Una barca a vela e una donna incinta, Sono le due più belle cose che possono essere viste. (Benjamin Franklin)

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La notte sognai.
Ero in un’aula immensa, davanti a me c’erano degli insegnanti seduti nelle cattedre disposte a ferro di cavallo. Io ero l’unica allieva: dovevo affrontare un esame, ma non sapevo quale, né perché fossi lì. Però ero tranquilla. Un insegnante col basco di traverso e la sciarpa al collo mi venne incontro. Mi guardò benevolo.
«Svolga il seguente tema» mi disse. Mi porse un foglio.
C’erano scritte delle parole, vergate con dell’inchiostro blu notte. Lessi. Titolo: Il nuovo risveglio.
Scrissi. Di un risveglio da un lungo sonno.
Scrissi.
Il mio nuovo risveglio sei tu amore mio.
Il mio nuovo risveglio sei tu amore mio.
Il mio nuovo risveglio sei tu amore mio.
Così per pagine e pagine.
Mentre scrivevo abbassai gli occhi e vidi le mie gambe e tra le mie gambe la testa di un bambino che usciva da me. Vidi i suoi capelli scuri, gli occhi blu, la bocca diritta. Usciva
e non mi toglieva gli occhi di dosso.
Jacopo, pensai.
Mi svegliai bagnata di sudore. Mi girai a guardare Jacopo: dormiva rannicchiato in posizione fetale, i pugni stretti, lui così grande e grosso si era fatto minuscolo per entrare
nel mio sogno.
Mi alzai adagio, uscii sul balcone per respirare un po’ d’aria. L’ombra improvvisa che mi passò sulla testa mi fece trasalire. Il gabbiano si arrestò sul tetto, a neanche due metri da me. Allungai il collo e lo guardai. Lui allungò il suo e mi guardò. Poi si tirò indietro e riprese a pensare all’oceano.
L’oceano è dopo il mare, pensava. O forse sono la stessa cosa.
Pensava, il gabbiano. Pensava al volo che l’aspettava per arrivare sino all’oceano.
Mi vestii, uscii piano.
In farmacia chiesi un test di gravidanza.

Quando seppi di essere incinta andai in giro per parecchi giorni spingendo la pancia in fuori perché si notasse.
Ogni tanto guardavo in giù, dove presumevo ci fosse l’utero col bambino dentro, e mi stupivo del suo silenzio.
I primi mesi Jacopo mi metteva la testa sulla pancia. «Non lo sento» diceva, «non si muove.» Io ridevo. «Come puoi sentirlo, è presto.»
Non gli raccontavo che a me invece era successo. Improvviso, inaspettato. Un battito d’ali appena percettibile.

da “UNA BAMBINA SBAGLIATA” di Cynthia Collu

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 Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

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25 DICEMBRE 1914: PIU’ DI CENTO ANNI FA, IL MIRACOLO DI NATALE

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Fu una cosa spontanea: improvvisamente, qualche giorno prima di Natale, soldati tedeschi e britannici cominciarono a gridarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee. Il giorno della vigilia, il miracolo: numerosi soldati lasciarono spontaneamente la propria postazione per incontrarsi con “l’altro”, il nemico, nella terra cosiddetta di nessuno. Si scambiarono cibo, sigarette, cioccolata. Abbracci. Fraternizzarono. Iniziava, spontaneamente, la tregua di Natale. La cosa andò avanti per parecchi giorni, furono persino organizzate delle partite di calcio tra soldati nemici.

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Il fatto venne a conoscenza dei vertici militari che trovarono questa fraternizzazione un insulto alla divisa e allo spirito glorioso della guerra, e proibirono simili, disfattiste iniziative, arrivando a minacciare la corte marziale per chi trasgrediva il divieto. Nonostante questo, qualcosa era cambiato, e non si poteva più fermare: si era presa coscienza che la guerra non era niente di glorioso, ma solo una mattanza senza senso, che stava decimando un’intera generazione. La tregua venne quindi vista come il desiderio degli uomini di stare in pace, tra fratelli, mentre la guerra era voluta da governi cinici e irresponsabili. I vertici militari tentarono di cancellare le testimonianze di quei giorni, distruggendo fotografie e qualsiasi altra cosa raccontasse “quella vergogna”, ma alcune lettere arrivarono lo stesso ai parenti dei soldati, a testimoniare la verità.

