Lui mi picchia, e mi vergogno a dirlo.

La prima volta che lui la colpì con forza erano sull’ascensore.
Stavano andando a cena da Livia e c’era stata una discussione sul ritardo.
«Colpa tua» le dice Sebastiano – è da un po’ che lei si è licenziata e lui si arrabbia per motivi futili, diventa subito irascibile, Miriam non riesce mai a prevedere l’esplosione di violenza. «Fai sempre i tuoi porci comodi! Che te ne frega di fare aspettare gli altri? Tutti devono stare ai tuoi ritmi, vero madame la marchesa?»
Lei tiene Teodoro in braccio, lo stringe a sé, sente il suo sudore pulito e le parole di Sebastiano fanno meno male, ribatte qualcosa (chissà poi che cosa, le parole, le parole, non le ricorda più), per fortuna ha gli occhiali da sole, non vuole fargli vedere la rabbia. Il ceffone arriva inaspettato.
Il colpo glieli fa saltare via, sente la stanghetta di metallo ferirle la carne, proprio sopra lo zigomo, sente il sangue che cola. Sente il pianto di Teodoro. La sta guardando, gli occhi larghi di spavento. «Non è niente, amore, papà sta giocando.» Gli sorride, lo fa ballare tra le braccia. Il bambino scoppia a ridere a scatti nervosi. Sebastiano le volta la schiena. Non si scusa.
In macchina non parlano. Miriam guarda fuori, si tampona il sangue col fazzoletto, sorride al figlio. Teodoro si è messo il pollice in bocca e succhia con forza.
Miriam guarda fuori e si dice che è una stupida, una vigliacca. Dovevo tornare a casa e lasciarlo andare a cena da solo, e poi fare le valigie, presto, subito, senza ripensarci, Dovevo sparire, lasciarlo solo come un cane rabbioso. Ma come si è permesso! Com’è possibile che io sia qui, al suo fianco e faccio finta di niente e guardo fuori dal finestrino e vedo le macchine la gente gli alberi e questa cosa terribile che lui mi ha fatto me la devo tenere, nessuno là fuori sa quello che lui mi ha fatto, questa cosa odiosa, avevo il bambino in braccio, come si è permesso, come ho potuto permetterglielo, e devo fare finta di niente per Teodoro mentre vorrei solo spalancare la portiera e correre via, il più lontano possibile. [..] Teodoro si è calmato, povero figlio, prima ha gridato e si è messo a piangere e questo bastardo niente, neanche stesse piangendo un cagnolino per strada, ma me la pagherà! Avrei dovuto restituirglielo, quel ceffone, se ne è approfittato perché tenevo il bambino e non ho voluto mettergli le mani addosso, vigliacco, schifoso, se n’è fregato di spaventare il piccolo, sono una stupida, dovevo lasciarlo uscire dall’ascensore e dirgli: Con me hai chiuso, e poi tornare su e preparare di corsa le valigie. E se lui m’inseguiva, se mi picchiava ancora? No, non l’avrebbe fatto, non gliene frega niente se non vado con lui a cena, mi avrebbe lasciata tranquilla così potevo preparare le valigie e andarmene. Le faccio domani, quando lui non c’è. Chiamo Sara e glielo dico. Ma che vergogna, che vergogna.

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Cynthia Collu, scrittrice, ha pubblicato “Una bambina sbagliata”, Mondadori e “Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, “La Guerra di beba” con Senzapatria editore, e diversi racconti in antologie.  Trovate il suo ultimo libro qui:

http://www.mondadoristore.it/Sono-io-che-l-ho-voluto-Cynthia-Collu/eai978880465026/?sessionToken=aVsSkPzCIKX6unKcMlGD01lak1WOBZlM

Mi trovate anche su Instagram,
cliccando qui:
https://www.instagram.com/cynthiacollu_italianwriter/

 

 

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