IL DOLORE DEGLI ALTRI E’ DOLORE A META’ (FABRIZIO DE ANDRE’)

24991017_10214629935327594_2658847530882794725_n
Un giorno un beduino si mise in viaggio con il figlio per portare al pascolo il cammello e cercare erbe aromatiche per la moglie. Sulla via del ritorno vide sul sentiero un gregge di gazzelle. Il padre scese dal cammello e raccomandò al ragazzo di non allontanarsi da lì, poi con cautela si accostò alle gazzelle che però lo fiutarono, e subito corsero via. Il beduino era un bravo cacciatore e ne seguì le orme. Mentre il figlio aspettava da solo, uno She-Ghoul, un mostro selvaggio che si nutre di carne umana e che lo stava spiando, con un balzo gli fu addosso e lo divorò.

Il padre cacciò a lungo ma non riuscì a prendere nemmeno una gazzella. Rassegnato, tornò verso il cammello e vide che suo figlio non c’era più: per terra, gocce scure di sangue. Si mise a gridare “Mio figlio è stato ucciso!”, e piangendo tornò verso casa. Sulla via del ritorno vide il She-Ghoul che stava danzando in una grotta, ancora sporco di sangue. L’uomo prese attentamente la mira e lo colpì a morte. Poi gli aprì la pancia, e dentro vi trovò il figlio morto. Stese il ragazzo sopra il suo mantello, lo avvolse saldamente nella coperta di lana e lo portò a casa.

Raggiunta la sua tenda, il beduino disse alla moglie: “Ti ho portato una gazzella, cara moglie ma, chiamo Dio a mio testimone, può essere cucinata solo in un pentolone che non sia mai stato usato per un banchetto funebre.”

La donna andò di tenda in tenda chiedendo in prestito una pentola di quel tipo. Ma una vicina disse: “Sorella, abbiamo usato il pentolone per cuocere il riso per le persone venute a piangere con noi quando è morto mio marito.” E un altro disse: “Abbiamo usato il pentolone il giorno del funerale di mio figlio”. La donna bussò a tutte le porte, ma non riuscì a trovare quello che cercava. Così tornò dal marito a mani vuote.

“Non hai trovato il pentolone giusto?” chiese il beduino. Ella rispose. “Non c’è famiglia che non abbia avuto qualche disgrazia. Non c’è pentolone che non abbia otto un cibo di lutto”.

Solo allora il beduino srotolò la coperta e disse: “Tutti hanno sperimentato la loro parte di dolore. Oggi è il nostro turno. Questa è la mia gazzella.”

Da “La spiritualità dell’imperfezione” di Ernest Kurtz e Katherine Ketcham

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Mi trovate anche su Instagram,
cliccando qui:
https://www.instagram.com/cynthiacollu_italianwriter/

 

 

Annunci

Scrivere è come l’amore, è qualcosa che si fa.

 

creazione

Quando il fondatore dei chassidim, il rabbino Shem Tov, avvertiva che una disgrazia si stava approssimando sugli ebrei,  andava a meditare in una zona da lui prescelta della foresta. Lì accendeva un fuoco e recitava una preghiera speciale e la disgrazia si allontanava.

In seguito un suo discepolo, Magghid di Mezritch, avvertendo l’arrivo di disgrazie sul suo popolo, si recò spesso nello stesso luogo della foresta, e lì cercava d’intercedere presso il cielo dicendo: “Padrone dell’universo, ascolta! Non so come accendere il fuoco ma posso ancora dire la preghiera”, e il miracolo si compiva.

Successivamente, sempre per salvare il suo popolo, il rabbino Moshe-leib di Sasov  andò nella foresta e disse: “Padrone dell’universo, non so come accendere il fuoco. Non so la preghiera ma conosco il luogo, e questo deve bastare.” Ciò bastava e il miracolo si compiva.

Toccò infine al rabbino di Rizhin il compito di allontanare la disgrazia. Seduto in poltrona, con la testa tra le mani, parlò a Dio: “Non sono capace di accendere il fuoco, non so la preghiera e non so trovare il posto nella foresta. Tutto ciò che posso fare è raccontare la storia, e questo deve bastare,”

E questo fu sufficiente.