Ecco la lettera del caporale Leon Harris ai genitori.

 «È stato il Natale più meraviglioso che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato. Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele. Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale. Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese. Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato le carole. È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle». Il riferimento al tempo non è di poco conto: «La vigilia — scrive Alan Cleaver nella prefazione al libro La tregua di Natale (Lindau edizioni) che raccoglie molte lettere dei soldati dell’epoca — segnò la fine di settimane di pioggia battente, e una gelata rigida e tagliente avvolse il paesaggio. Gli uomini al loro risveglio si trovarono immersi in un Bianco Natale».

 Ed ecco questo bellissimo brano, vero inno all’amore tra gli uomini, tratto dal romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque

 ..”Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un’altra volta qua dentro,io non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un’idea,una formula di concetti nel mio cervello, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me. Allora pensai alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi… ora vedo la tua donna,il tuo volto e quanto ci somigliamo. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi come per noi le nostre e che abbiamo lo stesso terrore e la stessa morte e lo stesso patire… Perdonami,compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello.”

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 Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove. Umberto Eco

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BUON NATALE BUONA VITA BUONE LETTURE A TUTTI CON QUESTA MERAVIGLIOSA E APPASSIONATA LETTERA DI UMBERTO ECO AL SUO NIPOTINO!

“Caro nipotino mio,
non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io.

Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia di siti porno che mostrano il rapporto tra due esseri umani, o tra un essere umano e un animale, in mille modi, cerca di non credere che il sesso sia quello, tra l’altro abbastanza monotono, perché si tratta di una messa in scena per costringerti a non uscire di casa e guardare le vere ragazze.

Parto dal principio che tu sia eterosessuale, altrimenti adatta le mie raccomandazioni al tuo caso: ma guarda le ragazze, a scuola o dove vai a giocare, perché sono meglio quelle vere che quelle televisive e un giorno ti daranno soddisfazioni maggiori di quelle on line.

Credi a chi ha più esperienza di te (e se avessi guardato solo il sesso al computer tuo padre non sarebbe mai nato, e tu chissà dove saresti, anzi non saresti per nulla).

Ma non è di questo che volevo parlarti, bensì di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria.
È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito.

Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa.

Sarebbe un poco come se, avendo imparato che per andare da via Tale a via Talaltra, ci sono l’autobus o il metro che ti permettono di spostarti senza fatica (il che è comodissimo e fallo pure ogni volta che hai fretta) tu pensi che così non hai più bisogno di camminare. Ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al tuo cervello.

La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria.

Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio.

Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera).

Fai gare di memoria, magari sui libri che hai letto (chi era a bordo della Hispaniola alla ricerca dell’isola del tesoro? Lord Trelawney, il capitano Smollet, ildottor Livesey, Long John Silver, Jim…) Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan (Grimaud, Bazin, Mousqueton e Planchet)… E se non vorrai leggere “I tre moschettieri” (e non sai che cosa avrai perso) fallo, che so, con una delle storie che hai letto.

Sembra un gioco (ed è un gioco) ma vedrai come la tua testa si popolerà di personaggi, storie, ricordi di ogni tipo. Ti sarai chiesto perché i computer si chiamavano un tempo cervelli elettronici: è perché sono stati concepiti sul modello del tuo (del nostro) cervello, ma il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare. Invece il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis.

C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu nascessi.

Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede.

Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene – a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto).

Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.

