Il cielo sopra Ustica

La prima cosa che colpiva d’Isolina era la statura, un metro e quarantotto di altezza, almeno così diceva lei. Guardava la gente con la testa sollevata, gli occhi svagati, da miope, scopriva i dentini aguzzi e sfoderava un sorriso disarmato, pronto al pianto, e le persone le rispondevano con un sorriso rassicurante: non c’era niente di strano in lei, non avevano davanti una nana, solo una deliziosa donnina in miniatura.
Nadia non aveva mai creduto che Isolina arrivasse al metro e quarantotto. Una volta, anni prima, quando erano ragazze, l’aveva vista togliersi le scarpe con i tacchi e letteralmente accorciarsi, era quasi sparita sotto i suoi occhi come Alice dopo aver mangiato il fungo.
“Dio, sei proprio uno scricciolo”, le aveva detto, “ma che razza di trampoli porti!”
“Dodici centimetri, la misura giusta”, aveva risposto l’amica. Solo quando aveva aggiunto “donna nana è tutta tana“ Nadia aveva capito. Avevano riso entrambe.
Quello era stato anche il giorno che aveva notato il particolare della pelle. Le era sempre sembrata bella, la pelle d’Isolina, bianca e liscia come quella di un bambino. Invece quella volta, mentre si rimetteva le scarpe guardandola dal sotto in su con aria di sfida, Isolina era entrata nel raggio di luce proveniente dalle persiane della cucina. Così Nadia gliela aveva vista: una pelle tesa, delicata e sgualcibile come seta. Dietro a quel bianco c’era un fermento, un brulichio grigio, come se le rughe già premessero, impazienti di uscire. Sulle tempie la pelle era tanto sottile che si vedevano le vene pulsare, con vita propria, due sanguisughe verdastre.
Nadia aveva distolto il viso per il ribrezzo, aveva guardato la stanza disadorna, aveva notato i mobili dozzinali, il pavimento con le piastrelle consumate. Aveva provato il desiderio immenso di fuggire.

Isolina si era allontanata senza far rumore, scivolando sui tacchi come se avesse sotto le pattine. Era entrata in bagno e aveva iniziato a stendersi sotto gli occhi una crema di bellezza. Nadia l’aveva raggiunta.
“Meglio prevenirle, le rughe, piuttosto che curarle!” le aveva gridato Isolina sbirciandola dallo specchio.
Lei non aveva risposto.
Era stata per tutto il tempo in silenzio, osservando l’immagine riflessa delle mani esili e nervose dell’amica che si muovevano a scatti sulla superficie di cristallo.
Isolina le si parò davanti in mutande e reggiseno. Era scalza, e così bassa le sembrò un bambino. Portava i capelli biondi tagliati corti e non aveva un filo di trucco. Il seno era piccolo, quasi inesistente, e i fianchi si allargavano bianchi e asciutti sotto l’ombelico.  Puntò il viso in alto per salutarla.
“Litigato ancora con Robert?” chiese. Gli occhi chiari ebbero un lampo divertito.
Si era fissata che Luciano assomigliasse a Robert Redford da giovane, quando aveva girato Butch Cassidy con Paul Newman. Isolina diceva che se li sarebbe volentieri scopati tutti e due, che Paul era più bello ma Robert era più sexy, le faceva venire le voglie solo a guardarlo.
Isolina non si era mai sposata. Dopo pochi mesi troncava ogni relazione e subito dopo faceva lunghe telefonate a Nadia spiegandole che cosa non andava con l’altro, sbuffava, esigeva il consenso dell’amica, si proclamava infelice. Il record era stato di un anno, con un artista, uno che a letto le declamava versi. Poi si era stufata anche di lui, aveva preso tutti quei fogli scribacchiati e li aveva gettati in pattumiera. A Nadia spiegava che gli uomini erano tutti dei bastardi traditori, che erano buoni solo per essere scopati. Lei non ne voleva di palle al piede.

Da “Il cielo sopra Ustica” pubblicato nell’antologia La Morte nuda, Galaad Editore

2016-01-21 22.37.46[2639]

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