Mio marito mi ha detto di essere gay

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ALEXIS, DI MARGUERITE Yourcenar

Un romanzo bellissimo. Una scrittura impareggiabile. Avrei sottolineato quasi ogni frase, se il libro non fosse stato di proprietà della biblioteca. E La Yourcenar, quando lo pubblicò, aveva solo 24 anni.

L’incipit. “Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima. Non mi piace troppo scrivere. Ho letto sovente che le parole tradiscono il pensiero, ma mi sembra che le parole scritte lo tradiscono di più.”
Vero, aggiungo immeritatamente io.

Alexis da anni lotta contro la propria omosessualità ritenendola una malattia, una sporca perversione. Non ha mai avuto il coraggio di confidarsi con la moglie, anzi, ha sperato, disperatamente sperato, che col matrimonio lui potesse rientrare nei binari della “normalità”. Si è spesso costretto a “non pensare”, a non andare nei posti dove poteva trovare l’amore fisico che voleva, l’unico che voleva: quello con altri uomini; l’amore che sogna, che riesce a eccitarlo, che desidera spasmodicamente. Ma si arriva sempre a un punto in cui l’esigenza di essere se stessi diventa talmente pressante da togliere il fiato. Si arriva al punto in cui o si muore, o ci si accetta. E Alexis ha deciso di accettarsi. Prende il coraggio a quattro mani, e scrive alla moglie una lunga lettera: la sua confessione.

Alla fine di questa (splendida) lettura mi è rimasta addosso però solo tristezza. Una tristezza che mi ha accompagnata a lungo, per giorni, e di cui ora desidero liberarmi. Non sono riuscita ad appassionarmi al tormento del protagonista, Alexis, per quanta sofferenza trasudi da ogni sua parola, dalle sue ammissioni di colpa, dai suoi tentativi di spiegare, di sperare – forse, e senza forse – nella comprensione di Monique, che riceve questa lunghissima lettera confessione.  E  le dice addio con parole terribili: “Ti chiedo scusa, il più umilmente possibile, non tanto di lasciarti, quanto di essere rimasto così a lungo.”
Essere rimasto così a lungo. Averla ingannata così a lungo, ma soprattutto avere ingannato se stesso. Giustamente, è la propria persona che interessa Alexis. Monique è solo lo specchio su cui l’uomo riflette il proprio tormento. E’ la donna che lo ama, che ha accettato di sposarlo credendo di avere con lui una vita normale: di essere amata, cercata, desiderata. Piccole cose insignificanti che danno senso alla vita. Invece troverà solo silenzi. Silenzi devastanti. E tanta tristezza, che la farà ingrigire. Si spegne giorno dopo giorno, Monique, cercando di entrare in contatto con Alexis. Un contatto che lui fuggirà ostinato, pieno di ribrezzo, di vergogna, di sensi colpa. Intristendosi mortalmente anche lui. Riconoscerà, a un tratto, di aver ucciso la parte bella di Monique: era una donna solare, dolcissima, e ora è solo uno sguardo rattristato, basso, incapace di rimproveri. Era probabilmente Monique un vulcano di sensi pronti a esplodere, a darsi con tutta la passione della carne a un uomo, e lui è riuscito a trasformare quelle braci ardenti in povera cenere. Si rifugiano, i due, in una religiosità devota e fervente. Si stordiscono di preghiere. Fingono, così, di avere un rapporto normale.

Mi spiace, non riesco a impietosirmi per la sofferenza di Alexis, per il suo torturarsi, il suo vano cercare di non cadere “nel peccato”. E’ Monique, che amo. La sua sofferenza senza risposte e la dolcezza con cui cerca di comprendere il marito mi hanno commossa sino alle lacrime.
E quando finalmente Alexis, mentre suona il pianoforte, bacia le proprie mani perché prende coscienza che non può più rinnegare se stesso, e che le sue mani, una volta anonime e sbiadite, ora lo libereranno di Monique, (“le mie mani, Monique mi avrebbero liberato di te”), io respiro di sollievo insieme a lui, e mi auguro che anche Monique, alla fine, tiri il fiato e faccia un gran sospiro, e s’incammini, anche lei, in una storia solo sua che la faccia riappropriare di se stessa, e magari bastarsi.

#iostoconmonique

 

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Umano, troppo umano – riflessioni su un perdente.

