CATTIVE RAGAZZE – The Girls di Emma Cline

L’altro giorno un’amica mi disse, Se un libro mi ha colpita, finché non metto a fuoco il rimando che ne ho avuto scrivendone un commento, è come se non me ne fossi liberata. Solo quando riesco a scrivere qualcosa, il libro posso finalmente lasciarlo andare.
A me sta succedendo con “Le ragazze”, ed ecco l’urgenza di scriverne, perché poi possa leggere altro.
Premetto, non mi è piaciuto.

I motivi sono diversi e differenti, e proverò a capire – con voi, se vorrete – il perché.
Prima però desidero fare una considerazione. Rimango sempre un po’ sconcertata dal can can mediatico che si fa intorno all’età di un autore. Oggi l’editoria li vuole sempre più giovani, giovanissimi, in modo che si possa gridare al nuovo astro nascente e vendere, sicuramente vendere tanto, perché l’aurea di giovane genio “tira”.
A questo proposito mi piace riportare un brano dell’intervista fatta a Ferruccio Parazzoli, che oltre a essere un ottimo scrittore è stato per decenni uno dei grandi editor di Mondadori.
[..] Parazzoli per un attimo si perde nei ricordi. Cosa è cambiato da allora?
“Avevamo paura di Arnoldo: se per caso un libro cadeva per terra era una tragedia; lui sapeva la fatica che gli era costata trasformare quel libro non in un oggetto, bensì in un valore. Oggi lo scrittore non vale più nulla, se non fa spettacolo non esiste. E’ la dittatura del mercato, ma gli editori dovranno uscirne.
Come?
Smettendo di puntare di volta in volta sull’autore giovane, sul caso, uscire da questa ipnosi del bestseller. Ai miei tempi esisteva il libro di successo, che è una cosa diversa.”

Dico questo perché, onestamente, credo che a ventiquattro anni si possa anche essere maturi per poter scrivere un bel libro. Moravia ha scritto Gli indifferenti a ventidue anni, e non credo che l’editoria di allora ne abbia fatto “un caso” (anzi, se non vado errata lo pubblicò a sue spese); Breece D’J Pancake scrisse quel magnifico capolavoro di Trilobiti anche lui poco più che ventenne. Sono racconti di una bellezza selvaggia, che mostrano una capacità letteraria straordinaria. Eppure, nessuno se lo filò. Purtroppo si sparò a ventisei anni, e la raccolta di racconti uscì postuma.

Ho voluto fare questa digressione per dire che non valuto il romanzo della Cline in base all’età. Non l’ha scritto a quindici anni, e quindi la considero a tutti gli effetti una scrittrice “matura”.
Ritorniamo al romanzo: non mi è piaciuto per vari motivi: intanto la scrittura, così celebrata, non mi ha dato nessun sussulto, non sono mai ritornata a rileggere una frase perché colpita dalla sua bellezza. Mai un colpo d’ala. E’ una scrittura curata, senza sbavature (tranne alcune frasi un po’ retoriche ma sono peccati veniali) direi piuttosto piana senza essere piatta, una scrittura che si adatta perfettamente alla narrazione, e che, con un tono un po’ indolente e un po’ lamentoso, le si sottomette.
Ma anche questo è secondario.

Il vero motivo per cui il romanzo non mi è piaciuto è dovuto al rimando che mi dà: una sorta di repulsione verso i personaggi, tutti negativi (persino i bambini non riescono a creare empatia), verso quell’atmosfera d’indolenza insana, di mancanza di motivazioni, verso quell’umanità allo sbando che non ha niente da offrire se non il proprio sputacchiare una presunta superiorità in faccia agli “altri”, quelli normali, i borghesi che hanno cibo nel frigorifero e che si lavano, mentre loro, tutti loro, si credono portatori della verità che consiste nell’andare in giro lerci e affamati facendosi scopare da Russel, il loro vate, o da chiunque possa servire alla causa, cioè possa essere derubato dei propri soldi. Sono un pulviscolo di persone invidiose rancorose e stupide come il resto del mondo, e forse la loro rabbia sta nel saperlo ma nel non volerlo ammettere. Quanta differenza con “Altri libertini” di Tondelli, dove pure si parla di un’umanità allo sbando, ma quanta verità in quei personaggi, quanta sofferenza, quanta meraviglia hanno suscitato in me! Ho sentito, insomma, i personaggi della Cline costruiti, senza che lei abbia mai davvero avuto a che fare con quel tipo di persone. Non è che sia obbligatorio sapere sempre di che cosa si scrive, ma la bravura, se non si sa, sta nel non farsene accorgere.
Infine, la follia del massacro. Il lato morboso, pruriginoso del romanzo, quello che ha richiamato in mente le sette sataniche di Charles Manson, mandante di uno degli più efferati omicidi della storia americana, non mi ha convinta. Mi è tornato in mente “A sangue freddo” di Capote e lì sì che le motivazioni si capivano, che i personaggi (gli assassini) diventavano di carne e di sangue e non semplicemente i rappresentanti di un’idea che vagolava per il romanzo. Lì sì che l’autore c’era, eccome, coi suoi personaggi!
Ho avuto l’impressione, insomma, che l’autrice abbia scritto questa storia senza una vera empatia.
L’unico momento in cui l’ho sentita vera, e dolorante, è quando ha descritto il rapporto con la madre: quello credo sia l’argomento che le stava davvero a cuore, e per questo, ai miei occhi, la madre è risultata il personaggio più riuscito, meno “finto”, rappresentativo di emozioni e pensieri più che di un’idea.

Tanto altro avrei da riflettere, e da scrivere, ma qui mi fermo, affermando come sempre che il mio parere è, come tutti i pareri, completamente opinabile, e magari a voi il romanzo piacerà. Ve lo auguro.
Buona lettura

il mare pic

 

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