nel 1996, un reato contro la persona e non solo un reato contro la morale.

Il 26 dicembre del 1965 con l’aiuto di dodici amici il suo ex fidanzato Filippo (nipote di un mafioso) irrompe nella casa dei Viola, distrugge tutto ciò che gli capita a tiro e rapisce Franca ed il suo fratellino di 8 anni, Mariano, che si aggrappa alla sorella con quanta forza ha in corpo. Il piccolo viene subito liberato, mentre la ragazza sparisce nel nulla. Franca viene sequestrata per otto giorni, prima in un casolare fuori Alcamo poi in paese, dalla sorella di Filippo. In otto giorni Franca subì di tutto dalle violenze verbali, alle violenze fisiche, e infine alle violenze sessuali.

Filippo in seguito contatta il padre di Franca per un incontro tra le famiglie che serve per mettere tutti di fronte al fatto compiuto e far accettare ai Viola le nozze .

Era la morale del tempo a volere il matrimonio riparatore per chi usciva da una simile storia; una ragazza ormai non più vergine non avrebbe potuto sposare nessun altro se non il suo aguzzino, per poter salvare il suo “onore” e quello della sua famiglia, in caso contrario sarebbe rimasta zitella e additata come “donna svergognata“.

Ma Franca no, lei non accettò e lui finì in carcere.

Oggi è doveroso ricordare questa donna che con la forza del coraggio che solo dà la dignità, ha fatto sì che lo stupro cominciasse a non essere più tollerato.
Ecco le sue parole

«Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori ».
Grazie da parte di tutte noi, Franca Viola!

Rinnamorarci di noi stesse

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Se dovessi dire in modo conciso quello che penso di questo libro, direi: Bibbia.
Non è un romanzo, né un saggio, né un manuale di aiuto. E molto di più. E’ la possibilità di un percorso personale. La possibilità di guardarsi dentro e fuori senza paure. Impudiche libere e sincere. Se solo si avranno occhi limpidi nello sguardo, come quelli di un bambino che se li è appena lavati.
E’ una lettura che può cambiare la vita, ma davvero.

DONNE CHE CORRONO COI LUPI di Clarissa Pinkola Estès

Quando l’ho letto, quando l’ho chiuso, quando l’ho appoggiato sul comodino accanto a me, ho pensato, Stronza (l’autrice), mi hai devastata, mi hai levato la pelle di dosso. Mi hai parlato sin dentro le viscere toccandomi qui, dove fa più male.
Libro difficilmente catalogabile: saggio, raccolta di fiabe, percorso spirituale, psicoanalitico. Di più. Crescita, soprattutto. Sì, crescita di noi donne, come donne e come persone.
In moltel – ho saputo poi – lo avevano definito Bibbia.
Vero. Da leggere e rileggere. Per rivalutarci ogni volta. Per rinnamorarci di noi stesse. Per ricordarci che ce la si può fare.
Di seguito il mio commento.

C’era una volta, una settimana fa, o anche ieri, o un anno fa, una storia che a leggerla si faceva fatica. C’era una volta, una vita fa, ma anche ieri, un posto delle fragole da ricercare, finché il sogno non diventava oscuro, tanto oscuro che ci si addormentava, e al risveglio non ci si ricordava più la strada, e neanche il campo di fragole. Niente. Ma c’era anche una meravigliosa danza che si danzava, con in petto un mazzo di piume che sarebbero diventate ali, e noi si danzava perché si sapeva che le ali sarebbero state sufficienti al volo. E si lasciava agli altri l’indulgenza della vita perché la vita non è fatta d’immagini e neanche di parole, ma si è sempre in un altrove ma anche no, purché si possa tornare alla nostra anima-casa, qualsiasi posto va bene. C’era una volta, dieci anni fa ma anche adesso, il predatore della nostra pelle. Furtivo, suadente, ammiccante. E noi, abbagliate, gli abbiamo permesso di levarcela. Così è iniziato il dolore. Il dolore sbagliato nel corpo perfetto.

Riconoscermi è stato spesso doloroso. Persefone baratta sé stessa con la calma piatta dell’accondiscendenza e la sua discesa agli inferi rischia di non avere più un ritorno. Ci sarà una Demetra anche per noi? Intanto si danza, si danza, non più il ballo sospeso nella terra delle fragole ma una pantomina che puzza di osceno mentre nelle scarpette rosse delle nostre false ossessioni, simili a Icari zoppi, giriamo e giriamo sino allo sfinimento. Bussiamo alle porte sbagliate nella speranza che la nostra danza volgare si accasci pur sapendo che la vecchia strega non ci aiuterà. Così, meglio farci troncare i piedi e fermarci per ritornare ancora noi, piuttosto che restare per sempre col cuore in ritardo.
Da leggere.

SONO IO CHE L’HO VOLUTO, DI CYNTHIA COLLU Violenza non è solo uno schiaffo, o un pugno. Violenza sono anche le offese, il denigrare continuo, violenza è erodere a poco a poco l’autostima di una persona, sino a renderla incapace di valutarsi se non attraverso l’approvazione del proprio partener. Questo romanzo parla di una coppia “normalmente” infelice, una delle tante. L’importante è riconoscere il limite che l’altro non dovrebbe mai oltrepassare, e imporselo. La mia intervista a La 27esima ora del Corriere della Sera.

http://27esimaora.corriere.it/articolo/cosa-succede-a-una-donna-che-dice-basta-a-un-marito-violento/

 

 

2016-01-21 22.37.46[2639]