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Ho letto tempo fa “Stoner” di Wlliams. E’ un romanzo che ha raccolto commenti entusiastici, e continua a raccoglierne. Personalmente lo considero un ottimo romanzo. Ma non mi è piaciuto. Sembrerebbe una contraddizione in termini, ma è ciò che mi è successo. Ho provato a capirne il perché.

Alcuni mi hanno detto, Che c’è da capire? è solo un personaggio umano, molto umano. Non è un perdente, ma solo uno di noi. Mi viene da chiedermi cosa sia “umano” (e cosa sia un perdente), e che cosa comporti l’esserlo (e sottaccio il “molto” perché davvero mi si spalancherebbero davanti abissi).
Il romanzo  è un ottimo romanzo, dicevo. Ben scritto, perfetta la struttura e i personaggi. Cos’è che non mi torna, allora? Il fatto che venga considerato da molti un eroe perché silenzioso, remissivo, perché soffre senza mai combattere. Ecco, questo è il punto. Per me Stoner non è un eroe, e neppure un perdente. I perdenti sono persone fragili, le più bisognose d’aiuto, quelle che vorrebbero, che ci provano, ma non ce la fanno. Stoner, invece, se ne infischia completamente di tentare una pur minima reazione. Lui accetta passivamente (passivamente?)  ciò che la vita – o meglio, gli esseri umani – gli infliggono. Resistenza passiva, quindi? Sta qui la grandezza di Stoner, il suo essere “virtuoso” e allo stesso tempo dolente e flessibile come un giunco, pronto a chinare la testa (anzi, ad annuire, come fa ogni volta che accetta d’ingoiare un boccone amaro) di fronte al nemico? Per me no.  Passi che rinunci all’amore per non andar contro i suoi colleghi, ma la remissività con cui assiste alla devastazione che la moglie opera sulla figlioletta mi puzza quasi di condiscendenza, un lasciar che le cose vadano come devono andare purché non lo si disturbi a lottare. Non muoverà un dito per difendere la piccola dalle grinfie della moglie, Stoner, e la figlia (per colpa sua) diventerà un’alcolizzata. Umano, troppo umano nella sua ignavia, Stoner?

Penso a Caino, umanissimo nella sua gelosia, Caino che uccide, ed ecco l’umanità nella sua dimensione orizzontale, quella – forse – che più ci avvicina agli altri animali; ma è umano anche Abele, la prima vittima, quello più vicino a Dio, ed ecco l’umanità nella sua dimensione verticale.
Entrambi umani, molto.
Penso a quanti hanno subito passivamente una tirannia, e a quelli che, invece, per difendere la propria dignità di esseri “umani” hanno preferito combattere. L’umanità orizzontale (che ci accompagna almeno per il 90 per cento della nostra vita) può portare in un tunnel freddo e cieco, quella verticale può far sondare gli abissi dell’estasi.

E’ vero, la maggior parte di noi è come Stoner, o meglio “quasi” come Stoner, perché sono convinta che tutti noi, angeli decaduti, conserviamo nella memoria quella scintilla divina che per un attimo – anche per un attimo solo – ci ricorda chi eravamo e ci fa agire di conseguenza. Di questa scintilla, non vedo traccia in Stoner.
Come ha scritto un amico,, Stoner “è un uomo che rinuncia, che vuole avere la pace senza battaglie e che finisce sconfitto proprio per non aver voluto combattere.”

I suoi unici grandi amori sono stati la letteratura e l’insegnamento, a loro sacrifica tutto. E io rabbrividisco. Avrebbe forse preferito salvare un libro dalla distruzione piuttosto che la sua bambina? Non lo vedo come un perdente, ma solo come un mediocre personaggio che non ha mai avuto “l’umanità” di seguire quella scintilla divina che di certo, qualche volta, anche lui ha sentito.

E il finale non mi ha particolarmente commossa (quel libro che cade non mi è piaciuto per niente, l’ho trovata una scelta retorica) anzi, a dirla tutta,mi ha molto più commosso la lenta, terribile, voluta agonia di Emma Bovary.

Buona lettura a chi non l’ha ancora letto.

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Su biccu/l’angolo

Questo racconto è dedicato a mio padre.

