La stronza che c’è in noi (io sto con Emma)

Emma Bovary, di Flaubert

Ma perché ce l’avete tutte con Emma, porella! E’ un personaggio che fa solo compassione (cum – patior, patire con) con quella disperata voglia di vivere una vita diversa da quella grigia e monotona a cui è relegata, senza soprassalti, senza turbamenti, senza la possibilità di stupirsi come ci si può stupire quando si affonda nel cuore della vita! Calma piatta attorno a lei e sotto i suoi piedi. Emma si riduce a entusiasmarsi per un nastro di trine, un ventaglio, un bastone col pomo d’argento: il senso della vita cercato in freddi oggetti, perché non riesce ( o non le è concesso) di sperimentare altro. S’innamora dell’amore, mai delle persone, e qui sbaglia. Ma a chi di noi non è mai capitato? E’ circondata da una anaffettività tremenda, a cominciare dal padre, dallo stesso marito (che la ama, sì, ma che cosa ama? che lei sia dolce e tranquilla e soddisfatta a vegliare il focolare), da vicini, dal farmacista, dal curato, da tutte quelle persone che, quando muore, prendono la cosa come un diversivo alla noia del paesello. Noia, noia, noia. Ecco quello a cui cerca di ribellarsi Emma. E la scelta finale di quel veleno, di quella lenta, lucida agonia, è forse il suo riscatto: che almeno la morte abbia un senso, e le dia dignità. Ritrovo dopo anni questo commento. Aggiungo che Emma mi piace. Sì, mi piace. E mi ci ritrovo. Perché finalmente ha avuto il coraggio di tirare fuori la parte che disturba tanto gli altri (uomini e donne compresi), quella della donna strega, un po’ stronza, se si vuole, o perlomeno considerata tale perché ha il coraggio di mettere da parte il ruolo che da sempre le si richiede, quello materno nell’accezione più ampia di grembo, conforto, consolazione, comprensione e perdono. Il mondo si aspetta (pretende) da lei, e lei sfida il mondo, le convenzioni, la morale, per occuparsi finalmente di sé stessa e prendersi ciò di cui ha bisogno. E paga, Emma. E pagano le donne che decidono di dire dei no. “Quei” no. E non sanno, gli altri che giudicano, che etichettano Emma di immoralità, (oh, la puttana che la dà a tutti! oh la puttana che non è riconoscente al bravo maritino che l’adora!) , che quei “no” servono alla poveretta per non soccombere, per tirare avanti, a credere che la vita sia – in qualche modo, da qualche parte nell’incompiuto – ancora degna di essere vissuta.

 

pappagallo

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