Donna, il tuo nome è danno (da sempre)

«Il più gran male che Dio fece è questo: le donne. A qualcosa par che servano, ma per chi le possiede sono un guaio» (Semonide).
Leggendo “L’ambiguo malanno” di Eva Cantarella

L’espressione “ambiguo malanno” è tratta da “Ippolito” di Euripide. La scrittrice analizza la condizione della donna dalla preistoria all’epoca romana, soffermandosi soprattutto su quest’ultima e su quella greca, cercando una spiegazione, o almeno una traccia, delle origini della  discriminazione nei confronti della donna.
Ecco di seguito alcuni interessantissimi brani. Enjoy!

“O Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole? Se proprio volevi seminare la stirpe dei mortali, non dalle donne dovevi produrla: ma che gli uomini comprassero il seme dei figli, depositando in cambio nei tuoi templi oro o ferro o peso di bronzo, ciascuno secondo il valore del prezzo, e viver senza donne in libere case. Ora invece, per portarci in casa questo malanno, distruggiamo le ricchezze della casa. E da questo è chiaro che la donna è un grosso guaio, se il padre, che l’ha generata e allevata, aggiunge una dote e la colloca in altra casa, per liberarsi da un guaio! Chi si è preso questa terribile genia in casa, gode, sciagurato!, a ricoprire questo idolo maligno con ornamenti e vestiti, consumando le ricchezze della casa! Ed egli si trova in questa necessità, che, se si è imparentato con parenti di alto rango, deve tenersi e godersi una moglie odiosa; e se ha sposato una brava donna, deve tenersi inutili parenti e, col bene, sopportare un malanno. La cosa migliore è l’aver in casa una donna da nulla, ma almeno inutile nella sua stupidità.

La donna saputa, la odio! Non me ne capiti in casa una, che pensi cose più grandi che a donna conviene. È proprio in queste donne intelligenti che Cipride ingenera la scelleratezza: mentre la donna semplice si sottrae alla follia per il suo poco senno. Bisognerebbe inoltre che alla donna non si avvicinassero ancelle, ma le stessero accanto solo muti mostri di fiere, perché non possa rivolgere parola ad alcuno e nemmeno, a sua volta, ascoltare i discorsi delle altre. Ora invece, in casa, le scellerate meditano disegni scellerati e le ancelle li portano fuori.

E così anche tu, scellerata, sei venuta per commercio col talamo vietato di mio padre! Dovrò purificarmene con acque correnti, lavando le mie orecchie. Ma come potrei essere scellerato io, che solo per aver udito queste proposte non mi ritengo puro? Sappilo bene, o donna: ti salva la mia pietà; se non fossi stato sorpreso senza difesa con giuramenti sugli dèi, certo non mi sarei trattenuto dal riferire questo a mio padre. Ora me ne andrò da questo palazzo, finché Teseo è lontano, e terrò chiusa la bocca. Ma tornando qui con lui, voglio vedere come lo guarderai in faccia, tu e la tua padrona: e conoscerò la tua sfrontatezza, io che l’ho assaggiata. Possiate morire! No sarò mai sazio di maledire le donne, anche se qualcuno dice che lo ripeto sempre: esse infatti sono sempre scellerate.

E qualcuno insegni loro ad essere oneste, o lasci che io imprechi sempre contro di loro!” -Euripide

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Dove sei? Lettera d’amore

 

(gli uomini non scrivono più le lettere d’amore d’una volta)

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Non sono affatto lontano, per tutto il giorno non sono riuscito a non pensarti. In questi giorni ho un gran bisogno di vederti e ho molto bisogno di te (forse non dovrei dirtelo). Accidenti, faccio fatica a scrivere, vorrei averti qui di fronte, seduta a gambe incrociate con gli occhi che si perdono nei miei e viceversa.

Ieri, quando ti ho abbracciata e dicevo di essere tranquillo, ho sentito quel NOI in modo incredibile, ho sentito io uomo tu donna in un incastro infinito asessuale. Non fraintendermi, ti desidero ma ieri è stato diverso. Voglio amarti nel modo più puro più disinteressato, ma qualcosa dentro mi spinge a volerti rapire, a incorporarti.

Devi raccontarmi delle tue ferite per liberare finalmente la mente.

Sai continuo a pensare a noi due su una harley davidson che viaggiamo per il mondo, con in sacchi a pelo in spalla e sulle labbra un sorriso.

La scorsa notte mi sono addormentato con l’immagine di noi due su una H.D., corriamo su un’autostrada cantiamo e tu mi stringi e ridi e io grido wao a tutte le macchine.

Wao questo è molto bello.