Vincitore del premio Castelfiorentino 2008, racconta un difficile rapporto tra padre e figlia che solo dopo la sua morte sentirà tutta la sua solitudine dell’uomo e l’amore che lui non è mai stato in grado di esprimerle. Di seguito, due brani tratti dal racconto.

CYN E PAPA'

Mio padre si chiamava Lorenzo. Ma mia madre lo ha sempre chiamato Renzo. Il più delle volte, semplicemente Re.
Re, come sovrano. Pronunciato con la e chiusa, come insegna il dizionario. Re, e chiusa, uguale a monarca, sovrano; re, e aperta, uguale a nota musicale. Così ci si esprime correttamente nella terra di Dante.
Mia madre è toscana, ma non credo che chiamando Re mio padre, intendesse dargli una veste di regalità.
Noi milanesi pronunciamo queste parole al contrario. Quando intendiamo il sovrano, diciamo un Re bene aperto, se invece indichiamo la nota musicale, stringiamo le labbra in una specie di sorriso forzato.
Spesso sbagliamo anche con le o. Per esempio nella parola orco. Orco la diciamo con la o chiusa, invece andrebbe aperta.
Mio padre è un orco.
Lo pensavo spesso, quando la sera tornava a casa ubriaco. E’ un orco, e m’infilavo sotto il letto coprendomi le orecchie con le mani.
Orco con la o aperta, come nella parola porco.
Sei un porco, gli gridava mia madre, e gli tempestava il petto di pugni, cercava di picchiarlo con le sue mani minute. Sono così piccole che mi servono a ben poco, mi aveva detto una volta.
Porco detto correttamente, con la o bella spalancata.
Anche mio padre urlava porco con la o bella aperta, e poi ci aggiungeva Dio. Dopo il porco qualcosa succedeva, un pugno contro un mobile, un piatto rotto, a volte l’intera tavola sparecchiata di colpo, e di nuovo l’affanno nel respiro di mia madre; dalla mia cameretta intuivo le sue mani in miniatura graffiargli il viso, nel tentativo di cancellarlo.
Ascoltavo i rumori provenienti dalla cucina, lo sfrigolio delle schegge di vetro e di ceramica, il ritmo sonnolento dell’acqua che gocciolava, e ogni volta mi stupivo nel constatare la vita propria di quei suoni, la loro indifferenza davanti all’odio dei miei genitori,
Odio, con la o bene aperta.

Papà indossa il completo in lana di Tasmania che gli ha regalato la mamma, il suo preferito. Gli va un po’ largo e il collo magro e scuro spicca nel bianco della camicia. Accanto a lui ci sono due vecchi. L’uomo è l’icona di Babbo Natale, le gote piene, i capelli bianchissimi. La stonatura è che veste di un marrone triste, deciso, senza predominanza di rossi o di gialli che gli diano un po’ di vita. La donna è paffuta, i capelli sono candidi, ha un sorriso intenerito che nasconde tra le rughe. Se non fosse per il luogo in cui si trovano, penserei a marito e moglie.
Papà è al centro della stanza.
Sono andata prima dal vecchio e poi dalla donna, li ho osservati in fretta, chiedendo scusa per la curiosità fuori luogo. Poi mi sono girata verso papà.
La sua bara è di legno chiaro, dorato. Sono contenta che abbiamo scelto un colore caldo. Le altre due casse sono marrone scuro, non saprei dire di che legno. Sono imponenti, una ha persino dei fregi in rilievo. La bara di papà invece è semplice. Un esagono allungato che illumina la stanza.
Mi sono avvicinata, ho indugiato con le dita sulla sua guancia. Non mi pare di avergli mai dato una carezza, prima, né che l’abbia fatto lui.
D’improvviso faccio un passo indietro. Un altro passo, poi corro fuori dalla camera mortuaria, corro senza fermarmi sino al parcheggio, mi appoggio a una macchina, controllo il respiro, prima in pancia dopo in petto poi in gola, e ancora, e ancora, finché la nausea non se ne va assieme all’odore della morte.
Poco lontano c’è un gruppetto di persone.
Hai visto com’è serena, la nostra Nina?, sta dicendo un uomo, Pare ancora viva.
Gli altri due sorridono, muovono il capo in segno di assenso, sembra che il fatto sia sufficiente a consolarli.

da “Su biccu/l’angolo” di Cynthia Collu

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LO SPUTO “a volte succede sai di mettere al mondo i figli e di non essere pronta, a volte succede che non si è pronti mai.”

