«Chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova di grandezza» – Melville.

Melville non ha scritto solo Moby Dick. Ha scritto anche meravigliosi racconti, tra cui Bartleby lo scrivano, forse il primo esempio in narrativa di alienazione dal lavoro.

Bartleby fa lo scrivano, Copia e compila diligentemente le carte che il suo padrone gli passa.
Un giorno decide improvvisamente – per motivi che al lettore non saranno mai dati conoscere – di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, “Preferirei non farlo” (I would prefer not to). Da quel momento rimarrà inerte alla scrivania, poi in piedi per ore a guardare fuori dalla pallida finestra dietro un paravento, non uscirà mai durante la pausa, non berrà né tè né birra, arriverà a dormire di nascosto nello stesso ufficio, preoccupando prima, impietosendo poi il suo datore di lavoro che un giorno lo scopre e che non riesce a farsi una ragione del suo comportamento.
Il fatto è che Bartleby, semplicemente, ha deciso di negarsi al mondo.
Perché?
L’autore non ce lo dice.

Credo che in questo – straordinario! – racconto Melville abbia voluto parlare di quello straniamento che prenderà più avanti il nome di “alienazione”, dal lavoro come dalla vita.
Forse, Melville, parlava anche di se stesso, della situazione che stava vivendo come scrittore.
Ecco di seguito un brano che chiarisce il suo stato d’animo.

[..]
Melville è costretto a rivedere in modo radicale il proprio sistema di scrittura, accettando non solo di misurarsi con la dimensione breve del racconto ( Bartleby , se si escludono alcune prove giovanili di scarsa importanza, ne è il primo esempio), ma anche di pubblicare a puntate le opere di maggior respiro prima che vedano la luce in volume. Tale scelta, se da un lato risponde alla volontà di non lasciar cadere offerte di pubblicazione da parte di riviste legate alle sue case editrici, al tempo stesso riflette anche una malcelata volontà degli editori di assicurarsi un controllo diretto e costante sui testi da lui scritti (troppo spesso non rispondenti nella loro stesura definitiva alle descrizioni fornitene dall’autore alla firma del contratto) e contribuisce a spiegare il progressivo abbandono della narrativa da parte di Melville (proprio Billy Budd ne segnerà l’estremo, folgorante ritorno) , il suo ritiro nel Berkshire, la sua scelta dell’autoesclusione e della solitudine, dell’accettazione di una coleridgiana morte-in-vita. Pubblicare a puntate, infatti, significa, in pratica, rinunciare al tanto reclamato “diritto al fallimento” dell’artista («Chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova di grandezza»), arrendersi senza riserve a una logica di mercato da lui sempre sdegnosamente rifiutata («Questo paese e tutti i suoi affari sono amministrati da robusti colonizzatori del nord-ovest – individui di tutto rispetto, ma senza il minimo interesse letterario – ai quali non importa un fico degli autori tranne di quelli che scrivono i libri oggigiorno più vendibili, ovvero giornali e riviste») condannandosi a scrivere non più per se stesso, bensì per il pubblico.

Delusione, quindi. Del mondo editoriale, e forse anche dei lettori, che non l’hanno capito, non lo capiscono, lo capiranno troppo tardi.

zASq9H70

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