Ti amo e mi domando perché non me l’hai detto prima. Ho bisogno di sentirti vicina, di proteggerti e di ascoltare le cose che sai e che devi dirmi. Mi rendo conto che è toglierti la tua libertà, mia adorabile selvatico essere, ma ora sento questo.

Alcune volte penso di stare volando poi mi dico cacchio siamo veramente fra le nuvole per questo mi sembra irreale.

Di una cosa ti prego, non idealizzarmi, sono molto semplice, ho tanti difetti, paranoia, egoismo, feticismo e amore opprimente. Ti amo accidenti non riesco a capire quanto, deve essere infinito.

Wao sono felice perché mi rendi felice, perché esisti, perché noi siamo figli della terra, voglio parlarti dell’intuizione panteista che sto avendo in questo periodo.

Siamo WAO e stiamo sprecando la vita chiusi nella gabbia.

Mi viene in mente un film “e per tetto un cielo di stelle” vuoi essere la donna di un vagabondo? Forse non creerò mai niente di duraturo, ma vivere per sentirsi vivi mi basta.

Sento di amare la natura, tu sei la natura noi siamo la natura, wao, sto salendo. Il sole ha squarciato le nuvole si riflette caldo di luce sui palazzi e schiarisce l’ombra del mio balcone.

Perché non viviamo insieme? Lo so, sto uscendo troppo dalla realtà ma lo desidero infinitamente.

Essere bisogna essere (non per gli altri ma per noi per l’Universo, wao). Parigi Londra Istanbul Benares San Francisco Rio de J. ci attendono, ma anche il deserto dei Gobi, le montagne e i santoni del Tibet, l’Amazzonia le calde piramidi dell’Egitto wao bisogna vivere e questa è la vita più intensa e completa che si può fare. Dimenticavo l’Australia con i suoi canguri e le Seychelles con i frutti afrodisiaci.

Ti amo wao sto per impazzire in questo miraggio di vita, dobbiamo realizzarlo, dobbiamo, mi vien da piangere per la gioia o sa il diavolo, ma ho paura che tutto possa finire; non so se saprei reggere ma non importa.

Ciao Cynthia, ti amo
M

 

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Altri libertini

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“Altri libertini”, di Pier Vittorio Tondelli
Questo è un romanzo che mi ha fatto ricredere su tante cose; la prima e la più importante, è che non sopportavo leggere le bestemmie nei libri. E invece questo romanzo mi è piaciuto nonostante le bestemmie, le parolacce, la trivialità. Perché niente è scritto contro il lettore, o per solleticargli i bassi istinti. Ogni parola, ogni bestemmia, ogni insulto è giusto e dovuto, perché i personaggi non saprebbero esprimersi altrimenti. Sono creature allo sbando; sono trans, omosessuali, prostitute, ma tutti talmente ricchi di umanità che ogni bestemmia è una preghiera, una richiesta disperata d’amore, di compassione, di comprensione e di perdono.

Leggere “Altri libertini” è stato ritrovarmi tra gli ultimi, tra i più umili, tra i reietti delle nostre società. Leggere “Altri libertini” è stato guardare questi paria con occhi diversi, vergognarmi, forse, di essermi considerata fortunata per non aver percorso la loro discesa verso gli Inferi. O forse, chissà, verso gli Inferi ci sto scendendo ora, in solitudine, mentre loro, se anche sono all’inferno, sono assieme e sanno ancora cantare e amare.

Di seguito il mio commento

Da poco ho finito di leggere “Altri libertini” e siccome ne sono stata fortemente turbata, e rattristata, anche, tanto da non riuscire a mettere giù per giorni uno straccio di commento, e siccome, e soprattutto, ho appena finito di leggere su un social commenti offensivi – e alcuni in modo davvero misero – decido di prendere qui, in questa discussione, le difese di Tondelli. Lo scrittore, si sa, ha esordito con questa raccolta di racconti nel 1980. Ed è stato subito scandalo. Processo. Blocco del libro. Assoluzione.

Mi fa quindi specie leggere a distanza di trent’anni le stesse accuse d’allora “Solo volgarità”, “Personaggi nevrotici senza spessore e soprattutto noiosi” (!), “Ma come si fa a scrivere così male”, “Tondelli avrebbe fatto meglio a dedicarsi ad altro. Nulla è verosimile di quel che scrive, il lerciume dei temi e dei personaggi trattati è tale che … “, “Ho evitato 22 anni Pasolini per beccarmi sto frocio pompinaro inculato”. E qui mi fermo.