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«La vita è proprio uno sputo» dice mia madre.
Ha in mano una fotografia di quando aveva quattordici
anni. È seduta contro un albero, la veste allargata sull’erba,
gli occhi sorridenti. Tiene le mani nascoste dietro la schiena,
un po’ vergognosa del fotografo.
Lascia cadere la fotografia sullo scrittoio e si allontana. Ha
la schiena curva e i capelli completamente bianchi. Adesso
li porta corti, appena sotto le orecchie. È dimagrita di una
ventina di chili da allora, ma è contenta così.
«È per le gambe, sai, non bisogna caricarle troppo, fa
male alle vene» dice.
Il secondo ictus ha paralizzato papà e lei non si rassegna.
«Tutta la vita a litigare» si lamenta, «e adesso lo piango
come il marito più bravo del mondo.»
Quando parla in questo modo mi sento a disagio, come se
dovessi fare qualcosa di urgente e non ci fosse più tempo.
Mamma si asciuga gli occhi con un fazzoletto. Mi alzo
e l’abbraccio.
«Basta, così ti fai solo del male.»
Solleva la testa, sotto le mie dita sento che contrae i muscoli.
«Facile per te parlare. Sei un’egoista, te ne sei sempre fregata
di noi, te ne sei sempre fregata di tutto, tu!»
Non ribatto. Da un pezzo so di essere la principale responsabile
della sua infelicità.
E poi. Dei terremoti, dei maremoti, del diluvio universale
e dell’unghia incarnata della vicina di casa, di tutto mi ac-
cuso perché di tutto ho colpa, prendi nota di questo Signore
Iddio e non avercela col resto dell’umanità, amen.
Forse mamma starebbe meglio se riuscisse a dire: con te
non sono stata una brava madre, non ce l’ho fatta a crescerti
perché eri solo un problema, stavo nella merda fino al collo
con il lavoro e tuo padre sempre bevuto e non avevo energie
per te, non è che non ti ho amato o se davvero non ti ho
amato è che non ero portata a essere madre, non so se è una colpa
ma quando ti insegnano a sbrigartela da sola che hai solo
nove anni t’indurisci per forza, ti perdi qualcosa per strada
e puoi non ritrovarla mai più, io ancora non capisco che
c’è di bello in un figlio, a voi non vi ho mai tenuti in braccio
perché ero troppo stanca perché mi alzavo alle cinque del
mattino per stirare e pulire e poi dovevo correre al lavoro
che allora non c’era la malattia, se stavi malata ti tiravano
un calcio nel sedere e con i quattro soldi che guadagnava
tuo padre ci avremmo cantato l’Aida, così vi avvolgevo nella
coperta per ripararvi dal freddo e vi portavo con me al
nido, prima te poi Marco poi Giulio povero figlio che anche
con la febbre a trentotto me lo sono dovuto portare al lavoro,
e che freddo faceva a Milano quelle mattine d’inverno,
io correvo con la carrozzina e gli dicevo non piangere, non
piangere che adesso andiamo al calduccio, ma quando arrivavo
quella schifosa di una slava neanche un po’ mi permetteva
di coccolarlo, neanche il pannolino potevo cambiargli,
al lavoro, è tardi, diceva, e io lavoravo con la morte
nel cuore, a volte succede sai, di mettere al mondo dei figli
e di non avere neanche il tempo di amarli.
Invece incalza: «Sei egoista come tua nonna! Sarà perché
ti chiami come lei».
Non replico, neanche le ricordo che Cosma è il nome datomi
in chiesa, che all’anagrafe non sono registrata così.
Mamma da sempre si rifiuta di chiamarmi Galathea, lo
trova un nome stupido, trova brutto anche il diminutivo
Thea, forse perché il nome l’ha scelto mio padre, o forse
perché per imparare a scriverlo si è dovuta ammattire, con
quel dannato th che non sapeva pronunciare neppure davanti
allo specchio.
Adesso mi sta rimproverando i tempi della scuola, “ti ho
mantenuta agli studi e questo è il risultato, una figlia che
se ne freca!”. Fra un po’ passerà a “quando te ne sei andata
di casa”, glissando sul particolare che è stata lei a mettermi
alla porta.
Dalla camera ci arriva un breve lamento. Papà ci sta chiamando,
non vuole sentirci litigare.