Perché Dio ha creato l’uomo perché ama le storie.

da “La spiritualità dell’imperfezione” di Ernest Kurtz e Katherine ketcham

 

creazione-710x362

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Mi trovate anche su Instagram,
cliccando qui:
https://www.instagram.com/cynthiacollu_italianwriter/

La prima volta non si scorda mai

VIVIMILANO LO SPUTO

 

Era cominciata la paura. L’attesa sfinente del mese successivo. Quando avrei saputo. L’ansia era talmente forte che a volte mi toglieva il fiato, lasciandomi stupita di tanto malessere. Allora mi guardavo allo specchio, mi facevo le smorfie per pensare ad altro, per dimenticare quanti giorni ancora restavano. Filosofeggiavo sulla relatività del tempo. Solo che a me il suo scorrere sembrava sempre maledettamente lento.

Infine, è arrivato il giorno che temevo. Quello della verità. Mi sono rintanata in un angolo del parco dietro casa, nascosta da un cespuglio. Ho aperto con mano tremante la copia del giornale che avevo appena comprato, Il Corriere della Sera. Ho visto subito l’inserto Vivimilano, l’ho levato dal quotidiano con cautela, l’ho sfogliato con mani ubriache. Ho letto velocemente i nomi dei racconti prescelti. Tra questi, c’era anche il mio. Sopra al titolo, il mio nome e cognome.

Che altro potevo fare, se non scoppiare a piangere come una scema? In fin dei conti, quella era la mia prima volta. Il mio primo racconto era stato pubblicato,

Vivimilano aveva indetto il concorso “Insessantarighe”. Sessanta righe per raccontare Milano in modo commovente, surreale, vero, originale o divertente. Io ci avevo provato. Eccovi il mio racconto.

Pubblicato su Vivimilano 2005 per il concorso “In sessantarighe”

 

LO SPUTO

 

Il rumore monotono s’inceppò. Ero entrata in quel negozio per comprare qualcosa da mangiare ed ebbi l’impressione di esserci già stata. Forse era per qualcosa che c’era nella stanza. Una puzza di vecchio, di muffa. Non riconoscevo il locale, eppure mi era familiare. Mi guardai attorno. Il posto era buio, nonostante fuori ci fosse una luce impietosa. Era agosto inoltrato, e Milano era deserta. Lì vicino scorreva il Naviglio, risento l’odore della melma mentre apro la porta ed il campanello suona. O forse era il negozio che puzzava.

Buongiorno, dissi. Buongiorno, rispose una voce. Era una donna anziana, i capelli completamente bianchi, gli occhi grandi. In lontananza passò un tram, fece tremare tutto il pavé. Sferragliò per un po’, poi tacque. Accanto alla donna c’era la padrona del negozio. Buongiorno, ripetei. Lei rispose con un cenno del capo. Il rumore in sottofondo, monotono, prese corpo e ingrandì nel silenzio. Doveva essere un vecchio ventilatore. Quando finiva la corsa s’inceppava, e l’apparecchio andava in apnea. Un sospiro e riprendeva.

Le due donne mi fissavano. Mi sentii a disagio. La donna anziana si scosse e si rivolse alla padrona. Ho lavorato tanto, sa, le disse, tutta una vita di lavoro, e adesso, senza accorgermene, mi ritrovo vecchia. Eppure solo ieri ero giovane anch’io. Fece cenno verso di me. Avevo i capelli scuri e ricci, come i suoi, e pensavo di mangiarmi il mondo intero. Eh, signora mia! la vita è proprio uno sputo. La donna smise di parlare. Pagò ed uscì. Nel passarmi accanto mi sorrise ancora. Comperai del pane. Pagai ed uscii. Non dissi una parola.

Fuori, la luce accecante del giorno. Milano sbadigliava, si scuoteva, si riappisolava. Non c’era in giro un’anima viva. La luce mi diede fastidio agli occhi. Non riuscivo a vedere il cielo, solo una cupola informe di strati grigi. Il caldo era soffocante. Milano nel suo splendore estivo.