Tondelli è un ottimo scrittore. Il noi collettivo che spesso usa serve ad annullare il punto di vista e a immergere il lettore nel suo caos linguistico. Lo stile è irruente, aggredisce la sintassi e la grammatica, affastella pensieri e descrizioni nell’urgenza del narrare, una narrazione pulita e sincera che nulla lascia al compiacimento di sé e a quello molto più facile e redditizio del lettore.

Mi verrebbe da dire che Tondelli è un puro cantore dei sogni e del bisogno d’amore di una generazione allo sbando, di chi stava perdendo gli ideali del ’68 e aveva davanti la prospettiva sordida di una Milano da bere e dello yuppismo che già sgomitava sui canali della tivvì. Chi è che non ha conosciuto o perlomeno non ha visto passarsi accanto una Giusy saltellante sui tacchi?

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Noi che c’eravamo, l’abbiamo vista e conosciuta, anche se non si chiamava Giusy, e si spidocchiava anche lei e ci guardava con occhi da cane affamato ma non lo capivamo quello sguardo così un giorno se n’è andata su una panchina al freddo col cielo sopra come coperta e un buco sbagliato in vena. E non abbiamo capito neanche la Molly, anche se non si chiamava così, con le sue brache una sull’altra, fatta e appisolata e ogni sera gonfia e pesta che pareva una maschera, perché quando andava a prostituirsi per una dose la scopavano e poi la gonfiavano di botte, e lei ci guardava altera con i lividi in faccia e adesso se n’è andata anche lei, da trent’anni ormai, ma noi non capivano il suo bisogno d’amore, noi che negli anni settanta c’eravamo, e passavamo il joint senza fumare perché la droga è un espediente del capitalismo per fottere le generazioni dicevamo a muso duro, e ci fanno i soldi sui vostri buchi marci, e sul vostro hashish che rimbambish, coglioni, svegliatevi! la Rivoluzione è alle porte! e andavamo a manifestare coi nostri stracci di bandiere rosse e prendevamo le botte dalla pula nel fumo delle molotov ci beccavano sempre, gli stronzi, e Patrizia si è fatta a calci tutte le scale della casa occupata e mentre rotolava giù un calcio dietro l’altro, e Maria che è scesa con le mani sulla testa gliele hanno massacrate col manganello, e sanguinavano da far paura, così noi ci sentivamo i puri, i martiri del Grande Ideale, e gli altri, i tossici, gli sbandati, i fricchettoni, gli “altri libertini”, erano solo dei poveri idioti, e adesso che

E adesso di tutto questo che cosa è rimasto, siamo diventati peggio degli adulti che contestavamo, neanche delle lacrime nella pioggia, alcuni sono diventati personaggi importanti, conduttori televisivi di una sinistra edulcorata che manco sa di che cosa parla, e altri sono finiti nello schieramento opposto, sordidi grassoni lacchè di nani e ballerine, così adesso, noi che c’eravamo, noi che abbiamo visto affogare i nostri sogni nel piombo e nei cocktail nelle stradine griffate di Brera, ci chiediamo chi è stato più fortunato, se noi che l’abbiamo preso in culo e continuiamo rassegnati a calare le brache, o se loro, poveri donchisciotte che cercavano l’odore che <i>Non ha importanza alcuna se sarà di sabbia del deserto o di montagne rocciose, fossanche quello dell’incenso giù nell’India o quello un po’ più forte, tibetano o nepalese. No, sarà pure l’odore dell’arcobaleno e del pentolino pieno d’ori, degli aquiloni bimbi miei, degli uccelletti, dei boschi verdi con in mezzo ruscelletti gai e cinguettanti, delle giungle, sarà l’odore delle paludi, dei canneti, dei venti sui ghiacciai, saranno gli odori delle bettole di Marrakesh o delle fumerie di Istanbul, ah buoni davvero buoni odori in verità, ma saran pur sempre i vostri odori e allora via, alla faccia di tutti avanti! Col naso in aria fiutate il vento, strapazzate le nubi all’orizzonte, forza, è ora di partire, forza tutti insieme incontro all’avventuraaaaa! </i>

 