DA “UNA BAMBINA SBAGLIATA” DI CYNTHIA COLLU

MAMMA CON LA ROSA - Copia

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PICNIC A HANGING ROCK di Joan Lindsay.

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Non so se avete letto il romanzo, ma di sicuro molti di voi avranno visto il film. Lo ricordo denso di atmosfere. La durezza dell’educazione vittoriana contro la bellezza incontaminata della natura australiana. E quel finale aperto, che lascia inquieti e insoddisfatti. Che fine hanno fatto le due ragazze scomparse? Perché una viene ritrovata svenuta e con le unghie spezzate? Pare che l’autrice abbia rimosso l’ultimo capitolo su insistenza dell’editore, ed espressamente richiesto di pubblicarlo solo dopo la sua morte. Il film termina così, nell’incompiuto. Questo articolo, scritto da BlackBooks svela Il finale misterioso. Personalmente, preferisco che non sia stato aggiunto. E voi? Buona lettura.

 

«C’è un tempo e un luogo perché qualsiasi cosa abbia principio e fine…»

(Miranda)
“E’ la considerazione che fa Miranda, eterea adolescente protagonista del film, mentre sta salendo tra le asperità rocciose con alcune compagne di collegio verso la cima di Hanging Rock; ed in effetti la giovane, sensibile e spirituale studentessa, sente che sta davvero per finire qualcosa, per chiudersi un capitolo della loro vita, ed iniziarne un altro, in una dimensione completamente diversa.

Il romanzo “Picnic at Hanging Rock” fu pubblicato nel 1967 dalla scrittrice australiana Joan Lindsay che, spinta dall’editore, rimosse l’ultimo capitolo, che conteneva la soluzione dell’enigma della storia, e diede disposizioni affinché venisse tenuto segreto fino alla sua morte e pubblicato postumo. Il libretto contenente il 18° capitolo uscì nel 1987 sotto il titolo di “The Secret of Hanging Rock” – inedito in Italia – ed è ora fuori commercio.

Del fatto che esistesse una soluzione al caso qualcuno ebbe il sospetto perché l’autrice disseminò – forse intenzionalemte – all’interno del terzo capitolo alcune tracce per instradare i lettori.

Il film di Peter Weir tratto dal romanzo (piccolo capolavoro che ne riproduce con fedeltà i colori, le atmosfere e le suggestioni) ed uscito nelle sale nel 1975 rispetta appieno il volere dell’autrice e lascia gli spettatori liberi di darsi delle risposte su una soluzione che sembra sempre incombere ma di fatto non arriva.

Secondo la versione ufficiale il vero finale del romanzo non sarebbe piaciuto, a parer dell’editore, ai lettori e i particolare al pubblico australiano. Cosa spinse effettivamente Joan Lindsay a troncare una parte della propria opera?

Picnic a Hanging Rock racconta la scampagnata di un gruppo di studentesse di un severissimo collegio inglese, di stampo vittoriano, accompagnate da alcune insegnanti,  ai piedi di uno sperone roccioso (Hanging Rock appunto) nella piatta campagna australiana nei pressi di Melbourne, in una torrida estate del 1900.

Hanging Rock (Victoria, Australia)

Dopo mangiato, nell’afoso pomeriggio ronzante di insetti, mentre tutte si addormentano, accade un fatto fuori dal comune: gli orologi si fermano sul mezzogiorno, come per effetto di un fenomeno magnetico. Quattro ragazze allora decidono di dare la scalata al picco; si tratta di Miranda, la più vicina alla natura, Marion, il suo opposto in senso positivo, versata nella matematica e che cerca una spiegazione scientifica a tutto, Irma, vanitosa e superficiale, e Edith, piena di paure.

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Questa melodia ancestrale riempie quel vuoto lasciato dal ticchettio dell’orologio che si è fermato perché ora le ragazze non sono più preoccupate del tempo che passa e che le richiama all’orario del rientro, non sono più ingabbiate negli schemi che hanno regolato le loro vite fino a quel giorno; l’unica loro priorità e arrivare alla fine del cammino che hanno intrapreso e che le chiama verso la un livello di intima comunione con la natura.

