UNA STORIA COI FIOCCHI

Da “UNA BAMBINA SBAGLIATA” di Cynthia Collu

Adesso mamma dice che volevano una femmina, tutti
e due.
Io quando nacqui ero femmina, sono stata femmina per
tutto il tempo e sono femmina anche adesso, ma non mi
sembra che mamma ne sia stata particolarmente felice.
Dopo di me nacque Marco. Avevo cinque anni e mezzo,
giocavo con le bambole e vivevo metà a Milano e metà in
Sardegna, passavo la maggior parte del tempo a riabituarmi
alla nuova casa ai nuovi adulti e alle diverse regole che
mi venivano imposte.
«Non mangiare in fretta» diceva nonna Cosma alla mia
metà in Sardegna, «mastica piano, pulisciti la bocca con garbo,
stai composta come deve stare una vera signorina e alzati
solo quando te lo dico io.»
«Sbrigati» diceva mia madre all’altra metà quando soggiornava
a Milano, «possibile che devi stare sempre con
quell’occhio lesso a fissare il piatto, muoviti che è tardi,
devo andare al lavoro e non ho tempo da perdere, alzati
che sparecchio e lavo subito i piatti così magari riesco ad
andare al mercato e già che ci sono passo a prendere le sigarette
a quel porco di tuo padre.»
«Pettinati bene» diceva la nonna, «devi essere sempre vestita
e pettinata a modo, prima impari e prima fai a meno
degli altri, mettiti il cerchietto sui capelli, quello con i brillantini
che ti ho comprato ieri.»
«Vieni qua» diceva mamma e mi acchiappava al volo,

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La storia di un fiocco – Sardegna

«vieni che ti pettino, come dici, non vuoi il fiocco? Invece
lo tieni, devi stare ordinata. No, il cerchietto proprio non
te lo metti che poi lo perdi e mi ritorni a casa che sembri
una zingara!»
Io odiavo quel fiocco. Mi vergognavo da morire nel vedermi
pettinata col ciuffo tirato all’indietro e un fiocco sulla
testa.
La mia amica Irene non portava il fiocco.
Irene aveva la frangetta e i capelli dritti, ed era bellissima.
Vicino a lei mi sembrava di essere un uovo di Pasqua col
nastro che passava dal giallo al rosso al blu seguendo il colore
del vestitino. E così mi sentivo; sparsa per metà a Milano
e per metà in Sardegna passavo la maggior parte del
tempo a cercare affannosamente di ricompormi, qui c’è un
pezzetto che ritrovo ma che non devo mettere a Milano,
questo invece va bene qui, a casa di mamma e papà, spero
di ricordarmelo che se lo uso dalla nonna mi arriva una
bacchettata sulle mani, e io non posso neanche piangere se
no me ne arriva un’altra.
Sono terrorizzata dalla bacchetta della nonna.
Lei la tiene sulle gambe mentre siamo seduti a tavola.
Appena c’è qualcosa che non va le appare magicamente
in mano. Io vedo la traiettoria che il bastoncino disegna
nell’aria, è talmente veloce che sembra un frullare d’ali,
neanche me ne accorgo che già mi ha colpito.
Guardo spaventata la nonna. A volte è più il timore che
ho di lei che il male che provo. La nonna mi fissa severa.
«Se non stai composta te ne arriva un’altra» dice.
«Eia» interviene nonno Gavino, «adesso la bambina sta
diritta, lasciala mangiare tranquilla.»
Guardo il nonno e la bocca e gli occhi mi si curvano all’ingiù,
già pronti alle lacrime.
«Bravo, dalle ragione così non impara niente.»
«Che deve imparare ancora, questa bambina è un angioletto.
»
L’angioletto che sono io si mostra offeso, ma si mette di46
ritto e finisce di mangiare come una vera signorina, così non
mi beccherò più le bacchettate e mi lasceranno in pace.
Il nonno con me è bravo. È cacciatore e ha un cagnone
rosso che è una meraviglia. Il cagnone non vive in casa con
noi perché non c’è spazio, così dice la nonna, ma io penso
che loro adulti occupano molto più spazio di lui, e se proprio
vogliamo fare i conti io sono la metà di loro e Frida
pure, e insieme facciamo uno, così come tengono me possono
tenere pure il cane.
Espongo questa mia idea al nonno.
«Che te ne pare nonno, possiamo tenere Frida con noi
così occupiamo uno spazio solo?»
Lui mi guarda in silenzio, poi mi abbraccia.
«Non si può, figlia mia, non si può.»
«Perché nonno?»
Gavino sospira e allarga le braccia.
«Nonno, mi mancano mamma e papà. Perché non posso
stare a Milano?»
Lui mi abbraccia più forte.
«Stasera chiederò alla nonna se possiamo tenere Frida in
casa, te lo prometto.» Poi aggiunge: «Hai quattro anni ma
possiedi già una bella testolina».
Non capisco perché il nonno parli adesso della mia testolina.
A me non interessa la mia testa, m’interessa Frida.

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