Andai a sedermi nell’ombra di un platano. Un merlo sopra di me fischiò, neanche il tempo di vederlo ed era volato via. Un frullio d’ali scuro nel bianco del cielo. Sentii un altro tram sferragliare. Mi guardai in giro. La luce era bianca, impolverava ogni cosa. Sull’asfalto scorsi delle pozzanghere. Milano lago di luce.

E’ il caldo, mi dissi. Un miraggio. Come nel deserto. La mia voce cadde nella luce. Ero completamente sola al mondo.

Mi riscossi, presi il pane e lo mangiai. Non mi diede nessuna soddisfazione. Guardai in alto per vedere se il merlo era tornato. Il cielo sopra di me era vuoto. Sentii ancora la fame e mi misi alla ricerca di un bar, ma sembrava che in quella parte della città non ce ne fossero mai stati.

Entrai in un negozio d’alimentari ancora aperto. Sorrisi alla padrona e le chiesi se aveva del salame. Mi rispose di no, le era rimasto solo del prosciutto. Presi il prosciutto. Mentre stavo per pagare la porta si spalancò. Entrò di nuovo l’odore del Naviglio. Mi voltai. Una figura s’inquadrò nel vano della porta.

Una ragazza. Molto giovane. Socchiuse gli occhi per lo sbalzo di luce. Poi mi vide e disse buongiorno. Buongiorno, risposi. Aveva i capelli ricci e gli occhi grandi. Indossava un vestitino a fiori. Non parlava, sembrava a disagio. Volli dire qualcosa e l’occhio mi cadde sullo specchio dietro al bancone. Una vecchia con un vestito a fiori mi osservava. Aveva i capelli bianchi e gli occhi grandi.

Quello sguardo non l’avrei dimenticato mai più. La ragazza si scosse. Buongiorno, disse alla padrona. La donna salutò col capo. Ci fu silenzio. Poi udii il rumore di un ventilatore. Per un attimo s’inceppò, ma subito riprese indifferente la sua corsa.

 

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Mi trovate anche su Instagram,
cliccando qui:
https://www.instagram.com/cynthiacollu_italianwriter/

 

 

 

 

 

 

