Ecco il momento è giunto – Il Male Oscuro di Giuseppe Berto

Mi dice, Sai che il sardo è una vera e propria lingua e che alcune parole sono identiche al latino?

Gli brillano gli occhi quando parla della sua terra. Pencola con la testa un po’ di qua, un po’ di là, il suo grosso naso ne segue il movimento, come un compasso che disegni nello spazio cieli grevi di luce, alberi di ulivo contorti in un abbraccio millenario, e in fondo, proprio in fondo, la linea piatta del mare.
Mi dice, Per esempio questa frase – pone tre panes in bertula – tu sai che vuol dire?
Io l’immagino, perché al liceo ho studiato latino, ma col capo gli accenno di no, e lui piega il suo in avanti, il naso è la cosa che vedo meglio, non è proprio grosso, é lungo e storto come un ramo di ulivo, anche la sua bocca è storta, si solleva leggermente di lato mentre parla. Solo gli occhi sono diritti, due linee azzurre.

Anche quel giorno i suoi occhi erano due linee azzurre. Eravamo nella mia stanza, soli. Non mi guardava. Non mi guardava mai, né mai mi rivolgeva la parola. Io avevo quindici anni, allora, e non sapevo cosa dirgli. Lui non sapeva di che parlarmi. Quando ci capitava di ritrovarci assieme, passavano tra noi lunghi silenzi. Confondevamo il disagio con rumore di posate, se si era a tavola, lo disperdevamo con movimenti bruschi, lo sguardo sempre altrove, se per caso ci incontravamo in qualche stanza.
Quel giorno aveva in mano un libro. Teneva il capo basso, le linee assorte degli occhi contemplavano la copertina. Ha cincischiato un po’ con le pagine. Pareva indeciso. Poi ha alzato lo sguardo. “Questo romanzo mi ha fatto stare male. Ci sono dentro” mi ha detto. Nient’altro.
Era la prima volta che mi rivolgeva la parola per parlarmi di sé.
Ho allungato il collo, ho guardato il titolo. Era “Il male oscuro” di Berto.

Questo ricordo di mio padre mi è rimasto dentro a lungo, né mai ho avuto il coraggio di leggere il romanzo.
Anni dopo – tanti – scoprii all’ultimo momento che ero nella cinquina finalista del Premio Berto Opera Prima. La cinquina fu estratta il giorno del mio compleanno. Pensai a mio padre, a quelle uniche parole che mi aveva regalato, alla strana coincidenza del nome del premio, e a quella della data.
Quando sono salita sul palco insieme agli altri quattro finalisti, sentivo che avrei vinto.

Gli anni successivi ho continuato a stare alla larga da questo libro. Paura di leggervi la sofferenza non detta di mio padre. Ma sapevo anche che sarebbe arrivato il momento in cui avrei potuto farlo.
Ecco, il momento è giunto.
Grazie a quelli che con pazienza hanno voluto leggermi fin qui.

Commentare questo romanzo non mi è facile: vi è totale mancanza di struttura narrativa che trova vita (e che vita!) nel ritmo narrativo che ci trascina negli Inferi insieme all’autore, e mentre con lui cerchiamo le radici del nostro ambiguo malessere, riusciamo persino a ridere, o a sorridere, perché Berto ha il dono dei grandi narratori autobiografici, possiede cioè quell’umorismo salvifico che ci rende più simili a Dio o più vicini a lui, se poi fa differenza.
Berto ce l’ha col padre suo, lo lascia morire senza la sua presenza filiale, gli sembra che tutto vada bene e poi invece, subdola e improvvisa, ecco che inizia l’angoscia. Dallo scatenarsi del male oscuro e dalla paura d’impazzire, nasce timido il coraggio di voler scoprire le cause di questo malessere, ed ecco la discesa agli inferi. Coraggio e vigliaccheria accompagnano questa ricerca con un torrenziale flusso di pensieri; i pensieri costruiscono gli eventi che si giustificano nel valore liberatorio della parola; il ritmo narrativo ci travolge con i suoi flash-back e la quasi totale mancanza di punteggiatura; ogni tanto si pensa di poter riprendere fiato, ma è solo un’illusione, Berto ci trascina con lui negli abissi della psiche e della coscienza, riuscendo infine a risalirne grazie al potere terapeutico della scrittura, e noi, con un sospiro di sollievo, risaliamo con lui.

Ho cercato a lungo il padre mio tra queste pagine. Per fortuna, non l’ho trovato. Né mai saprò se soffrisse veramente di depressione, o se quel giorno o solo in quel periodo ne fosse turbato. Meglio così.

Per quanto mi riguarda, ho invece trovato molte risposte, e ora finalmente mi sono liberata della paura di questo libro, e della paura di conoscere il padre mio.

98750982_Antonio_Sgarbossa

(Dipinto di Antonio Sgarbossa)

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