Il moralismo bigotto e innaturale della mentalità vittoriana rimane spiazzato di fronte a una natura ed una stirpe tanto antiche quanto inconoscibili e provoca reazioni differenti:

L’irrigidimento, che spinge trincerarsi dietro un’estremizzazione del moralismo, la rigidità delle regole del collegio che costringe le ragazze a ingabbiarsi i rigidi busti corsetti e crinoline, che ne ingabbiano la vitalità e l’esuberanza giovanile.

La distruzione: è il destino della razionalità ottocentesca, simboleggiata da la signorina Greta McCraw, la severissima direttrice che si avvierà tra le rocce per scomparire nel baratro, non si sa se per incidente o se per suicidio.

Il fascino, nelle menti più aperte, quelle di giovani vitali pronte a entrare in sintonia con ciò che è diverso e nuovo, di  avulso dagli  schematismi che sono stati loro inculcati (Miranda e Marion).

La paura: la giovane Edith a un certo punto dell’ascesa verso la cima della Roccia si rende conto che sta succedendo qualcosa  anomalo; e viene colta da un vero e proprio attacco di panico, che la fa fuggire e precipitarsi a valle urlando e raggiungere le compagne per dare l’allarme. Ricordiamo che panico deriva da Pan, che oltre a essere il dio della natura e dei boschi era anche il dio che provocava il c.d. “timor panico”  in chi si trovava a passare nei boschi in sua presenza,  ossia una paura irrazionale accompagnata dalla sensazione di non avere più il controllo di quello che ci circonda.

Mi piace vedere in questa scena il parallelismo con il successivo film Passaggio in India(1984, diretto da David Lean) nel quale una giovane inglese di educazione vittoriana durante un viaggio in una colonia viene accompagnata da una guida indiana a visitare un sistema di grotte nel quale cade vittima di un attacco di panico che la indurrà in uno stato confusionale e la renderà incapace di distinguere realtà e fantasia: il tutto sempre nell’ottica di un incontro-scontro tra civiltà colonizzatrici e colonizzate, inibizioni vittoriane e misteriosa natura autoctona.

A questo punto del racconto iniziano le indagini: il picco viene setacciato ma le ragazze sembrano scomparse nel nulla. L’ottavo giorno viene ritrovata Irma svenuta ai piedi di una roccia, senza corsetto, con le unghie spezzate e i piedi misteriosamente puliti, e apparentemente in preda ad un’amnesia. Ma sul mistero che ha inghiottito Marion e Miranda non sarà più fatta luce.

Cos’era successo nel finale del romanzo che la Lindsay ha voluto tener celato fino alla morte?

Giunte in cima a Hanging Rock, Miranda, Marion e Irma si trovano di fronte ad un enorme monolite ovale, emanante un ronzio che esse percepiscono come un richiamo; il monolite, simbolo di una natura immobile e atavica, risucchia le giovani al di fuori dello spazio-tempo.

La mente matematica di Marion, simbolo del positivismo inglese che non può spiegare i misteri atavici di una terra tanto antica, si trova davanti ad un assurdo: le sembra di “ruotare sulla superficie di un cono e di muoversi contemporaneamente in tutte le direzioni nello stesso momento”. Ma Miranda la invita a passare oltre e Marion, per nulla turbata ed anzi confortata dal suo nuovo livello di coscienza, la segue.

Superato il monolite le giovani vengono presi da una sorta di narcosi, dalla quale si risvegliano in un “tramonto senza colori” dove tutti i particolari della natura appaiono infinitamente più definiti, come se l’aria fosse più tersa o la loro vista fosse divenuta simile a quella di un falco.
Subito vengono raggiunte da una donna che esce dalla boscaglia e si siede accanto a loro con aria trafelata, come reduce da una corsa.
La donna, che dalla descrizione appare anziana e di umili origini, sembra fuggita da una vita di sofferenza, ricorda di aver avuto un nome come “contrassegno di riconoscimento”, ricorda di aver avuto abiti che la costringevano, e sembra essere passata attraverso un’esperienza (la morte?) che l’ha resa detentrice di una conoscenza superiore, in grado di chiarire alle ragazze cosa sta succedendo e guidarle verso il proseguimento del cammino che hanno intrapreso con la loro scalata alla Roccia.
Ella fa loro notare che i corsetti, simbolo delle costrizioni della società inglese di cui le ragazze hanno voluto liberarsi, con una incomparabile sensazione di libertà e leggerezza, ora si trovano sospesi nell’aria e nella luce, e che la luce stessa non crea ombre, perché lì il tempo è fermo.