CARA VIRGINIA TI SCRIVO

CARA VIRGINIA TI SCRIVO

Oggi pomeriggio sono andata a scrivere in biblioteca. Ci vado spesso, perché a casa le distrazioni sono tante, vedi una lavatrice da riempire, i piatti da lavare, il solito calzerotto solitario e ramingo che cerca per casa il proprio compagno, insomma, le immancabili delizie che la brava Virginia aveva da tempo individuato, non per niente consigliava alle scrittrici (rigorosamente femmine) una stanza tutta per sé con annessa indipendenza economica, il che non guasta mai, diciamocelo. Insomma, sono andata in biblioteca.
Purtroppo oggi è lunedì, giorno di chiusura. Era aperta solo una stanza dove un gruppo di studenti si era stravaccato sulle varie sedie, occupando con computer cellulari Iphone Ipad e qualche libro ramingo tutto lo spazio usufruibile. Retrocedo in punta di piedi.
Nel corridoio vedo una stanza deserta. Sulla porta leggo, Stanza riunioni. Apro. Dentro non c’è nessuno. Esito un attimo, poi entro, chiudo la porta alle mie spalle.
Il tavolo è lunghissimo, di quelli che t’immagini un pranzo a lume di candela tu e lui e basta, uno di qua l’altro al di là dello Stretto di Messina. Una meraviglia.
Comincio a scrivere. La storia ce l’ho già dentro da parecchio, preme per uscire e io sono una persona disponibile, la lascio irrompere sulla carta, che faccia il cazzo che vuole, basta che trovi la propria collocazione nella pagina.
Dopo una mezz’ora sono intrippata, già borbotto col personaggio maschile mentre lo faccio agire così e cosà e così e colà, quand’ecco che la porta viene socchiusa. Fa capolino il viso rotondo di una commessa.
Signora, lei chi è?
Sono Cynthia Collu.
Che fa?
Scrivo.
Ah.
Eh.
Le spiacerebbe se venissero qui degli anziani a giocare a carte? Sa, la loro saletta è occupata per una riunione e non sanno dove andare.
Sorrido cercando di non digrignare i denti.
Certo che no.
La commessa sparisce. La sento dire a voce alta, Entrate, entrate pure! C’è solo una signora che scrive, ma non vi darà fastidio! (Io???)
Entrano alla spicciolata, mi guardano intimiditi, qualcuno fa marcia indietro, Ma la disturbiamo, sussurra un tipo a un altro, indicandomi col mento, l’altro (anzi l’altra, una signora tracagnotta col neo sul naso) lo respinge avanti, E noi dove andiamo a giocare, eh? grida. A noi anziani chi ci pensa, eh? Ci hanno fottuto la nostra sala e adesso che dovremmo fare, eh?
Alzo il viso, cerco di avere la mia espressione migliore, quella che non incenerisce al primo secondo. Venite pure, dico, non mi disturbate.
A poco a poco entrano tutti. Sei sette otto nove dieci (ma quanti cazzo sono?) undici, dodici… Si sistemano timidamente attorno al tavolo, arrivano sino a me, a destra e a sinistra, mi lanciano occhiate furtive. Io, testa bassa, continuo a scrivere.
Cominciano a parlare, qualche “shh. shhh” parte per ricordare che ci sono io e che magari mi disturbano.
Dopo un po’ si sono completamente dimenticati della mia presenza.
E io, meraviglia delle meraviglie, della loro.
Lanciano le carte, ridono, commentano, s’insultano, si sfottono, inframmezzano discorsi da delirio: Oggi sono andata in chiesa perché ho visto l’annuncio del funerale della Ninetta e in chiesa non c’era nessuno, dice una, nessun funerale, ma vi pare possibile? Avrai sbagliato giorno, risponde l’amica e tira giù il due bello, Che cazzo fai, replica la prima, perché hai tirato il due bello, e poi sono sicura, il funerale era oggi, ma in chiesa non c’era nessun funerale!
Io scrivo, cullata dal loro chiacchiericcio. E’ un sottofondo che mi piace, mi circonda senza invadermi, crea, come direbbe la pubblicità, un’atmosfera. Quella giusta.
Arriva una telefonata. Mi alzo, vado fuori a rispondere. Quando rientro la signora seduta alla mia sinistra mi fa un sorriso timido.
Lei è una scrittrice?
Sì, rispondo io.
Sta scrivendo un romanzo?
No, un racconto.
Mi spiace che la stiamo disturbando.
Le sorrido riconoscente.
Per niente, anzi, l’ho quasi finito.
In effetti, dopo un po’ finisco. Mi alzo, metto via tutto nella mia borsa di tela nera con su scritto, in rosso LOVE ME DO: quadernoni, fogli, biro, cellulare. C’è tutto.
Mentre mi vesto, lei mi guarda come se avesse davanti un’apparizione.
E che ha scritto, se è lecito? Sa, a me piace leggere.
Mi fa tenerezza, questa vecchietta dagli occhi svagati, dentro un barlume di poesia che gli anni non hanno saputo cancellare.
Se le interessa, il mio libro lo trova in questa biblioteca. Credo ce ne siano due copie, le dico.
Mi chiede il mio nome. Glielo scrivo, con tutte queste y e th, capirlo è un problema per la gente comune, figuriamoci per una vecchietta che sbaglia a giocare il due bello! Poi le scrivo il titolo del romanzo.
Mi fa un sorriso grande grande.
Lo leggerò.
Le strizzo l’occhio.
Ci conto, le dico.
Esco e mi sento improvvisamente felice. Mi lascio accarezzare dall’aria della sera novembrina, comincio a correre nel piccolo parco e a scalciare nugoli di foglie morte.
Beh, Virginia, qualche volta non avere una camera tutta per sé è un’opportunità. Sappilo.

londra-secondo-virginia-woolf

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Mi trovate anche su Instagram,
cliccando qui:
https://www.instagram.com/cynthiacollu_italianwriter/

 

 