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Fammi essere ancora figlio

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Fammi essere ancora figlio.
Solo una volta. Una volta sola.
Poi ti lascio andare.
Ma per una volta, ancora, fammi sentire sicuro.
Proteggimi dal mondo.
Fammi dormire nel sedile dietro il tuo.
Guida tu. Che io sono triste e stanco.
Ho voglia che sia tu a guidarmi, papà.
Metti la musica che ti piace.
Che sarà quella che una volta cresciuto piacerà a me.
Fammi essere piccolo.
Pensa tu per me.
Decidi tu per me.
Mettimi la tua giacca, che a me sembra enorme, perché ho freddo.
Prendimi in braccio e portami a letto perché mi sono addormentato sul divano.
Raccontami storie.
E se sei stanco non farlo. Ma non te ne andare.
Ho voglia di rimanere figlio per sempre.
Abbracciami forte come dopo un gol.
Dormi ancora, come hai fatto, per una settimana su una sedia accanto al mio letto in ospedale.
Rassicurami.
Carezzami la testa.
Lo so che per tutti arriva il momento in cui devi fare da padre a tuo padre.
Ma io non voglio.
Non ora.
Voglio vederti come un gigante. Non come un uccellino.
Non andare, papà.
Ti prego.
Fammi essere ancora figlio.
Fammi essere per sempre tuo figlio.

_ Gabriele Corsi – Fammi essere ancora figlio _

Mio marito mi ha detto di essere gay

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ALEXIS, DI MARGUERITE Yourcenar

Un romanzo bellissimo. Una scrittura impareggiabile. Avrei sottolineato quasi ogni frase, se il libro non fosse stato di proprietà della biblioteca. E La Yourcenar, quando lo pubblicò, aveva solo 24 anni.

L’incipit. “Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima. Non mi piace troppo scrivere. Ho letto sovente che le parole tradiscono il pensiero, ma mi sembra che le parole scritte lo tradiscono di più.”
Vero, aggiungo immeritatamente io.

Alexis da anni lotta contro la propria omosessualità ritenendola una malattia, una sporca perversione. Non ha mai avuto il coraggio di confidarsi con la moglie, anzi, ha sperato, disperatamente sperato, che col matrimonio lui potesse rientrare nei binari della “normalità”. Si è spesso costretto a “non pensare”, a non andare nei posti dove poteva trovare l’amore fisico che voleva, l’unico che voleva: quello con altri uomini; l’amore che sogna, che riesce a eccitarlo, che desidera spasmodicamente. Ma si arriva sempre a un punto in cui l’esigenza di essere se stessi diventa talmente pressante da togliere il fiato. Si arriva al punto in cui o si muore, o ci si accetta. E Alexis ha deciso di accettarsi. Prende il coraggio a quattro mani, e scrive alla moglie una lunga lettera: la sua confessione.

Alla fine di questa (splendida) lettura mi è rimasta addosso però solo tristezza. Una tristezza che mi ha accompagnata a lungo, per giorni, e di cui ora desidero liberarmi. Non sono riuscita ad appassionarmi al tormento del protagonista, Alexis, per quanta sofferenza trasudi da ogni sua parola, dalle sue ammissioni di colpa, dai suoi tentativi di spiegare, di sperare – forse, e senza forse – nella comprensione di Monique, che riceve questa lunghissima lettera confessione.  E  le dice addio con parole terribili: “Ti chiedo scusa, il più umilmente possibile, non tanto di lasciarti, quanto di essere rimasto così a lungo.”
Essere rimasto così a lungo. Averla ingannata così a lungo, ma soprattutto avere ingannato se stesso. Giustamente, è la propria persona che interessa Alexis. Monique è solo lo specchio su cui l’uomo riflette il proprio tormento. E’ la donna che lo ama, che ha accettato di sposarlo credendo di avere con lui una vita normale: di essere amata, cercata, desiderata. Piccole cose insignificanti che danno senso alla vita. Invece troverà solo silenzi. Silenzi devastanti. E tanta tristezza, che la farà ingrigire. Si spegne giorno dopo giorno, Monique, cercando di entrare in contatto con Alexis. Un contatto che lui fuggirà ostinato, pieno di ribrezzo, di vergogna, di sensi colpa. Intristendosi mortalmente anche lui. Riconoscerà, a un tratto, di aver ucciso la parte bella di Monique: era una donna solare, dolcissima, e ora è solo uno sguardo rattristato, basso, incapace di rimproveri. Era probabilmente Monique un vulcano di sensi pronti a esplodere, a darsi con tutta la passione della carne a un uomo, e lui è riuscito a trasformare quelle braci ardenti in povera cenere. Si rifugiano, i due, in una religiosità devota e fervente. Si stordiscono di preghiere. Fingono, così, di avere un rapporto normale.

Mi spiace, non riesco a impietosirmi per la sofferenza di Alexis, per il suo torturarsi, il suo vano cercare di non cadere “nel peccato”. E’ Monique, che amo. La sua sofferenza senza risposte e la dolcezza con cui cerca di comprendere il marito mi hanno commossa sino alle lacrime.
E quando finalmente Alexis, mentre suona il pianoforte, bacia le proprie mani perché prende coscienza che non può più rinnegare se stesso, e che le sue mani, una volta anonime e sbiadite, ora lo libereranno di Monique, (“le mie mani, Monique mi avrebbero liberato di te”), io respiro di sollievo insieme a lui, e mi auguro che anche Monique, alla fine, tiri il fiato e faccia un gran sospiro, e s’incammini, anche lei, in una storia solo sua che la faccia riappropriare di se stessa, e magari bastarsi.