Le invita poi a seguirla attraverso una fessura nella roccia, apparentemente troppo piccola per loro, facendo notare a Marion, che non è ragionando in termini di misurazioni lineari che sarebbero passate attraverso quel pertugio: la comunione con la natura infatti la si raggiunge non attraverso le regole ma l’istinto.

Assumendo un aspetto quasi zoomorfo si introducono nella stretta intercapedine rocciosa che simboleggia il passaggio ad una dimensione di esistenza superiore ed allo stesso tempo primordiale, in comunione con la natura e avulsa dalle regole che l’uomo ha voluto imporle.

Irma, rimasta sola, aspetta il segnale convenuto per introdursi nella fessura, ma questo non arriva, e poco dopo un masso rotola proprio sull’apertura chiudendola inesorabilmente. Irma è disperata per sé e per le amiche, piange e graffia il masso fino a rovinarsi le unghie, finché distrutta non perde i sensi. Ed è così che viene trovata, in vita e con i piedi puliti perché pur essendo stata sul picco per otto giorni esposta al sole e alle intemperie senza bere né nutrirsi, l’avventura è durata per lei solo pochi istanti all’interno di un tempo immobile.

Il motivo per cui a Irma l’accesso ad una dimensione di comunanza con la natura viene negato non è dato di saperlo, ma si può ipotizzare che la ragazza, a differenza delle compagne (Marion di intelligenza superiore e Miranda di forte spiritualità e nobiltà d’animo) sia ormai troppo inquadrata nelle regole della società vittoriana, e nella sua visione superficiale e bigotta che tradisce i ritmi e la sensibilità primordiale.

Irma, reinseritasi nella quotidianità scandita dalle regole del collegio inglese, non parlerà mai più di ciò che le è successo sulla rocca, forse dimentica, forse incapace di trovare le parole per descrivere un’esperienza fuori dal tempo e dalla realtà fisica, e rimane intrisa di una malinconia, una nostalgia per l’esperienza che l’ha resa partecipe per un istante (un istante durato 8 giorni per il resto del mondo) del battito eterno della natura e allo stesso tempo l’ha esclusa da esso per sempre.”
BlackBooks, 9 orrobre 2013

Questo articolo è stato pubblicato in cinemagiallomistery e contrassegnato come  da blackbooks .

un tributo al film

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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I MIRACOLI DI FACEBOOK

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STORIA DI UNA COPERTINA
Quando mi hanno mostrato la foto di quella bambina che con le mani si copriva il volto, ho subito pensato: E’ stupenda. La foto era in bianco e nero. Le braccia della piccola puntavano coi gomiti su un tavolo, erano due linee convergenti, morbide e bianche, che finivano sul volto, le belle e larghe mani lo coprivano quasi interamente, lasciando libera solo parte della fronte, il naso e la bocca. L’espressione, completamente nascosta. Sulla testa, un cappellino bianco fatto a uncinetto metteva in risalto i capelli lunghi e scuri.
Mi sono chiesta che cosa stesse provando quella bambina. Se era annoiata, o triste, o forse solo stanca. La bocca sembrava corrucciata, come facesse il broncio, ma forse la contrazione era dovuta alla stretta delle dita. Mi sarebbe piaciuto scostargliele, quelle mani, per vederla finalmente in viso.
Poi le cose sono andate di fretta. In Mondadori hanno deciso di colorare la foto, e il risultato è stato magnifico. I colori sembravano dati a pastello, il verde scuro dello sfondo, il viola chiaro e discreto della blusa che richiamava quello delle labbra piene, le braccia diventate di carne, il berretto bianco: la bellezza della foto originaria era stata rispettata.

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Mi hanno inviato la prima copia, e di nuovo, oltre alla felicità per la pubblicazione, ho indagato il viso nascosto di quella bambina. Chi sei, le chiedevo. Lo sai che mi hai portato fortuna? Il romanzo va bene.

Me lo sono chiesta per tanto tempo, nei momenti più impensati.

