TEMPO DI UCCIDERE

mediacritica_il_settimo_sigillo-650x250Tempo di uccidere, di Ennio Flaiano

Un capolavoro d’incastri, di sassolini lasciati per strada e poi ripresi. Una struttura mirabile (peccato per l’ultimo capitolo, ma di quello parlerò dopo), dove tutto regge e si sostiene vicendevolmente senza una vera e propria ossatura portante se non quell’andare senza senso in un’Africa rappresentata come un luogo irreale, con il continuo pensiero di uccidere.

Vuole uccidere tutti, il tenente di cui non sapremo mai il nome, dapprima Mariam, poi il dottore, poi il maggiore, infine Johannes e persino il piccolo Elias. Un desiderio distruttivo per liberarsi dalla paura di essere accusato di omicidio e poi condannato. O forse, un bisogno di distruggersi per scuotersi dall’indifferenza e dall’apatia a cui la vita del campo l’hanno condannato.

Si trova, il tenente, in Abissinia durante la campagna fascista del 1936. Il caso – assurdo e indifferente e innocente come tutti i casi – lo porta a perdersi mentre, durante una breve licenza, va alla ricerca di un dentista. E’ il caso, quindi (il poco eroico mal di denti) che fa cercare al tenente una scorciatoia indicatagli da un giovane zelante soldato, e che lo fa perdere nella boscaglia, sino ad incontrare Mariam, che si sta lavando, nuda, in una pozza. Dopo la prima idea di chiedere la strada per l’altopiano alla donna e poi di andarsene, il tenente deciderà di pretenderne i favori. Questa sua decisione, come tutte le altre che prenderà lungo il romanzo, non sono dettate da chiare motivazioni, se non, forse, come ho detto prima, dal desiderio di scuotersi dall’apatia abulica e dalla morte sonnolenta della vita al campo. La donna lo allontana, seria, ma senza particolare rabbia, e alla fine giaceranno insieme. Di nuovo il caso, e il sassolino lasciato da Flaiano. La donna porta sui capelli un turbante bianco. Apparirà molto più tardi, in testa ad altre donne, un turbante simile, e il tenente scoprirà che è sinonimo di lebbra. Chi lo porta è un appestato, un intoccabile..

Giace con la donna, il tenente, e di nuovo pensa di andarsene e di lasciarla, e di nuovo resterà con lei anche quella notte, così come resterà poi a lungo con Johannes, forse il padre di Mariam, che incontrerà in uno sperduto villaggio dove il vecchio vive ormai solo con i suoi morti.

Poi, di nuovo il caso. Mentre lui e la donna giacciono abbracciati, l’ombra furtiva di qualcosa (una bestia feroce, forse), si avvicina al fuoco. Il tenente spara, e una pallottola colpirà gravemente Mariam. Ed ecco di nuovo il tormentarsi dell’uomo sulle decisioni da prendere: correre di notte, al buio, con le fiere spaventose che possono aggirarsi nella boscaglia a chiedere aiuto chissà dove e chissà a chi, o restare accanto alla donna morente? Infine, l’unica scelta che il tenente riterrà possibile: uccidere Mariam, nasconderne il corpo, evitare così possibili denunce ed arresti.

Da qui, la sua odissea, fisica ed emotiva: vagherà a lungo per quell’angolo remoto di mondo, dove l’Africa non è più Africa ma un posto indeterminato che si fa metafora; incontrerà vari personaggi, penserà sempre e solo che possano sospettare di lui, e sempre desidererà ucciderli.

Romanzo splendido, scritto in modo magistrale, dove la tensione dell’attesa del castigo, o forse del suo desiderio, mettono in continua tensione il lettore (il pensiero a Delitto e castigo di Dostoevskij mi è venuto spontaneo, oltre che a “Lo straniero” di Camus a cui molti hanno fatto riferimento per l’atmosfera esistenzialista, il non senso e l’apatia che percorrono il libro). Tutti i personaggi sono vividi e vivi, uno più incisivo dell’altro – di ognuno si ricorda un particolare, un sorriso, una frase, il carattere o lo sguardo, come la splendida figura di Johannes, ma anche il maggiore, e il piccolo Elias, e la stessa Mariam.

Tempo di uccidere poteva essere un capolavoro se non fosse stato per quell’unico neo dell’ultimo capitolo, dove il tenente, assieme a un suo amico sottufficiale, fa un lungo excursus sugli avvenimenti capitatigli analizzando tutti e vari perché e percome, le diverse possibilità che avrebbero potuto essere “se”, le motivazioni degli atteggiamenti altrui, in un tentativo di chiarire dei lati oscuri che forse sarebbe stato meglio lasciare vaghi , invece “ha dovuto scrivere un ultimo capitolo per chiudere i buchi che le troppe combinazioni, simmetrie, coincidenze, avevano finito con l’aprire”.cit.

Ma d’altra parte sono convinta che ogni romanzo non può che rischiare la perfezione, con la speranza di non raggiungerla mai.

imextra

 

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