Il cielo sopra Ustica

La prima cosa che colpiva d’Isolina era la statura, un metro e quarantotto di altezza, almeno così diceva lei. Guardava la gente con la testa sollevata, gli occhi svagati, da miope, scopriva i dentini aguzzi e sfoderava un sorriso disarmato, pronto al pianto, e le persone le rispondevano con un sorriso rassicurante: non c’era niente di strano in lei, non avevano davanti una nana, solo una deliziosa donnina in miniatura.
Nadia non aveva mai creduto che Isolina arrivasse al metro e quarantotto. Una volta, anni prima, quando erano ragazze, l’aveva vista togliersi le scarpe con i tacchi e letteralmente accorciarsi, era quasi sparita sotto i suoi occhi come Alice dopo aver mangiato il fungo.
“Dio, sei proprio uno scricciolo”, le aveva detto, “ma che razza di trampoli porti!”
“Dodici centimetri, la misura giusta”, aveva risposto l’amica. Solo quando aveva aggiunto “donna nana è tutta tana“ Nadia aveva capito. Avevano riso entrambe.
Quello era stato anche il giorno che aveva notato il particolare della pelle. Le era sempre sembrata bella, la pelle d’Isolina, bianca e liscia come quella di un bambino. Invece quella volta, mentre si rimetteva le scarpe guardandola dal sotto in su con aria di sfida, Isolina era entrata nel raggio di luce proveniente dalle persiane della cucina. Così Nadia gliela aveva vista: una pelle tesa, delicata e sgualcibile come seta. Dietro a quel bianco c’era un fermento, un brulichio grigio, come se le rughe già premessero, impazienti di uscire. Sulle tempie la pelle era tanto sottile che si vedevano le vene pulsare, con vita propria, due sanguisughe verdastre.
Nadia aveva distolto il viso per il ribrezzo, aveva guardato la stanza disadorna, aveva notato i mobili dozzinali, il pavimento con le piastrelle consumate. Aveva provato il desiderio immenso di fuggire.

Isolina si era allontanata senza far rumore, scivolando sui tacchi come se avesse sotto le pattine. Era entrata in bagno e aveva iniziato a stendersi sotto gli occhi una crema di bellezza. Nadia l’aveva raggiunta.
“Meglio prevenirle, le rughe, piuttosto che curarle!” le aveva gridato Isolina sbirciandola dallo specchio.
Lei non aveva risposto.
Era stata per tutto il tempo in silenzio, osservando l’immagine riflessa delle mani esili e nervose dell’amica che si muovevano a scatti sulla superficie di cristallo.
Isolina le si parò davanti in mutande e reggiseno. Era scalza, e così bassa le sembrò un bambino. Portava i capelli biondi tagliati corti e non aveva un filo di trucco. Il seno era piccolo, quasi inesistente, e i fianchi si allargavano bianchi e asciutti sotto l’ombelico.  Puntò il viso in alto per salutarla.
“Litigato ancora con Robert?” chiese. Gli occhi chiari ebbero un lampo divertito.
Si era fissata che Luciano assomigliasse a Robert Redford da giovane, quando aveva girato Butch Cassidy con Paul Newman. Isolina diceva che se li sarebbe volentieri scopati tutti e due, che Paul era più bello ma Robert era più sexy, le faceva venire le voglie solo a guardarlo.
Isolina non si era mai sposata. Dopo pochi mesi troncava ogni relazione e subito dopo faceva lunghe telefonate a Nadia spiegandole che cosa non andava con l’altro, sbuffava, esigeva il consenso dell’amica, si proclamava infelice. Il record era stato di un anno, con un artista, uno che a letto le declamava versi. Poi si era stufata anche di lui, aveva preso tutti quei fogli scribacchiati e li aveva gettati in pattumiera. A Nadia spiegava che gli uomini erano tutti dei bastardi traditori, che erano buoni solo per essere scopati. Lei non ne voleva di palle al piede.

Da “Il cielo sopra Ustica” pubblicato nell’antologia La Morte nuda, Galaad Editore

2016-01-21 22.37.46[2639]

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

 

La guerra di Beba

 

Una gatta e una donna si sfidano, si odiano, si combattono. Alla fine non ci saranno né vincitori né vinti, ma solo la pietas verso chi soffre come noi.