Ora la scuola (oltre alle tue letture personali) dovrebbe insegnarti a memorizzare quello che è accaduto prima della tua nascita, ma si vede che non lo fa bene, perché varie inchieste ci dicono che i ragazzi di oggi, anche quelli grandi che vanno già all’università, se sono nati per caso nel 1990 non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa era accaduto nel 1980 (e non parliamo di quello che è accaduto cinquant’anni fa).

Ci dicono le statistiche che se chiedi ad alcuni chi era Aldo Moro rispondono che era il capo delle Brigate Rosse – e invece è stato ucciso dalle Brigate Rosse.

Non parliamo delle Brigate Rosse, rimangono qualcosa di misterioso per molti, eppure erano il presente poco più di trent’anni fa. Io sono nato nel 1932, dieci anni dopo l’ascesa al potere del fascismo ma sapevo persino chi era il primo ministro ai tempi dalla Marcia su Roma (che cos’è?).

Forse la scuola fascista me lo aveva insegnato per spiegarmi come era stupido e cattivo quel ministro (“l’imbelle Facta”) che i fascisti avevano sostituito. Va bene, ma almeno lo sapevo. E poi, scuola a parte, un ragazzo d’oggi non sa chi erano le attrici del cinema di venti anni fa mentre io sapevo chi era Francesca Bertini, che recitava nei film muti venti anni prima della mia nascita.

Forse perché sfogliavo vecchie riviste ammassate nello sgabuzzino di casa nostra, ma appunto ti invito a sfogliare anche vecchie riviste perché è un modo di imparare che cosa accadeva prima che tu nascessi.

Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria.

Bada bene che questo non lo puoi fare solo su libri e riviste, lo si fa benissimo anche su Internet. Che è da usare non solo per chattare con i tuoi amici ma anche per chattare (per così dire) con la storia del mondo.

Chi erano gli ittiti? E i camisardi? E come si chiamavano le tre caravelle di Colombo? Quando sono scomparsi i dinosauri? L’arca di Noè poteva avere un timone? Come si chiamava l’antenato del bue? Esistevano più tigri cent’anni fa di oggi? Cos’era l’impero del Mali? E chi invece parlava dell’Impero del Male? Chi è stato il secondo papa della storia? Quando è apparso Topolino?

Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di ricerca.
E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è saltato in aria (e ben gli stava).

Altri tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.
Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”.”

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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Baciami con I baci della tua bocca (l’amore ai tempi della Bibbia)

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Non so, l’anima mia ha fatto di me dei carri di Aminadàb

Milleduecentocinquanta parole per diventare uno tra i poemi d’amore più belli – forse il più bello – di tutti tempi. Amore carnale, non di sole affinità elettive. Siamo parlando del “Cantico”. Giù il cappello, signori, qui si fa sul serio. <<Dodî lî wa’anî lô>>, << Il mio amato è mio ed io son sua >> dice la donna, e in questi pochi, celeberrimi versi, riassume l’intimità più profonda tra maschio e femmina. La celebra, la dispiega e la glorifica.

“Dodì”, chiama la donna il suo uomo. Un vezzeggiativo, di quelli che si usano tra innamorati, che parla solo a loro; di loro e per loro. Mio amato, piccolino mio, oppure mio diletto, a seconda delle traduzioni. “Dodì”: termine adolescente ed esperto assieme. Credo di non aver mai sentito un’espressione più tenera. Mi piacerebbe un giorno, anche nel momento della vecchiaia estrema, seppur ombra di quella che ero, sentirmela dire.

Ed ecco l’incipit. Assolo della donna. “Baciami con i baci della tua bocca: le tue carezze sono migliori del vino. I tuoi profumi sono soavi a respirare, aroma che si effonde è il tuo nome.” Sublime richiesta d’amore. E’ la donna che prende l’iniziativa – e forse è giusto che sia così – per raccontarci della scintilla divina che travolge e trasforma il nostro quotidiano. Ed ecco il controcanto del maschio.