Ebbene, facebook ha fatto il miracolo. Un giorno ricevo un messaggio da una mia lettrice che è su fb, mi racconta che ha visto su Internet la foto in bianco e nero del mio romanzo, con accanto il nome della fotografa.
Sono andata subito a controllare: l’emozione è stata fortissima. Accanto all’immagine della mia copertina c’era un’altra foto in bianco e nero: la stessa bambina, ma questa volta le braccia erano abbassate, la mano sinistra sosteneva una guancia e l’altra poggiava sul tavolo. Sei tu, finalmente! ho pensato. Alla fine ti vedo in viso!
Una bella bambina di undici, dodici anni. E l’espressione… beh, quella ve la mostrerò prossimamente.

Qui mi preme raccontarvi la storia della copertina. Ho controllato su fb: questa fotografa – un’inglese – c’era! Le ho chiesto subito l’amicizia, le ho raccontato che il suo scatto era finito per diventare l’immagine del mio romanzo. Lei ne è stata felicissima, ha voluto comprare il libro anche se non conosce l’italiano. Così, per il piacere di averlo, mi ha scritto.
Poi, un giorno, vedo che scrive il mio nome su un post. Vado a controllare, ed ecco l’altro miracolo! La fotografa sta scrivendo ALLA BAMBINA! Le racconta la storia della fotografia, che il suo viso è finito su una copertina, di come mi sono messa in contatto con lei. La bambina, che ormai è una splendida ragazza, mi chiede l’amicizia.

Ora, ogni tanto, seguo i suoi post: mi piace vederla crescere, ridere, vivere.

La fotografa si è trasferita in Danimarca, dove ha avuto due splendidi bambini.

Per quanto mi riguarda, io sto lavorando al terzo romanzo. Ogni tanto ripenso a questa storia, e oggi ho voluto condividerla con voi, perché la felicità non è autentica se non viene condivisa.

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Mi trovate anche su Instagram,
cliccando qui:
https://www.instagram.com/cynthiacollu_italianwriter/

 

 

L’orrore che non si può raccontare. “E forse ha giocato anche la volontà di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei miei compagni e in me stesso, degli uomini e non delle cose.” Primo Levi

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Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi – Primo Levi

 

Un’immagine mi tormenta: il deportato Levi in piedi davanti al Doktor Pannwitz, Doktor finisce di scrivere, alza gli occhi e lo guarda. Ma non è uno sguardo che intercorre tra due uomini. Il tedesco guarda l’uomo Levi come “un qualcosa” che appartiene a un genere che ovviamente è opportuno sopprimere. Non più un essere umano. Un cencio che forse si può riutilizzare in qualche modo, e forse no. In quello sguardo, tutta la follia della terza Germania.

Un’altra immagine, tra le tante. Ai deportati non viene dato un cucchiaio. I deportati, gli Haftling, sono costretti a lambire la zuppa come cani, a meno che non riescano a procurarsi o a costruirsi un cucchiaio in modo fantasioso. E nei magazzini, dopo la liberazione, ne saranno trovati a quintali. L’annientamento della dignità di un uomo, passa da piccole cose.

A dire il vero pensavo di non scrivere un commento. Anzi, non lo desideravo proprio.  Tanto meno volevo dare valutazioni. L’orrore, mi dicevo, è muto.

Invece mi sono decisa diversamente. Perché a questo libro, a questo autore, di stelle ne andrebbe un firmamento intero. Per il coraggio, la dignità che mostra quest’uomo nel raccontare la sua vicenda. Per la bellezza della prosa, per la sobrietà e – passatemi questo termine – per l’eleganza di un testimone che non cede mai alla retorica, quella che susciterebbe infuocate e facili indignazioni. Perché purtroppo si dimentica.

“Forse mi ha aiutato anche il mio interesse, mai venuto meno, per l’animo umano, e la volontà non soltanto di sopravvivere (che era comune a molti) ma di sopravvivere allo scopo preciso raccontare le cose a cui avevamo assistito e che avevamo sopportato.

“E forse ha giocato anche la volontà di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei miei compagni e in me stesso, degli uomini e non delle cose.” Primo Levi

Per onorare queste parole, e per l’insegnamento che ci ha lasciato quest’uomo, vi chiedo di leggere prima o poi il libro.

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Mi trovate anche su Instagram,
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https://www.instagram.com/cynthiacollu_italianwriter/