#iostoconmonique

 

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Umano, troppo umano – riflessioni su un perdente.

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Ho letto tempo fa “Stoner” di Wlliams. E’ un romanzo che ha raccolto commenti entusiastici, e continua a raccoglierne. Personalmente lo considero un ottimo romanzo. Ma non mi è piaciuto. Sembrerebbe una contraddizione in termini, ma è ciò che mi è successo. Ho provato a capirne il perché.

Alcuni mi hanno detto, Che c’è da capire? è solo un personaggio umano, molto umano. Non è un perdente, ma solo uno di noi. Mi viene da chiedermi cosa sia “umano” (e cosa sia un perdente), e che cosa comporti l’esserlo (e sottaccio il “molto” perché davvero mi si spalancherebbero davanti abissi).
Il romanzo  è un ottimo romanzo, dicevo. Ben scritto, perfetta la struttura e i personaggi. Cos’è che non mi torna, allora? Il fatto che venga considerato da molti un eroe perché silenzioso, remissivo, perché soffre senza mai combattere. Ecco, questo è il punto. Per me Stoner non è un eroe, e neppure un perdente. I perdenti sono persone fragili, le più bisognose d’aiuto, quelle che vorrebbero, che ci provano, ma non ce la fanno. Stoner, invece, se ne infischia completamente di tentare una pur minima reazione. Lui accetta passivamente (passivamente?)  ciò che la vita – o meglio, gli esseri umani – gli infliggono. Resistenza passiva, quindi? Sta qui la grandezza di Stoner, il suo essere “virtuoso” e allo stesso tempo dolente e flessibile come un giunco, pronto a chinare la testa (anzi, ad annuire, come fa ogni volta che accetta d’ingoiare un boccone amaro) di fronte al nemico? Per me no.  Passi che rinunci all’amore per non andar contro i suoi colleghi, ma la remissività con cui assiste alla devastazione che la moglie opera sulla figlioletta mi puzza quasi di condiscendenza, un lasciar che le cose vadano come devono andare purché non lo si disturbi a lottare. Non muoverà un dito per difendere la piccola dalle grinfie della moglie, Stoner, e la figlia (per colpa sua) diventerà un’alcolizzata. Umano, troppo umano nella sua ignavia, Stoner?

Penso a Caino, umanissimo nella sua gelosia, Caino che uccide, ed ecco l’umanità nella sua dimensione orizzontale, quella – forse – che più ci avvicina agli altri animali; ma è umano anche Abele, la prima vittima, quello più vicino a Dio, ed ecco l’umanità nella sua dimensione verticale.
Entrambi umani, molto.
Penso a quanti hanno subito passivamente una tirannia, e a quelli che, invece, per difendere la propria dignità di esseri “umani” hanno preferito combattere. L’umanità orizzontale (che ci accompagna almeno per il 90 per cento della nostra vita) può portare in un tunnel freddo e cieco, quella verticale può far sondare gli abissi dell’estasi.

E’ vero, la maggior parte di noi è come Stoner, o meglio “quasi” come Stoner, perché sono convinta che tutti noi, angeli decaduti, conserviamo nella memoria quella scintilla divina che per un attimo – anche per un attimo solo – ci ricorda chi eravamo e ci fa agire di conseguenza. Di questa scintilla, non vedo traccia in Stoner.
Come ha scritto un amico,, Stoner “è un uomo che rinuncia, che vuole avere la pace senza battaglie e che finisce sconfitto proprio per non aver voluto combattere.”

I suoi unici grandi amori sono stati la letteratura e l’insegnamento, a loro sacrifica tutto. E io rabbrividisco. Avrebbe forse preferito salvare un libro dalla distruzione piuttosto che la sua bambina? Non lo vedo come un perdente, ma solo come un mediocre personaggio che non ha mai avuto “l’umanità” di seguire quella scintilla divina che di certo, qualche volta, anche lui ha sentito.

E il finale non mi ha particolarmente commossa (quel libro che cade non mi è piaciuto per niente, l’ho trovata una scelta retorica) anzi, a dirla tutta,mi ha molto più commosso la lenta, terribile, voluta agonia di Emma Bovary.

Buona lettura a chi non l’ha ancora letto.

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