” Quanto sei bella, amica mia, quanto sei bella! I tuoi occhi sono colombe attraverso il tuo velo; i tuoi capelli sono come un gregge di capre che scendono dalla montagna del Galaad. I tuoi denti sono come un gregge di pecore tosate che salgono dal bagno: tutti sono appaiati e nessuno è isolato. Le tue labbra sono come un nastro scarlatto e il tuo parlare è incantevole.”

I due si cercano, si desiderano, si fuggono, si lasciano andare al molle sfinimento del desiderio, alla sete del bisogno dell’altro, in una natura lussureggiante che trasuda essa stessa erotismo. E chi mai non l’ha provato, questo dolce delirio dei sensi? Chi mai non lo ripiange, quando tutto s’acqueta con gli anni? Come non fare propria ogni parola dei due amanti, e dirsi che sì, è così, è stato così, sarà ancora così. Forse.

Innumerevoli sono state le interpretazioni del Cantico: celebrazione nuziale tra Dio e Israele, inno all’amore umano, “sciarada allegorica densa di crittogrammi mistici da decifrare, spartito per un rituale liturgico, copione di dramma” . Davanti a questo baillame d’interpretazioni, spesso metaforiche, a cui si è opposta la lettura letterale e realistica del Talmud “nessun passo biblico perde mai il suo significato letterale”, umilmente mi taccio.

Dice David M. Turoldo “E’ nel cuore della donna che Dio deve aver nascosto il suo più grande tesoro. E se la scintilla della vita – come vuole la Genesi – avviene per traspirazione da bocca a bocca tra Dio e la sua creazione, questa invocazione iniziale della sposa del Cantico mi fa pensare al desiderio cosmico di essere baciata dallo stesso Dio. E’ la grandezza e il dramma, se si vuole, dell’amore: di questo infinito anelito, e della sua sempre cercata e mai raggiunta pienezza; di questa divina fame di amare; e di toccare l’estasi e di sentirsi allo stesso tempo sempre con le labbra screpolate dalla sete. Se non avete ancora letto il Cantico, vi siete persi non solo l’altra metà del cielo, ma tutto l’universo.

 Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

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NOVANT’ANNI FA LA PRIMA DONNA ITALIANA VINCEVA IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA. A TUTT’OGGI, E’ ANCHE L’UNICA.

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Il Nobel in realtà fu quello del 1926, dato che la commissione del premio, non avendo trovato un candidato idoneo, decise di consegnarlo l’anno successivo. E l’anno dopo il candidato degno di tanto onore fu Grazia Deledda.

Grazia nasce a Nuoro da una famiglia benestante, il 28 settembre 1871, quinta di sette figli. Frequenta la scuola sino alla quarta elementare, poi deve affidarsi a un precettore perché a quell’epoca per le ragazze era impensabile poter frequentare le scuole superiori. Ma lei è tosta, s’impunta, decide di lottare per un sogno che definisce “radioso”, cioè quello di “creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda.”

Legge e studia tantissimo, e scrive. Viene contrastata dal padre, ma lei è cocciuta, insiste. A quindici anni pubblica la sua prima novella su un giornale nuorese. Due anni dopo già scrive e pubblica per giornali e riviste (seppur non di livello), ma i suoi racconti sono di buona levatura. A poco a poco, testarda e determinata, riesce a farsi conoscere ed apprezzare, nonostante sia poco amata dai suoi conterranei che l’accusano di rappresentare un mondo arcaico, vecchio e ormai superato (quello della sua terra, la Sardegna).

Un giorno, durante la messa nella cattedrale di Nuoro, il prete s’interrompe e l’addita davanti a tutti, accusandola di interessarsi a “certe cose indegne”, mentre dovrebbe pensare a pregare Dio. Ma non sarà di certo un prete a fermare l’urgenza di scrivere di questa coraggiosa donna.

La sua giovinezza è segnata da molte disgrazie: il fratello maggiore, Santus, diviene un alcolizzato, mentre il più giovane, Andrea, è arrestato per piccoli furti. Il padre muore d’infarto quando Grazia Deledda ha soltanto 21 anni, lasciando la famiglia in gravi difficoltà economiche. Quattro anni più tardi muore anche la sorella Vincenza. Tutto questa sofferenza formerà lo spirito combattivo dell’autrice.