Se le avessero chiesto da quanto tempo Bebè si era installata in quell’appartamento, Cilena avrebbe replicato: da sempre. Eppure non era così. Ricordava perfettamente il giorno che Oliviero era tornato a casa tenendo un fagottino tra le braccia. Lei l’aveva guardato incuriosita, con la speranza di una sorpresa, e aveva intravisto quel muso nero. “Che carino”, aveva esclamato. “E’ per me?”
Oliviero non le aveva risposto. Se n’era andato in cucina con Bebè appesa al collo, il corpo ciondoloni e la testa allungata a guardargli le spalle e Cilena aveva incontrato gli occhi semichiusi della gatta. Aveva avuto la percezione di una minaccia, alla quale era seguito l’eco di un ricordo lontano, di una promessa rimandata nel tempo.
[..]
All’apparenza sembrava tutto come prima: stessa vita, stessi orari, colazione alle sette e cena alle venti, una scappata in piscina, giusto per mantenersi in forma, un cinema serale, a volte il teatro. Ma dopo l’arrivo di Bebè qualcosa era cambiato. Cilena era cambiata. Le pareva di camminare su un pavimento disseminato di uova. Bastava una distrazione e ne avrebbe rotta una. Passava le giornate col fiato corto, ad aspettare. Tutto il tempo che trascorreva in casa si era fermato, come avvolto su se stesso, sospeso nell’attesa di un evento il cui presagio lei non riusciva a definire.

da “La guerra di Beba” di Cynthia Collu

x630_pagespeed_ic_LvROvpZ2Gu

Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

 

Odio, con la “o” bene aperta

 

nyfvg3bg3iuufakvd1ci
Mio padre si chiamava Lorenzo. Ma mia madre lo ha sempre chiamato Renzo. Il più delle volte, semplicemente Re.
Re, come sovrano. Pronunciato con la e chiusa, come insegna il dizionario. Re, e chiusa, uguale a monarca, sovrano; re, e aperta, uguale a nota musicale. Così ci si esprime correttamente nella terra di Dante.
Mia madre è toscana, ma non credo che chiamando Re mio padre, intendesse dargli una veste di regalità.
Noi milanesi pronunciamo queste parole al contrario. Quando intendiamo il sovrano, diciamo un Re bene aperto, se invece indichiamo la nota musicale, stringiamo le labbra in una specie di sorriso forzato.
Spesso sbagliamo anche con le o. Per esempio nella parola orco. Orco la diciamo con la o chiusa, invece andrebbe aperta.
Mio padre è un orco.
Lo pensavo spesso, quando la sera tornava a casa ubriaco. E’ un orco, e m’infilavo sotto il letto coprendomi le orecchie con le mani.
Orco con la o aperta, come nella parola porco.
Sei un porco, gli gridava mia madre, e gli tempestava il petto di pugni, cercava di picchiarlo con le sue mani minute. Sono così piccole che mi servono a ben poco, mi aveva detto una volta.
Porco detto correttamente, con la o bella spalancata.
Anche mio padre urlava porco con la o bella aperta, e poi ci aggiungeva Dio. Dopo il porco qualcosa succedeva, un pugno contro un mobile, un piatto rotto, a volte l’intera tavola sparecchiata di colpo, e di nuovo l’affanno nel respiro di mia madre; dalla mia cameretta intuivo le sue mani in miniatura graffiargli il viso, nel tentativo di cancellarlo.
Ascoltavo i rumori provenienti dalla cucina, lo sfrigolio delle schegge di vetro e di ceramica, il ritmo sonnolento dell’acqua che gocciolava, e ogni volta mi stupivo nel constatare la vita propria di quei suoni, la loro indifferenza davanti all’odio dei miei genitori,
Odio, con la o bene aperta.
da “Su biccu” di Cynthia Collu

http://www.premioletterariocastelfiorentino.it/edizione2008/testi/cynthia_collu.htm

 

Immagine (175).jpg

 

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Mi trovate anche su Instagram,
cliccando qui:
https://www.instagram.com/cynthiacollu_italianwriter/