Rifiutare la (propria) carne fino a diventare un vegetale

Questa lettura è stata per me molto disturbante. E’ un libro che mi ha colpita negativamente, seppure ne capisca la forza del messaggio.
Dando un parere tout court, devo dire che non mi è piaciuto.. Non mi è piaciuta la scrittura, sin troppo piatta (ma, d’altra parte, questo romanzo è stato tradotto dal coreano all’inglese, e dall’inglese in italiano, e pertanto il giudizio ne rimane altamente corrotto). Non mi sono piaciuti i personaggi, tagliati con l’accetta. Non mi è piaciuta l’atmosfera opprimente, la violenza, così brutale, ma, soprattutto, la negazione di uno spiraglio qualsiasi a cui aggrapparsi e in cui credere.
Vero, ricorda i film di Kim Ki-duk , ma non lo splendido ferro3, e neanche Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera, e neppure L’arco, ricorda piuttosto Pietà,un film di una violenza così inaudita, di un’angoscia e di una solitudine così opprimenti, che quando sono uscita dal cinema ero solo felice di respirare l’aria a pieni polmoni. Aria, finalmente.
Aria. La stessa che ho respirato con gratitudine quando ho finito il libro. Ma l’oppressione è rimasta, e io voglio capire. Voglio vomitarla, come carne sanguinolenta: la stessa carne sanguinolenta che ossessiona la protagonista di questo romanzo.
Mi era piaciuta la prima parte, quando la protagonista, Yeong-hye, decide di non mangiare più carne né qualsiasi altro cibo animale. Ci s’incuriosisce, si vuole sapere cosa succederà alla poverina (in questa prima parte alcuni brani sono terribili, come l’uccisione del cane bianco, o la violenza che le fa subire il padre, che la costringe a ingoiare un boccone di carne).
Arrivata alla seconda, stavo per mollare. Veramente, tutta la storia sciorinata mi sembrava al limite del ridicolo.
Il cognato di Yeong-hye, sentendo dalla propria moglie che la sorella ha su una natica un rimasuglio di macchia mongolica – che di solito sparisce nei primi anni di vita – rimane folgorato sulla via di Damasco da quest’immagine, tanto da cominciare a desiderare intensamente (sessualmente) la prima del tutto ignorata cognata, finché non deciderà di dipingerla di motivi floreali per un video che vuole girare, e riuscire così a scoparsela.
Per fortuna c’è stata la terza parte, quella che quasi tutti trovano la più debole, e che invece a me è risultata la più commovente. Si intuiscono le motivazioni di Yeong-Hye, come mai ha rinunciato alla carne e al mangiare (e quindi, alla vita) per poter diventare come i vegetali, per poter essere solo pianta, senza bisogno di niente, pensieri, parole, dolore, zut! via!, solo acqua e ossigeno per vivere. Viene fuori il personaggio della sorella, che la invidia perché, come lei, vorrebbe morire, varcare il cancello del “NO” che non ha mai osato oltrepassare mentre Yeong-hye ce l’ha fatta.
A che ha detto NO Yeong-hye?
Al marito che la usa più o meno come un elettrodomestico silenzioso e accondiscendente, al padre brutale, che la schiaffeggia per farle ingoiare un pezzo di carne, alla società maschilista, che considera la donna un oggetto di proprietà del maschio, un oggetto di cui può fare e disfare a suo piacimento.
A chi l’ha resa invisibile.
Ed è rifiutando la carne (anche col decidere di non fare un figlio, perché sarebbe generare altra carne), e quindi rifiutando la propria carne sino a diventare un vegetale, che Yeong-hye proclama il suo diritto a esserci, ad avere un’individualità che gli altri non le hanno mai riconosciuto.
E’ questa l’unica difesa di questa donna.
Disturbante, dicevo. Perché l’impotenza degli esseri umani davanti alla violenza, donne o uomini che siano, mi ha sempre fatto star male.
Disturbante perché, soprattutto per le donne, di fronte alla prevaricazione sembra non esserci altra alternativa che distruggersi, invece d’imparare a difendersi. Anche distruggendo.
lavegetariana675[2640]

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