Nel 1895, a soli 24 anni, pubblica il suo primo romanzo “Anime oneste”. Conosce il suo futuro marito, Palmiro Madesani, e si trasferisce con lui a Roma. Seguiranno i romanzi Dopo il divorzio, Cenere, L’edera e Canne al vento. Il  successo che ne deriva è immenso, tanto che verrà tradotta anche all’estero.

Infine, il 10 dicembre del 1927,  il più ambito riconoscimento per uno scrittore: il Nobel. Questa la motivazione del Premio “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

Ecco come si definisce lei : “sono piccina piccina, sono piccola anche in confronto delle donne sarde che sono piccolissime, ma sono ardita e coraggiosa come un gigante e non temo le battaglie intellettuali. Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza. Avrò tra poco vent’anni, a trenta voglio avere raggiunto il mio sogno radioso quale è quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda.

In effetti la sua è stata una battaglia strenua per imporsi in un periodo, e in una terra, che osteggiavano qualsiasi tentativo di ambizione culturale femminile.

Grazia Deledda muore il 15 agosto del 1936 per un tumore al seno. Onore a questa grande scrittrice.

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IL DOLORE DEGLI ALTRI E’ DOLORE A META’ (FABRIZIO DE ANDRE’)

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Un giorno un beduino si mise in viaggio con il figlio per portare al pascolo il cammello e cercare erbe aromatiche per la moglie. Sulla via del ritorno vide sul sentiero un gregge di gazzelle. Il padre scese dal cammello e raccomandò al ragazzo di non allontanarsi da lì, poi con cautela si accostò alle gazzelle che però lo fiutarono, e subito corsero via. Il beduino era un bravo cacciatore e ne seguì le orme. Mentre il figlio aspettava da solo, uno She-Ghoul, un mostro selvaggio che si nutre di carne umana e che lo stava spiando, con un balzo gli fu addosso e lo divorò.

Il padre cacciò a lungo ma non riuscì a prendere nemmeno una gazzella. Rassegnato, tornò verso il cammello e vide che suo figlio non c’era più: per terra, gocce scure di sangue. Si mise a gridare “Mio figlio è stato ucciso!”, e piangendo tornò verso casa. Sulla via del ritorno vide il She-Ghoul che stava danzando in una grotta, ancora sporco di sangue. L’uomo prese attentamente la mira e lo colpì a morte. Poi gli aprì la pancia, e dentro vi trovò il figlio morto. Stese il ragazzo sopra il suo mantello, lo avvolse saldamente nella coperta di lana e lo portò a casa.

Raggiunta la sua tenda, il beduino disse alla moglie: “Ti ho portato una gazzella, cara moglie ma, chiamo Dio a mio testimone, può essere cucinata solo in un pentolone che non sia mai stato usato per un banchetto funebre.”

La donna andò di tenda in tenda chiedendo in prestito una pentola di quel tipo. Ma una vicina disse: “Sorella, abbiamo usato il pentolone per cuocere il riso per le persone venute a piangere con noi quando è morto mio marito.” E un altro disse: “Abbiamo usato il pentolone il giorno del funerale di mio figlio”. La donna bussò a tutte le porte, ma non riuscì a trovare quello che cercava. Così tornò dal marito a mani vuote.

“Non hai trovato il pentolone giusto?” chiese il beduino. Ella rispose. “Non c’è famiglia che non abbia avuto qualche disgrazia. Non c’è pentolone che non abbia otto un cibo di lutto”.

Solo allora il beduino srotolò la coperta e disse: “Tutti hanno sperimentato la loro parte di dolore. Oggi è il nostro turno. Questa è la mia gazzella.”

Da “La spiritualità dell’imperfezione” di Ernest Kurtz e Katherine Ketcham

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